L’Eurogioco si fa duro
Che Europa nascerà domani a Roma con la cerimonia ufficiale della firma della Costituzione europea da parte dei capi di Stato e di governo? Ma, soprattutto, in quale stato di salute si presenta l’Unione a questo appuntamento che, 47 anni dopo il Trattato di Roma, vede i governi ribadire la propria almeno formale fiducia in un soggetto unitario sempre più forte e predominante sulle vecchie logiche nazionalistiche e di sovranità? In questa “intervista al buio”, visto che al momento in cui Tempi va in stampa il destino della Commissione Barroso è ancora appeso a un filo in attesa del voto del 27 ottobre, l’europarlamentare di Forza Italia e vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro prova a tracciare quelle che sono le linee guida per una lettura non ideologica del presente e del futuro dell’Unione, partendo da un riconoscimento chiaro delle innegabili difficoltà presenti ma anche dalla valutazione realista di un cammino ormai intrapreso e che non si può interrompere in nome di particolarismi e politiche di veto preventivo.
Onorevole Mauro, come arriva l’Europa a questo appuntamento con la storia? Il fiato corto delle polemiche ha il sopravvento sulle speranze?
Diciamo che ci arriva in profonda contraddizione con quella che è la storia stessa dell’Ue, visto che l’Unione è nata dall’intuizione dei padri fondatori come luogo per superare gli steccati storici dei nazionalismi e delle ideologie, mentre nel contenuto di questo trattato costituzionale a livello di metodo trionfano i nazionalismi – poiché permane l’immagine di un’Europa che sarà a trazione di alcuni direttorii –. Mentre dal punto di vista del merito, del superamento delle ideologie, siamo di fronte al trionfo del politicamente corretto, una sintesi giacobina che è in contraddizione con il motto dell’Unione “uniti nella diversità”. è inutile negare che, oggi come oggi, siamo al “dovere dell’omologazione”. Ora, detto questo, come suggeriva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di lunedì 25 ottobre, nonostante difficoltà e contraddizioni si arriva comunque alla firma di questo testo costituzionale perché l’Ue appare di fatto come il minore dei mali possibili: cioè, nel sentire comune resta comunque preminente il bene che ci ha dato l’Europa, in primis la possibilità di evitare guerre tra gli europei, piuttosto che le pur tante e gravi magagne. Siamo sinceri, non c’è alternativa all’Europa. Tutti i governi firmano perché sanno di non avere alternative, anche se è pur vero che potrà esserci una risposta imprevedibile da parte dei referendum che si terranno nei vari paesi: questo perché non c’è stata una seria comunicazione del progetto preminentemente culturale europeo da parte delle istituzioni comunitarie, come al solito troppo criptiche. Alla luce di questo non c’è da stupirsi se i popoli potranno quindi decretare la morte dell’Europa, ovvero la morte delle super-burocrazie di Bruxelles.
Da questo punto di vista anche la stampa sembra aver giocato un ruolo non certo secondario: cosa ne pensa?
Certo. Nella vulgata dei media, infatti, gli euroentusiasti degli albori, cioè chi ha lavorato nel nome di Adenauer, Schumann e De Gasperi, ora sono bollati come euroscettici soltanto perché fremono di fronte alla mortificazione della messa al bando delle radici cristiane mentre il tradizionale fronte degli euroscettici, di cui è storicamente protagonista la sinistra europea, con un’incredibile azione di trasformismo ora si fregia della patente di euroentusiasta. Questo è il cuore della partita degli ultimi venti anni, con il Parlamento europeo divenuto – grazie al suffragio universale – attore non secondario visto che è andato trasformandosi nel luogo in cui è stato possibile partorire un’idea dell’Europa tanto falsamente conforme alle intuizioni degli inizi quanto distante nelle determinazioni concrete dal cuore di un’Europa dei popoli e della sussidiarietà.
Come valuta la proposta dell’ex commissario Ue, Mario Monti, di escludere dall’Unione chi si rifiuti di ratificare il trattato costituzionale?
La valuto in modo severissimo: cosa facciamo, buttiamo fuori la Gran Bretagna perché non ha accettato l’euro? Questa logica del “prendere o lasciare” quando questo finisce di riguardare procedure e vantaggi economici per toccare il cuore di convinzioni e di valori di riferimento – sui quali, sia ben chiaro, non c’è stato dibattito né adeguato né trasparente – mi sembra un colpo basso al famoso spirito europeo. Che è uno spirito anti-ideologico ma anche anti-tecnocratico. La verità è che oggi l’Europa non è più la realtà che ha un po’ annoiato gli europei nel corso dei decenni passati perché appariva tanto lontana quanto inessenziale, ora si entra nel vivo e potremmo ritrovarci con un’istituzione in grado di garantire ma anche di stravolgere il nostro futuro. E quando il gioco si fa duro, è necessario mettere in evidenza ciò in cui si crede tenendo presente comunque che la cosiddetta Costituzione Ue è un trattato costituzionale la cui mancata ratifica non può compromettere quanto gli stati hanno già concordato nel loro cammino storico in termini di doveri e diritti rispetto alle prerogative dell’Unione.
Quando il gioco si fa duro, bisogna mettere in evidenza le proprie convinzioni: non sarà stato questo il “peccato mortale” di Buttiglione?
è poco ma sicuro che oggi le istituzioni europee siano qualcosa di più di un luogo in cui in astratto si predica la laicità delle stesse: per molti versi possono diventare addirittura luogo in cui la presunta laicità delle istituzioni è elevata a fondamentalismo del nulla di matrice nichilista, uno status ideologico che si oppone a qualsiasi contenuto valoriale che sfugga all’ideologia dominante. A questo siamo giunti attraverso un processo molto complesso, del quale è sicuro attore anche e soprattutto la capacità trasformistica, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, della sinistra filo-sovietica europea. ha sublimato la scomparsa dell’Internazionale comunista liquefacendosi ma in concreto occupando l’attuale partito socialista europeo e mutuando nel passaggio storico le fonti culturali e politiche del relativismo di una parte significativa dell’Occidente radical-chic. è necessario che con grande semplicità si dica ciò in cui si crede e si valorizzi il contesto istituzionale che gli organismi europei rappresentano proprio attuando una lettura non ideologica del principio di non discriminazione: in altre parole non si può pretendere che la logica del dubbio diventi logica del sospetto e finisca con il discriminare tutti coloro che appaiono avere una certezza morale da spendere nella costruzione del bene comune e della convivenza civile.
Sul Financial Times di lunedì 25 ottobre, a precisa domanda, Romano Prodi rispondeva che in caso di bocciatura della Commissione Barroso vedrebbe come un dovere il fatto di restare pro tempore a Bruxelles in attesa della formazione di un nuovo esecutivo. Non sarà una segreta speranza per sfuggire al pantano delle primarie in Italia?
Non penso che il fatto che Prodi resti altri due mesi – la sua presidenza tecnica durerebbe infatti solo fino a dicembre – crei un ostacolo per la politica italiana, ma certamente penso che diventerebbe una straordinaria arma in mano a chi nella sinistra del nostro paese sta cercando di fare la festa a Prodi. E sono in parecchi. Segretamente penso che Prodi, fin dall’inizio della querelle Buttiglione, abbia tifato per Barroso per evitare una fine prematura delle sue speranze. Alla luce di questa dichiarazione al Financial Times e di questa riflessione in chiave interna, però, mi stupisce che tra i più attivi a far cadere la Commissione ci siano gli uomini del gruppo dei Liberali, tra cui gli uomini della Margherita di Francesco Rutelli oltre a Jean-Louis Bourlanges, presidente della commissione europarlamentare che ha “bocciato” Buttiglione e uomo che proprio insieme a Francesco Rutelli ha creato il gruppo dei Democratici all’interno del raggruppamento Liberale al Parlamento europeo. Strano, soprattutto perché lunedì sul Corriere della Sera Rutelli annunciava che con Prodi era tutto risolto: in politica, si sa, questa è una dichiarazione che significa guerra.
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