Lettere 9
Caro Direttore,
le lacrime del ministro della P. I. hanno fatto nascere considerazioni e polemiche. Alcuni hanno discusso sull’opportunità o meno che gli uomini mostrino in pubblico le loro emozioni. Altri hanno parlato di lacrime di coccodrillo. Forse però il pianto del Ministro ha un valore simbolico di fronte ad un progetto di Riforma che non affronta il nodo dell’educazione, cioè della trasmissione del patrimonio di tradizione e di cultura di una generazione all’altra e fa tornare in mente i versi de “La poesia della tradizione” di Pasolini che ben conosci… «Oh, generazione sfortunata…/ venisti al mondo che è grande eppure così semplice,/ e vi trovasti chi rideva della tradizione,/ e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda/ erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato/ la gioventù passa presto; oh generazione sfortunata,/ arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia…/ e così capirai di aver servito il mondo/ contro cui con zelo “portasti avanti la lotta”:/ era esso che voleva gettar discredito sopra la storia – la sua;/ era esso che voleva far piazza pulita del passato – il suo; oh generazione sfortunata, e tu obbedivi disobbedendo!…/ …non vi si riempirono gli occhi di lacrime/ contro un Battistero con caporioni e garzoni/intenti di stagione in stagione/ né lacrime aveste per un’ottava del Cinquecento,/ né lacrime intellettuali, dovute alla pura ragione/ Oh sfortunata generazione/ piangerai ma di lacrime senza vita/ Piangerai lacrime di dolore perché forse non saprai neanche riandare/ a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto…»
Mario Predieri, giunta via Internet
Tanti anni fa (con il “soccorso popolare” di decine di collaboratori compagni d’università e col padrinaggio di Giovanni Testori) il direttore scrisse un libro che anticipava largamente (correva l’anno 1982) il revisionismo dell’“eskimo in redazione” che prenderà il suo corso ufficiale a partire dai primi anni novanta, appunto, con il bel saggio rizzoliano del giornalista del CorSera Michele Brambilla. Quel libro-documentario si intitolava “Nel nome del niente”, fu venduto in 10mila esemplari e poi, chissà perché, nonostante le richieste, Rizzoli non volle più rieditare. Lì c’era già una certa gaddiana cognizione del dolore del nostro fratello maggiore, il grande PPP.
Caro Direttore.
Voglio solo farti i complimenti per aver segnalato già da molto tempo una vicenda a cui il Magazine del NYTimes solo questa settimana dedica la copertina ed un lungo articolo (www.nytimes.com). Mi riferisco alla storia del dott. Matthew e all’epidemia di ebola in Uganda di cui ci hai raccontato qualche settimana fa. Prima ti rubano Albacete, poi addirittura gli articoli…
F.Fabbro, giunta via Internet
Non a noi, ma al compagno Rodolfo Casadei diamo la gloria di aver anticipato il mitico NYT e, con il reportage dall’Uganda, anche il sancta sanctorum dei magazine (The Economist), che dopo di noi, questa settimana, fa il suo passaggio nel continente nero con una copertina dedicata all’“Africa’s elusive dawn”
Gentile redazione, il giovedi, quando, prima di andare al lavoro, mi precipito in edicola ad acquistare Tempi, sfoglio subito la pagina con le recensioni dei film ed il Tazebao. Con mia sorpresa però, il vostro accanimento nei confronti di Matrix mi lascia sconcertato. OK, passi per il finale un po’ fiabesco, dove lui resuscita dopo un bacio, il mix religioso confusionale etc.: tutto giusto, voto 1. Ma non paragonatemelo a “Ti presento i miei”, che è una commediola tutta sorriso senza contenuto. Anche perchè, mi permetto di osservare, l’inizio di Matrix non è affatto fiabesco poiché, per quanto la storia sia molto “al di là da venire”, la provocazione a “risvegliarsi dal sonno”, o a non considerare la realtà solo come appare mi sembra chiara e poco fraintendibile.
Voto: 6/7.
Con incondizionata stima
Fabio P. giunta via Internet
Il giovin rubricista Simone Fortunato manda a dire che lui non è Diaco del Foglio, e che dunque non essendo ispirato né da dio né da Moana, mancandogli pure le pischelle, lui stà religiosità alla matrixana per il momento non la vede proprio. Il direttore, per il momento, si astiene. E in attesa di ulteriori indagini, conferma piena fiducia al suo cinefilo bestione.
Caro direttore,
da laici, dunque cristiani, un piccolo pensiero sulle recenti polemiche a proposito delle consultazioni del cardinal Sodano. La Chiesa è uno sponsor formidabile, ancorchè gratuito, e “lucida” la bella immagine del candidato del centrosinistra, tanto che per compiacere l’elettorato cattolico arriva a celebrare il sacramento del matrimonio e per godere fino in fondo della vetrina del Giubileo (ma sarà laico il Giubileo?) Rutelli ritarda le dimissioni da Sindaco, mettendo in forse la legittimità della propria candidatura e non perde occasione per farsi ricevere dal Papa o d’incontrare cardinali. Però, che non si provi la Chiesa a ribadire, che, anche nell’effettuare una scelta politica, il cristiano ha dei criteri di riferimento e che questi criteri sono oggettivi e non barattabili. E no, perdinci! Lo Stato è Laico! Più che indignazione è un senso di sconforto che pervade all’osservare questi comportamenti, perché più che in altre occasioni vi si percepisce la strumentalità di certe dichiarazioni, la falsità e al dunque l’estrema vuotezza che tanti urlati proclami alla fine non possono nascondere.
Anna Chiroli, Milano
Perfetto. Laico, cioé non Scalfaro/i. Che strano odore di ceri, sacrestie, altari (e relative cerimonie nuziali dans l’église flash&flash) in tutte queste prediche sulla laicità dello “stato”!
Carissimi strampalati e appassionati (a volte un po’ difficili da comprendere) voi della compagnia di Tempi che ci tenete desti in questo mondo che ci vorrebbe torpidi…, anche se non riesco a seguire tutto quello che dite non ho da preoccuparmi: la mia secondogenita dura nella vita e nella pallavolo ha il coraggio di leggermi l’articolo e spiegarmelo: la scuola non è così interessante, nemmeno la quinta superiore: dalla sua mente, pronta a schiacciare la palla, viene compressa a terra anche la mia ottusità mentale. Tra le altre presenze che popolano la mia casa attorno a Tempi c’è poi la mia terzogenita: un folletto quasi quattordicenne sempre assorta tra il suo futuro di archeologa e le sue passioni per l’aeronautica, la storia e i libri di Tolkien e Guareschi ci ha coinvolto tutti in una ricerca matta e disperatissima dei testi dei due autori chiedendoli come regalo di Natale o compleanno. Così lo sguardo della mia tosta pallavolista è finito su questo capitoletto del noto Giovannino dal “Corrierino delle Famiglie” recentemente editato e, quando mi ha espresso il desiderio che ve lo inviassi io, – che sono più disinvolta con carta e penna – con qualche riga di presentazione non ho potuto desistere. Lei una scuola libera almeno per i tre anni delle scuole medie è riuscita a saggiarla, e ora, rinserita da quasi cinque anni nelle superiori di Stato,… ha provato lo sballo della differenza. (Immaginate il suo fisico altissimo piegato in quattro… per partecipare alla manifestazione del 30 ottobre a Roma. Eppure in Piazza San Pietro quel giorno ha voluto esserci!). Ero un po’ perplessa a spedirvelo: non so se può esservi utile nell’attuale battaglia sulla riforma dei cicli e poi… cose spedite ai giornali difficilmente vengono stampate… Ma non ho potuto scoraggiare la sua speranza in voi. Ora sta a voi non deluderla. Come la scuola di Stato. Un abbraccione.
Paola Oneto da una piccola frazione della Valsugana (Trento)
“La rivoluzione d’Ottobre”
Racconto di Giovannino Guareschi, tratto da Il Corrierino delle Famiglie
La Pasionaria era già pronta per uscire: si sedette con molta serietà sull’angolo del divano.
– Me aspetto, – disse.
Mi alzai e, agguantata la giacchetta, me la infilai.
– Sono pronto anche io, – risposi avviandomi verso la porta. Ma la Pasionaria non si alzò e, quando fui sul pianerottolo e non la vidi arrivare, tornai sui miei passi e trovai la Pasionaria ancora seduta dignitosamente sull’angolo del divano.
– E allora? – domandai.
– La barba, – rispose la Pasionaria senza scomporsi.
Ora bisogna considerare che io, nato nel cuore dell’Emilia, terra di grandi passioni, sono un impulsivo e così, spesso, mi accorgo di aver detto cose che non ho avuto il tempo di pensare. Davanti a quella assurda pretesa, mi ribellai con irruenza.
– Tua madre mi ha conosciuto che avevo la barba lunga, mi ha sposato che avevo la barba lunga e non si è mai sognata neppure che io, per uscire con lei, dovessi farmi la barba. Chi sei tu che avanzi simili pretese?
– Io sono me, – rispose con calma, quasi gelida, la Pasionaria.
Andai a farmi la barba. Poi dovetti cambiarmi anche la giacca e i calzoni e spolverarmi le scarpe: ma feci tutto ciò con tale aria di superiorità e di disgusto che, se non ha la pelle di rinoceronte, la Pasionaria deve averlo capito perfettamente.
Camminammo in silenzio per le strade del dolce autunno milanese, e ben presto arrivammo dove dovevamo arrivare.
Nel piazzale davanti alla scuola c’era gente: mamme, babbi, bambini, bambine e bidelli come nelle prime pagine di Cuore: e io ripensai all’altra volta, quando avevo portato nello stesso piazzale Albertino e poi lo avevo abbandonato ed egli era scomparso nella mandria, come un mattone nel muro.
Io sentivo nella mia mano la piccola mano tiepida della Pasionaria e vedevo le mamme e i bimbi e i babbi ma non respiravo l’aria di Cuore e non pensavo alle paroline zuccherate di Edmondo De Amicis.
Avevo la bocca piena di parole amare, e le masticavo a bocca chiusa e le mandavo giù, una per una, e molte mi si fermavano in gola.
Ancora una volta dunque sta per avvenire il sopruso e io dovrò lasciare la tua mano, Pasionaria, e tu andrai a incunearti nel buchino rimasto aperto nel muro.
Dunque addio anche a te, Pasionaria: tu esci dalla mia vita ed entri nella vita dello Stato.
Ti insegneranno l’ipocrisia statale e anche i tuoi pensieri non saranno più i tuoi e vedrai le cose con gli occhi del Ministero.
Adios, Pasionaria.
Anche questa volta, come per Albertino, io dovrò accettare il sopruso, dovrò aggiogare anche te, con le mie mani, al barbaro, orrendo, smisurato carro dello Stato.
Adios, pasionaria!
Io, un tempo, quando sfogliavo le vecchissime Domeniche del Corriere leggevo sorridendo la spiegazione de Le nostre pagine a colori e mi facevano pena le donnette dei lontani paesi del Mezzogiorno che si mettevano in rivoluzione per impedire che vaccinassero i loro bambini. Ma allora non capivo un accidente e pensavo alla greve ignoranza, e alle nebbie grasse della superstizione che inducevano le povere donnette a reputare i medici governativi emissari di chi sa mai quale paurosa centrale di maleficio. E invece le donnette agivano per istinto e credevano di difendere le loro creature dal maleficio, mentre le difendevano dal sopruso dello Stato.
E’ un sopruso necessario ma la lancetta del medico che, per legge, inocula il benefico vaccino nel braccio di vostro figlio, è una zanna del gran mostro, lo Stato, che uncina una nuova tenera vittima.
Adio, Pasionaria: io adesso abbandonerò la tua mano tiepida e ti sacrificherò al dio crudele creato dalla gente che non crede in Dio perché, se vi credesse, potrebbe vivere felice all’ombra delle sue Eterne Leggi.
Adio, pasionaria: lo stato fa le strade e fa camminare le ferrovie e illumina le città, di notte, ma ci toglie la libertà, e regola i nostri atti e anche i nostri pensieri, e sempre di più ci avvince nella matassa ormai inestricabile delle sue leggi e dei suoi regolamenti, e sempre più ci trasforma in trascurabili ingranaggi di una orrenda macchina che consuma sangue e serve solo a macinare aria.
E io che mi indigno se il treno ritarda di cinque minuti, il treno dello Stato, io ora sono pieno di amarezza perché debbo permettere che lo Stato mi porti via la mia bambina per insegnarle l’abicì governativo.
Quale tempesta nel tenero cranio di un povero borghese che cerca di difendere la propria personalità e quella dei suoi figlioli da quel mostro che egli stesso ha contribuito a creare e che egli stesso alimenta togliendosi il pane di bocca.
Adios, Pasionaria.
* * *
Ormai le squadre si erano composte e le mamme e i padri si erano ritirati in mezzo al piazzale e i bambini erano rimasti tutti soli, addossati al muro della scuola.
Mancava soltanto la Pasionaria e io allentai le dita.
In quel momento le porte si aprirono e i bambini cominciarono ad entrare.
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