Lettere 41
Caro Luigi,
mi sono lungamente posto il problema sul modo in cui il cattolico debba inquadrare il tema del comunismo derivato da Lenin, che è la vera maturità del comunismo. Vi è un tale salto di qualità tra il precomunismo (da Gioachino da Fiore a Marx) che la scansione tra il precomunismo e il comunismo è più profonda di quella che esiste nel Cristianesimo tra Antico e Nuovo Testamento. Per molto tempo ho pensato che il comunismo potesse essere pensato come una eresia cristiana. E questo è vero per il precomunismo: quante volte è stata rilevata la somiglianza tra Marx e un profeta ebraico o la mimesi che esiste tra dialettica e Redenzione! Ma questo pensiero sembra insufficiente come l’opposto che vede nel comunismo il punto terminale della filosofia moderna. È vero che il comunismo (con questa parola indico sempre il comunismo che nasce dalla rivoluzione d’ottobre) è il vertice politico del razionalismo, la sua suprema forma politica: ed è vero che è un’eresia cristiana. Ma queste sono solo le premesse del comunismo. Con Lenin nasce un fatto nuovo che non era contenuto nelle premesse. Le premesse sono necessarie ma il fatto le trascende e le annulla. Il comunismo annulla in sé sia l’eresia cristiana che il pensiero moderno: le annulla inglobandole. E non è dialettica, non è esercizio della ragione: il leninismo usa l’eresia cristiana precomunista e la filosofia moderna ma le combatte. Né Hegel, né Gioachino da Fiore o Tommaso Moro. O gli anabattisti. Da che punto di vista il cristiano può considerare il comunismo? Il documento ecclesiastico fondamentale sul comunismo è la “Divini Redemptoris” di Pio XI, un Papa dimenticato che ha segnato profondamente il Papato: un Papa creativo. Più ancora di Pio XII, che ne fu infine il frutto, la bestia nera dei progressisti dovrebbe essere lui. Credo che la sua dura parola del comunismo “intrinsecamente perverso” sia quella della Chiesa. Ma rimane sempre il problema di definire il punto di vista cristiano sul comunismo, il modo in cui inquadrarlo: e dovrebbe essere un modo anche per comprendere lo stesso giudizio della “Divini Redemptoris”. Ora penso che il comunismo debba essere giudicato escatologicamente. Cioè dal punto di vista della fine del mondo e della storia. Nella seconda lettera ai Tessalonicesi, Paolo si preoccupa di evitare atteggiamenti dei cristiani che suppongano imminente la Parusia, il ritorno del Signore; e ricorda ai Tessalonicesi il suo insegnamento orale. Egli aveva detto loro che prima della venuta del Signore sarebbe dovuto manifestarsi l’uomo della “anomia”, del rifiuto della legge divina che si sarebbe seduto su tutto ciò che è di Dio mostrandosi come Dio (Tessalonicesi, II, 2-4). Paolo poteva rifarsi ad Antico IV Epifane, al tentativo violento del seleucide di ellenizzare i giudei. Ma Paolo guarda al futuro, guarda alla fine del tempo perché annuncia che il Signore Gesù ucciderà l’iniquo con il fiato della sua bocca e lo distruggerà nello splendore della Parusia nel suo ritorno. Paolo parla della fine del tempo. Poco meno di due millenni ci dividono dalla lettera ai Tessalonicesi, uno dei più antichi testi paolini. E in 2000 anni solo un fenomeno ha espresso in modo pieno la profezia di Paolo: appunto il comunismo. Il comunismo ha realizzato la profezia paolina in modo tale che Nerone sembra un benefattore, lui che usò i crocifissi cristiani come lampade notturne. Nemmeno l’Islam, a cui dobbiamo tanti martiri cristiani, conviene così bene alla definizione di Paolo come il comunismo. Il nazismo non perseguitò la fede cristiana in modo paragonabile al comunismo; e non ne aveva soprattutto la pretesa di verità salvifica universale. La conclusione è questa: il comunismo è la prefigurazione dell’ultima lotta del potere di Satana contro la fede cristiana. Il comunismo con la sua violenza totale, indica che la Parusia è più vicina. In questo senso il comunismo è un segno dei tempi. Il termine “segno dei tempi” ha avuto nella teologia postconciliare un senso assai diverso da quello evangelico. I segni dei tempi indicano nel Vangelo i segni dell’intervento di Dio nella storia: del Messia stesso Gesù, in primo luogo; la Parusia del ritorno del Signore nell’altro modo. “Segni dei tempi” nelle teologie progressiste è divenuto invece il segno del progresso storico, è divenuto l’indicatore della secolarizzazione. È stato usato contro i teologi tradizionali ed è stato separato da ogni riferimento escatologico. Il comunismo è divenuto uno dei beneficiari dei segni dei tempi. Se consideriamo i “segni dei tempi” nel loro originale significato escatologico, il comunismo appare come il segno dell’ultima lotta di Satana contro la Chiesa. E in questo significato come la prefigurazione della persecuzione finale, quella antecedente immediatamente il ritorno del Signore. Letto escatologicamente il comunismo dà pieno senso alla lettura che sul piano morale ne fece Pio XI: l’“intrinsecamente perverso”. Il comunismo appare così come la più perfetta opera del Diavolo. In che cosa il comunismo si manifesta come opera propria del Diavolo? Nonostante tutto, non negli ottanta milioni di morti. L’odio della carne è un segno del Diavolo: e una tale ecatombe è già da sola un segno. Ma infine la storia è piena di stragi: e non è ancora questo il sigillo del demonio. Il sigillo del Diavolo consiste nel fatto che, nonostante i morti, il comunismo è apparso sempre sotto il segno del Bene; mentre il nazismo si è presentato quasi da se stesso come male. Satana si trasfigura come opera di luce, come ci insegna San Paolo. Il comunismo si è posto come Bene assoluto e, nonostante tutti i milioni di morti, molti vi hanno creduto. E vi credono ancora. Oggi si prende atto che il comunismo è impossibile, che è finito, come un fatto: la sua fine non è vista come un evento rivelatore di che cosa era veramente il comunismo. L’opera di Satana sul comunismo è in pieno corso: il comunismo è visto come un bene non riuscito, non come l’impresa più criminale e antiumana della storia. Ecco perché il comunismo come menzogna, come opera propria di Satana, è ancora in mezzo a noi. Se il comunismo come menzogna non fosse ancora in mezzo a noi, la situazione del nostro paese non sarebbe quella che è: possiamo dire che l’Italia è il paese in cui continua di più il comunismo. Qui dopo il ’46 non ha più ucciso o almeno lo ha fatto su piccola scala (il terrorismo è però qualitativamente significativo), è divenuto un pensiero, una cultura. I giudizi che nel nostro paese corrono ancora sul comunismo non sono anticomunisti: è per questo che essere anticomunisti è considerato una sciocchezza: questo è veramente il segno di Satana. Il comunismo è rimasto nella forma satanica pura: come uno spirito ha perso la carne della violenza, ha conservato lo spirito; e Satana è uno spirito inafferrabile. Solo Berlusconi ha avuto il coraggio di dirlo. Le elezioni italiane saranno una lotta con l’angelo caduto. Sta qui la loro drammaticità che Satana nasconde così bene.
Gianni Baget Bozzo
Cari amici di Tempi,
ieri ho rinnovato il nostro abbonamento (…) Però scrivo proprio per dirvi il motivo del ritardo. È che aspettavo di poter trarre dal nostro bilancio familiare le £.120,000 dell’abbonamento (“due cene fuori”… ma chi ci va a cena fuori??), dato che in questo mese c’è il doloroso salasso dei libri scolastici. E sapete cosa vuol dire per una famiglia con 6 figli a scuola (dall’università alle elementari) comprare i libri di testo? Si cerca di arrangiarsi, ma spesso i libri usati sono introvabili o superati dalle nuove edizioni – che peraltro di nuovo hanno ben poco e sembrano fatte solo allo scopo di impedire il riciclo dei libri usati. Ho sentito dire che in molte scuole tedesche i ragazzi trovano i libri sul banco all’inizio dell’anno e li pagano solo se li sciupano. Altrimenti li restituiscono e basta. Ma questo in Italia penso che sia improponibile. Resta il fatto che la spesa è pesante per una famiglia numerosa con un solo reddito proveniente da lavoro autonomo… Con questa tirata volevo dirvi che se avete in programma articoli, servizi o grafici per illustrare la situazione di “assedio” che preme da ogni parte la famiglia italiana pubblicateli presto! Altrimenti pensateci e trovate il modo di darci una mano perché la battaglia, e non solo quella economica, è dura. Grazie, comunque, per tutto quello che fate e buon lavoro.
Carla Isoldi, San Quirico in collina
Ci vuole un fisico bestiale, ci vuole effettivamente un’ Alba Parietti per far vincere il centrodestra in Italia. Fossi Berlusconi, le appalterei una striscia dopo “Striscia la notizia”, tutte le sere. Alba potrebbe parlare liberamente, esternando i suoi pensieri politici, profondi come le sue scollature, e a ogni pensiero centomila voti per il Polo sarebbero assicurati. È il miglior investimento elettorale che il Cavaliere potrebbe fare. Mi permetto di affermarlo con certezza, dopo averla ascoltata a “Porta a Porta” di mercoledì 4 ottobre, quando si è inserita, con autentico candore intellettuale, nella rissa-dibattito tra il ministro delle finanze Ottaviano Del Turco e il guru economico polista Giulio Tremonti. Per fortuna che non c’era in trasmissione Giulianone Ferrara, altrimenti l’Alba sarebbe stata mandata a quel paese, relativamente alla politica s’intende, come l’anno scorso in occasione del famoso e “mitico” congresso diessino veltroniano del Lingotto a Torino. Lì, a Torino, complice involontario Ferrara, Alba non riuscì a mettere in imbarazzo la sedicente sinistra italiana della new economy. Ma la sera del 4 ottobre, complice il perfido Vespa e il pigro Del Turco, Alba Parietti è riuscita a esternare tutta la sua saggezza. Un po’ travolta e stordita dalle cifre che Tremonti e Del Turco illustravano alla platea televisiva, la Parietti ha voluto dire la sua. Prima ha difeso i sussidi che il governo ha dato a film letteralmente sconosciuti “per una questione di cultura”. Poi, accavallando le lunghe gambe, ha suggerito altre erogazioni “liberiste” al teatro in grave crisi. Ma, alla fine, Alba si è superata. Mentre ministro e aspirante ministro ringhiavano su detrazioni, Irpef , Irpeg e Irap, la Parietti si è inserita nel “casino economico finanziario” neanche fosse John Maynard Keynes: “Perché non si possono detrarre le spese per la colf signor ministro? Ho tante amiche, tanti conoscenti che hanno bisogno della colf. Mi sembra giusto”. Mentre Tremonti strizzava gli occhi dalla gioia, il sinistro Del Turco cercava, per le dichiarazioni della sinistra Alba, di nascondersi dietro alla poltrona. Lui, Del Turco, vecchio sindacalista socialista, non sapeva come rispondere a una simile pretesa. E intanto gli passavano davanti agli occhi le borgatare romane del Testaccio, le casalinghe milanesi di Quarto Oggiaro, tutte ovviamente interessatissime alle detrazioni sulle tasse delle spese per una colf, magari filippina, che mai hanno visto e neppure sognato nella vita.
Gianluigi Da Rold, Milano
Caro Adriano,
sì, come hai detto tu, “ora, dopo dodici anni di battaglia legale tutto è finito”. Per noi non è mai stato un privilegiato chi ha rivendicato e rivendica le propria innocenza. Anche se dalla tua parte non hai soltanto gli amici e, parlando di casi diversi ma tragici quanto il tuo, certi sepolti vivi nelle carceri italiane (della stagione del terrorismo – come Mario Tuti – e non) non hanno ancora trovato canali politici e mediatici che suggeriscano una qualche attenzione alle loro sorti. Noi non abbiamo sposato la tua causa, abbiamo espresso ed esprimiamo la certezza morale della tua innocenza. Non siamo giudici e non abbiamo buone ragioni per avere fiducia nella giustizia italiana. Ma abbiamo fiducia in te, uomo libero e utile alla libertà di tutti. Per questo, in qualunque modo arrivi, per politica o per grazia presidenziale, sia benvenuta la tua liberazione. Nel frattempo, speriamo il più breve possibile, ricevi i nostri più affettuosi saluti. (L.A.)
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