Lettere 50
Carissimo direttore,
la valutazione sul “buono scuola” è oggetto di interpretazioni non sempre esatte. Particolarmente da parte di certi esponenti politici e di certi partiti della maggioranza. Sentiamo dire che il buono-scuola “porterebbe ad avere una scuola di classe” (Veltroni, Milano 5/12), che “non aiuterebbe i genitori perché, incapaci, sceglierebbero male la scuola per i loro figli” (Lombardi, Corriere 25/11, e Berlinguer, Manifesto 6/12), che è un “buono dei magliari” (Martinazzoli, Avvenire 23/11), che “sancirebbe un passo indietro rispetto alla legge sulla parità, è uno strumento adatto al mercato e introdurrebbe logiche aziendali” (Manzini, Eco di Bergamo 24/11 e 8/12), che “è un inganno perché favorisce i diplomifici e limiterebbe la funzione dello Stato” (Bonelli, in “Parità e disparità” del PPI), e, per quanto l’iniziativa della Lombardia, che il buono “discrimina gli studenti delle scuole statali” (Amato a nome del Consiglio dei Ministri). Tutto ciò rattrista perché è assolutamente falso. Il buono non lede la qualità della scuola, ma la promuove con una sana competizione tra scuole; non favorisce una scuola di classe ma la libertà di scelta per tutti; considera i genitori persone responsabili, e non individui in balia dell Stato e dei governanti di turno; non è strumento da magliari, ma equo sostegno alla libertà dei cittadini; è un passo avanti, e non indietro, rispetto alla iniqua legge paritaria; in quanto a logiche aziendali, non è certo il buono ad averle introdotte, ma la riforma promossa dalla maggioranza di governo, contestata dagli stessi insegnanti delle scuole pubbliche statali (Manifestazione del 7/12 a Roma); non è certo stato il buono a favorire i diplomifici, ma la disattenzione degli organi di controllo statali; col buono lo Stato sarebbe richiamato alle sue giuste finzioni, che non sono quelle di gestore, ma di coordinatore e promotore delle iniziative della società civile. Infine, sul buono lombardo, possibile che si abbia il coraggio di considerare discriminati gli studenti delle scuole pubbliche, che hanno una scuola gratuita perché pagata dallo Stato per circa otto milioni ad alunno e devono comprarsi solo i libri, e privilegiato chi sceglie la scuola non statale, che oltre ai libri, deve pagare milioni per tutto il resto? E sarebbe discriminato chi ha la scuola gratis se altri ricevono un sostegno pubblico e riconosciuto il loro diritto all’uguaglianza di trattamento? Suvvia: per non condividere il “buono scuola” occorrono ben altre argomentazioni, che tuttavia non ci sono. Laddove il “buono” è stato attuato, notevoli sono stati i benefici qualitativi. Ammetterlo – se oscurati da paraocchi ideologici – diventa difficile. Preoccupante, a questo punto, il defivit culturale e la faziosità ideologica che caratterizzano molti nostri rappresentanti politici: ma siamo sicuri di essere rappresentati dagli uomini migliori?
Giancarlo Tettamanti, Milano
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