Lettere 49
Caro Direttore,
ti voglio raccontare una storia che sta a margine (si fa per dire) dell’inesauribile dibattito sull’ergastolo… è la storia di un uomo, un uomo condannato all’ergastolo, innocente, e che dopo venticinque anni di carcere è morto di ergastolo. (…) A metà ottobre, il 15/10/2000, a Roma c’è stata una manifestazione a favore dell’abolizione dell’ergastolo, questa manifestazione, nel cui ambito si è svolto un convegno, si è concretizzata in una partita di calcio. Sul campo si sono affrontate due formazioni, delle quali una era composta da detenuti, ergastolani e non, mentre l’altra vedeva schierati una rappresentazione abbastanza eterogenea di politici sensibili a questo tema. Titolo dell’incontro: ”Un Calcio all’ergastolo”. Ebbene, Antonio Borzi, nato a Catania nel 1948, condannato all’ergastolo, per omicidio, verso la fine degli anni settanta, detenuto da circa venticinque anni nelle carceri italiane, è morto al termine di quella partita a Roma. Stranamente questo episodio che ha riguardato un fatto di cronaca rilevante, dato l’evento in cui si è verificato, non ha avuto nessun risalto sulla stampa nazionale, ma forse ciò è dipeso dal puntuale andamento altalenante dell’umore in materia di giustizia. Dopo un’estate di euforia garantista… ora è il momento del pungente clima invernale giustizialista! Dopo aver trascorso molti anni nelle carceri speciali, nel 1995 Antonio fu trasferito a Rebibbia, dove dopo circa ventitre anni di carcere, nel 1998, dopo anni di impegno nel volontariato e di collaborazione con varie organizzazioni cattoliche, ottenne di beneficiare dei primi permessi premio. Nell’agosto di quest’anno era stato ammesso al regime della semilibertà, venne qua a Bergamo a lavorare presso l’impresa del proprio fratello. Io lo avevo incontrato qua alla fine di agosto, appena giunto da Roma, era rimasto qui in carcere qualche giorno in attesa che si compisse l’iter burocratico che definisce il programma di trattamento, cioè le modalità di movimento previste durante il periodo di semilibertà. Non lo vedevo da molto anni, così durante quei pochi giorni di permanenza qui in carcere ne approfittò per raccontarmi un po’ di cose, tra cui le varie attività di volontariato cui si era dedicato a Rebibbia, e del contributo notevole prodotto per far conoscere all’esterno le problematiche del carecere, era diventato senz’altro un preziosissimo punto di riferimento del volontariato operante all’interno del carcere di Rebibbia. Era uno dei fautori della manifestazione “Un Calcio all’ergastolo”. Quando mi raccontava di questo suo impegno nei suoi occhi brillava una luce particolare da cui emanava una grande forza, credeva molto in tutto ciò, purtroppo ne aveva dovuto fare per forza l’unica ragione della sua vita, ponendosi al servizio di quell’idea. Aveva una figlia che lo adorava, ma il carcere non gli aveva consentito di essere il padre che lui avrebbe voluto. Lui era stato condannato nonostante fosse innocente, purtroppo di questa mia affermazione non posso fornire riscontri, ma è un fatto di cui ho la massima certezza che mi consente di dirlo con tranquillità; oltrettutto è una cosa assai risaputa nell’ambiente del carcere. Capita abbastanza sovente, qui in carcere, di incontrare persone condannate innocenti, più di quanto si possa ragionevolmente credere. Il carcere è un’ignominia per tutti… figuriamoci per chi è innocente!!! Tuttavia, lui, aveva sempre vissuto con grande dignità questa sua situazione ed aveva saputo trasformare la sua disperazione in una forza eccezionale da spendere per aiutare i suoi compagni e per sensibilizzare, con il proprio impegno, quante più persone possibile nella lotta contro l’ingiustizia (…) Anche Antonio aveva chiesto ed ottenuto un permesso per partecipare a quella partita di calcio, era entrato in campo negli ultimi dieci minuti di gioco, aveva avuto problemi al cuore in passato ed è morto così, al termine di quell’incontro… accasciandosi al suolo con il cuore che ha ceduto a quell’emozione. Allora, insieme a Ciano, Mauro, Rossano… vecchi amici di una vita, ci piace ricordarlo pensando che, forse, proprio in questo modo, lui abbia voluto dare il suo calcio all’ergastolo…
Bruno Turci, dal carcere di Bergamo
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