L’Europa bella coi lupi
Quella contro Saddam è una guerra che Edward Luttwak aveva previsto con largo anticipo. «La guerra all’Irak è dietro l’angolo» aveva spiegato un anno fa da queste colonne (cfr. Tempi 14, marzo 2002), «Blair sta preparando la sua opinione pubblica». Previsione sbagliata invece la sua riguardo all’Europa (che Luttwak immaginava si sarebbe allineata agli Usa) mentre Chirac ha confermato il vaticinio dell’analista politico americano («l’unica a frenare è la Francia») e il sospetto che il no war di Chirac non sia propriamente di natura ideale e umanitaria («Parigi recupererebbe mezzo punto di Pil se fossero revocate le sanzioni a Baghdad»). Oggi che l’offensiva su Baghdad è giunta ad una drammatica fase di stallo, l’ex consulente del segretario alla Difesa Usa e docente alle università di Berkeley e Yale, è sorpreso dall’«errore strategico» dell’amministrazione Bush. E da un’Europa che rischia di uscire dalla scena dei grandi protagonisti del riassetto geo-politico mondiale.
Come lei aveva previsto un anno fa eccoci in piena guerra con l’Irak. Però, al contrario di ogni previsione, grande è la solitudine della coalizione anglo-americana sotto il cielo e grandi sono le complicazioni di questa seconda cavalcata militare nel Golfo. Tutti imprevisti che saranno gravidi di conseguenze. Quali, secondo lei?
La guerra in Irak è un grave errore strategico per due motivi: primo perché già prima di questa guerra era emerso un eccesso di potere che intaccava gli equilibri mondiali. Caduta l’Unione Sovietica, finita la sfida giapponese, gli Stati Uniti sono rimasti lì: unico centro del potere mondiale. Questo potere era eccessivo per il sistema globale, oltre il punto culminante di potere utilizzabile. Ciò aveva già cominciato a scatenare la reazione non soltanto di coloro che facevano grandi affari con Saddam (per esempio la Francia), ma anche di popoli e paesi che non sono affatto antiamericani. L’amministrazione Bush non ha saputo prendere atto di questa situazione, l’eccesso di potere avrebbe dovuto essere gestito bene. Con una falsa umiltà. Bisognava stare zitti e, anche dopo l’11 settembre, fare finta di essere deboli. Tutta questa opposizione all’America non si sarebbe sollevata…
E il secondo motivo?
Saddam Hussein è un “cattivo” che fa paura a tutti i paesi mediorientali: Siria, Arabia Saudita, Egitto, Kuwait. Ma questi sono anche paesi che per ragioni culturali sono contro l’America. Perché, se la cultura americana si diffondesse in Medioriente, gli establishment governativi di quella regione rischierebbero di perdere il potere. Per i paesi arabi l’America rappresenta una minaccia quotidiana perché usa parole terribili come la parola “libertà”, perché propone l’immagine di donne emancipate e perché documenta altre cose “incredibili” (come la libertà religiosa e di coscienza, il diritto di informazione e di critica eccetera) peculiari di una società democratica, cioé aperta. Siccome però Saddam Hussein spaventava le leadership mediorientali, il ruolo di gendarme anti-irakeno assunto dagli Stati Uniti consentiva agli stessi Usa di continuare ad avere una certa influenza sul mondo arabo. Ma cosa succede se l’America va a distruggere Saddam? Succede che quanti avevano bisogno del poliziotto americano per difendersi dalla “minaccia Saddam”, non ne avranno più bisogno. Di qui l’errore di un’Amministrazione che sembra confondere una vittoria tattica con una vittoria strategica.
Se l’America non fosse stata lasciata sola dall’Europa la guerra oggi andrebbe diversamente?
Non lo so. Il fatto è che, vivendo da decenni sotto la protezione americana, l’Europa ha sviluppato questa strana idea che può rinunciare unilateralmente alla guerra. Dico “strana” perché sembra che in Europa si creda che sia sufficiente affermare di non volere la guerra per evitare che la guerra ti venga a cercare. è vero che attualmente non ci sono grandi potenze che minacciano di marciare sull’Europa e non si intravvede il pericolo di grandi guerre europee. Però è anche vero che il terrorismo islamico minaccia anche voi e, dunque, una piccola guerra contro di esso è sempre possibile…
Che impressione le fa questo movimento pacifista che forse va ben oltre le aspettative del regime di Baghdad?
Mi conferma nell’impressione che le dicevo prima, e cioé che la guerra all’Irak è un errore che ha dato l’occasione per schierarsi contro gli Stati Uniti come simbolo di un certo tipo di Occidente. Però vorrei ricordare agli antiamericani manifesti o latenti che l’America è anche l’Occidente che non si vergogna della propria identità e che all’occorrenza sa difendersi. è Occidente che “mena”? Sì, ma è anche quello che innova, costruisce, produce quella ricchezza che se non esistesse come prodotto di un certa civiltà, mi risulta difficile immaginare come si potrebbe inventare e, di conseguenza, provare a distribuire secondo quelle esigenze di maggior equità e giustizia che vengono oggi richieste dalle stesse opinioni pubbliche occidentali.
Come giudica l’Europa dell’asse “franco-tedesco” che dice “no” all’America?
Le motivazioni di Schroeder sono puramente elettorali. Schierarsi sul fronte pacifista è stata una mossa molto utile per vincere le elezioni. Bloccato sul fronte delle riforme interne, non potendo mettere a posto le cose in casa propria, si è giocato la leadership puntando tutto sulla politica estera. E così questa posizione gli è servita a vincere le elezioni, non certo a migliorare i conti pubblici della Germania. Il “caso Francia” è differente…
Perché sarebbe “differente” la posizione della Francia?
Perché i francesi sono stati presi dalla “sindrome del balcone”. Mi spiego: sono partiti con la classica posizione neo-gollista che prevede, come sempre, di prendere subito le distanze dagli Stati Uniti. Salvo poi, nel corso della crisi, dopo aver ottenuto molti segni di considerazione, rimettersi in linea a recitare la parte dei bravi alleati, come è accaduto nella campagna militare in Afghanistan e nella prima Guerra del Golfo. Questa volta però le cose hanno preso una piega diversa. Chirac è “andato al balcone”, la folla lo ha applaudito e lui si è fatto trascinare dalla folla. Così è successo che i francesi hanno deviato dalla loro tradizionale posizione – fortemente occidentale ma sempre differenziata – e hanno abbracciato una posizione antiamericana. Hanno perso il controllo ed è un disastro per la Francia. I tedeschi infatti non rimarranno con loro. I tedeschi sono antiamericani per una stagione elettorale, per un governo. I tedeschi non possono seguire la Francia sulla strada dell’antiamericanismo, perché sanno che qualora avessero un qualsiasi problema di sicurezza, dai francesi possono avere come aiuto solo una banda militare che suona la Marsigliese.
Consigli per il nostro Vecchio Continente?
Se voi in Europa volete fare un’esperienza politica fondata sulla speranza che la guerra non esista avrete bellissimi anni di pacifismo. E poi non ci sarà un solo europeo in giro per il mondo. In Europa l’innovazione diminuisce e tutti sono lì a contare i loro piccoli risparmi, ripiegati su se stessi. Che sia una guerra cretina non mi sorprende. Ma come potrebbe crescere l’Europa, se tedeschi, francesi, italiani si cullassero nella demagogia pacifista e non facessero una ristrutturazione seria del loro sistema? L’unica possibilità di crescita per l’Europa è l’aggancio alle economie in crescita (Cina, India, Stati Uniti). Se rimanete attaccati ai vostri vecchi schemi non potete salvarvi. Per questo, soffermarsi sul fatto che gli Stati Uniti stanno facendo una guerra cretina o sbagliata o controproducente, è assurdo per l’Europa. Perché non è questo il problema dell’Europa. Il problema dell’Europa è tornare a far parte dell’Occidente che cresce e si sviluppa.
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