L’Europa, Albione (e certi comuni Fini)

Di Vento Andrea
31 Gennaio 2002
Se la Spagna è la nostra grande alleata, la Germania fa retromarcia sui pregiudizi antiberlusconiani (e Parigi è in piena crisi di nervi, ormai isolata nel suo goffo tentativo di far passare il governo italiano come una riedizione del fascismo), la Gran Bretagna del laburista Blair prosegue nella scoperta che ha più affinità elettive con l’Italia della Casa delle Libertà che col precedente governo ulivista. Presente e storia di un’attrazione fatale, che (con le svolte politiche attese in Francia e Germania) potrebbe accelerare il tracollo della buro-socialdemocrazia egemone a Bruxelles di Andrea Vento

Il rapporto dell’Italia di Berlusconi con la Gran Bretagna sembra avviato verso una stagione positiva. Complici alcune intemperanze dei leader di Parigi e Berlino, Jacques Chirac e Gerhard Schroeder, dovute probabilmente alle imminenti elezioni in entrambi i Paesi, il Governo italiano si era trovato recentemente isolato, al punto da affinare progressive ed inedite strategie diplomatiche. Si pensi all’entusiastico rapporto stabilito con la Casa Bianca e il Cremlino.

Tony e Silvio

Nonostante il premier inglese sia un convinto (ma ancora minoritario) assertore del non farsi sfuggire l’opportunità dell’euro, i due leader (e José Maria Aznar) sembrano accomunati da una certa, a diversi gradi, diffidenza per il duumvirato franco-tedesco – su queste colonne Richard Newbury ha accennato ad «ambizioni imperiali» – sull’economia e la finanza del vecchio continente. Un modello di sovranità nazionale italiana che in tempi recenti era stato tratteggiato solo da Romano Prodi, sostenuto dagli allora vertici di Confindustria, quando, a Palazzo Chigi nel 1997, valutando l’ingresso del Paese nell’euro, teorizzò di far vedere i «sorci verdi» ai partner di Parigi e Berlino, potenziando la vocazione mercantile italiana a forza di svalutazioni competitive. Il modello “corsaro” fu però accantonato per la generale propensione dell’opinione pubblica all’euro e per il non secondario fatto che la Spagna di Aznar non era interessata a questa opzione.

Da buon politico, Blair, nell’accettare ora l’amicizia italiana, anticipa diplomaticamente i grandi mass media britannici, i cui commenti sull’attuale compagine governativa italiana stentano però a riallinearsi. Qualche passo avanti è stato fatto con la recente intervista a Berlusconi da parte di The Times. Timidi commenti positivi si cominciano a sentire a Londra, nonostante alcune “ammiraglie” della stampa continuino ad affidarsi a trite interpretazioni dei propri corrispondenti romani. Nelle ultime settimane il solito Economist non ha risparmiato veleni, anche sul tema caldo della giustizia. Lo stesso Blair deve poi fare i conti con tali opinioni ampiamente diffuse.

Del modello di “concerto” stretto che Chirac aveva pensato a Gand, escludendo l’Italia, Blair non è stato fin dall’inizio molto entusiasta. Ecco perché, in rapida sequenza, dopo il viaggio del premier di Londra in Medio Oriente, si è assistito ai colloqui di Genova con Berlusconi, ed al successivo incontro a quattro di Downing Street. Numerosi infine sono gli interessi comuni anglo-italiani in alcuni settori dell’economia. Quello dell’industria della difesa ad esempio con il partenariato Westland – Agusta e con la storica presenza in Italia della Marconi. Anche nel settore degli idrocarburi, l’Eni sta operando alcune acquisizioni di medie aziende energetiche britanniche. Una strategia, quella del cane a sei zampe, che va di pari passo con la diversificazione delle fonti, non più unicamente da Paesi con discreto rischio sovrano, nel Mediterraneo come nella Csi, ma anche dal Mar del Nord, quindi Gran Bretagna e Norvegia, che rappresentano ora il 20% della produzione Eni del 2001. Quota destinata a crescere.

I conti con la storia

Gli stereotipi, che riaffiorano su certa stampa inglese, sono difficili da superare soprattutto se, accanto agli ultimi dieci anni di non esemplare continuità politica italiana, si affiancano secoli di storia patria e di classi dirigenti anch’esse discontinue.

Dal proprio canto nel tempo l’establishment italiano ha solo affettato una simpatia anglofila, limitandola per lo più al costume o alla cultura, non certamente alla dimensione politica, industriale e finanziaria, preferendo in questo caso modelli di importazione europea continentale. Si pensi alle idee del Risorgimento, che videro maggioritari modelli bonapartisti o giacobini e minoritari quelli liberali o socialisti fabiani. Gli attenti osservatori sanno di quanto Giuseppe Garibaldi nel maggio 1860 sia stato aiutato nell’impresa dei Mille dalla Royal Navy, e di come, sbarcando a Marsala, avesse scelto un tradizionale “emporio” delle grandi famiglie anglo-siciliane produttrici di vino. Frutto di una visione geo-politica di Londra volta all’indebolimento delle posizioni francesi ed austro-ungariche in Italia, e per derivazione dello Stato Pontificio, ma alla quale non corrispose una reale attenzione dei governi sabaudi, nei tempi a seguire più sensibili alla Berlino di Bismarck. L’ancor meno ascoltato e minoritario Giuseppe Mazzini visse esule a Londra. Anche la dimensione industriale degli opifici italiani, e quale conseguenza quella finanziaria, nel 20mo secolo è solo apparentemente di ispirazione anglosassone, poiché il prevalere della piccola e media impresa ha sancito una certa e ben nota tipicità italiana. I capitali provenienti dall’estero, dalla fine dell’800 agli inizi del ‘900 furono prevalentemente tedeschi.

South Kensington (non solo un film)

Gli inglesi da qualche decennio hanno anche realizzato che la propria cucina è inferiore. Non deve quindi sorprendere se a Londra continuano ad essere aperti numerosi eleganti ristoranti italiani. Lo stesso vale per la moda. Passeggiando per South Kensington possiamo quasi sentirci a casa, grazie anche alla nutrita colonia di italiani, per lo più operatori della finanza.

Alcuni stereotipi inglesi per la massa feriscono gli italiani, si pensi alle spesso declassate nostre virtù belliche, se si eccettuano le generose parole di Winston Churchill nei confronti degli uomini della Folgore all’indomani di El Alamein. Uno sport, quello della guerra, che agli inglesi è sempre piaciuto assai, come del resto il calcio. La dura rivalità anglo-italiana ha caratterizzato decenni di confronti sui campi sportivi, culminata con la tragedia di Heysel del 1986 e gli scontri a Cagliari del 1990. Ora, complice il ricco marketing calcistico, si assiste ad una quasi cavalleresca reciproca stima, con numerosi calciatori italiani che decidono di attraversare la Manica. Gli inglesi ammirano ora il nostro calcio e, ad ulteriore dimostrazione, ben cinque sono i militari italiani di stanza a Kabul che un ufficiale di Sua Maestà la Regina ha selezionato nella squadra della Forza Internazionale di Sicurezza da schierare contro la rinata nazionale afghana.

Si è detto che la storia non ha aiutato molto l’Italia a stabilire un rapporto di reciproca fiducia con l’Inghilterra in questi secoli. Eppure, come ci spiega Fernand Braudel, il modello iniziale socio-economico inglese, che si consolida nel ‘400, si era ispirato a quello italiano delle grandi e ricche città portuali o mercantili, miracolate dalle Crociate. Fino a tutto il 14mo secolo i banchieri italiani, noti come Lombardi, controllavano la finanza del Paese. Erano anche italiani i grandi mercanti di tessuti e spezie. Ma qualcosa si rompe nella prima metà del ‘500 per un insieme di ragioni: innanzitutto la pochade matrimoniale di Enrico VIII (il Papa non era contrario al divorzio con Caterina d’Aragona ma dovette fare i conti con il nuovo dominus continentale, Carlo V, nipote della regina); la conseguente rottura del 1534 con la costituzione della Chiesa Anglicana, cui seguirono la confisca di tutti i beni della Chiesa Cattolica, redistribuiti ai nobili, le persecuzioni dei cattolici e le esecuzioni di Tommaso Moro e del cardinale John Fisher. Vi erano poi ragioni di tipo economico: l’Inghilterra cambiava banchieri, andando a preferire progressivamente i fiamminghi e gli ebrei, quest’ultimi cacciati dalla Spagna. L’Italia infine perdeva terreno sul piano economico a causa delle nuove rotte commerciali, scaturite dalla scoperta dell’America.

De fide

Il tema del dialogo interreligioso come ulteriore chiave di lettura dei rapporti fra queste due culture è ancora estremamente attuale, anche se con toni ora ben diversi da quelli di un tempo. Grazie ad una ben organizzata minoranza cattolica, che non ha mai cessato di esprimere autorevoli esponenti della vita culturale inglese, si è prodotto fin dalla fine del 19mo secolo un discreto ma fondamentale riavvicinamento. In tal senso va ricordata l’azione nell’800 del cardinale John Henry Newman, già pastore anglicano, e del Movimento di Oxford. Eminenti teologi cattolici sono ora ottimisti sui progressi futuri: viene ricordato, non a caso, il recentissimo sermone pronunciato dal cardinale Cormac Murphy-O’Connor, alla presenza di Elisabetta II presso la cappella anglicana di St. Mary nella residenza reale di Sandringham. Si tratta dell’ultimo passo – spiegano i medesimi teologi – di un discreto, ma avviato, invito da parte della Corona, il Protettore della Chiesa Anglicana, nei confronti di Roma.

Non si tratta di una rivoluzione ma degli effetti della crisi del modello modernista di questi ultimi anni, che porterebbero molti credenti anglicani al riavvicinamento ad una dimensione spirituale e quindi al cattolicesimo. Sempre secondo le stesse fonti, non essendovi più la potenza imperiale britannica verrebbe anche meno il significato di unire, sotto la guida della Corona, la dimensione religiosa nazionale ad un modello socio-economico. Si pensi al massiccio esodo di pastori anglicani di questi anni, diverse centinaia. Ben accettati da Roma, non senza alcuni problemi disciplinari, per i quali peraltro si cercano soluzioni, ad esempio con il clero uxorato. Il fenomeno non è comunque amplificato anche per evitare di irritare le stesse gerarchie anglicane. Altro caso particolare è quello dello stesso premier inglese, già cattolico, poi convertitosi a vent’anni all’anglicanesimo, fors’anche per affrontare la carriera politica, ora riavvicinatosi spiritualmente a Roma. Due o tre anni fa ha ricevuto l’Eucarestia, rendendosi agli occhi dell’opinione pubblica inglese cripto-cattolico o, peggio ancora, nicodemico, mentre a Roma è considerato cattolicissimo.

La storia avrebbe reso difficile in passato i rapporti, ma le nuove generazioni sembrano dare nuove speranze. Alla luce dei progressi culturali, politici, economici, religiosi potrebbe quindi forse giungere l’ora in cui l’Inghilterra non sarà più la “perfida Albione” e l’Italia non più una curiosa, e fors’anche divertente, scena della “Grand Opera”.

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