L’Europa in guerra con se stessa
Due giorni prima degli orrori dell’11 marzo a Madrid, che hanno stravolto i termini della competizione elettorale del 14 marzo, José Maria Aznar ha rilasciato a Le Monde un’intervista esemplare, che è ad un tempo il suo testamento politico ed il manifesto dell’“altra Europa”, quella che non accetta il modello giacobino-renano dove l’iniziativa economica ed i bisogni della società civile sono sottomesse alla tutela dei burocrati nazionali e sovranazionali (Bruxelles), dei sindacati e delle nomenklature di partito. Ad una domanda sulla differenza fra il suo modello e quello socialdemocratico di Francia e Germania risponde: «Se si guardano i dati economici europei e americani da vent’anni a questa parte, si vede molto chiaramente che l’Europa ha perduto influenza. Se c’è stata un’unanimità socialdemocratica, non è stata utile all’Europa. Non c’è da vantarsi di un modello che produce milioni di disoccupati. Il mio modello sociale, è la crescita, l’occupazione, la flessibilità, la garanzia dell’avvenire e l’uguaglianza delle opportunità… Non ci si può lamentare tutti i giorni del sistema americano e avere meno crescita, essere meno flessibili, meno competitivi e creare meno posti di lavoro di loro. Smettiamo di lamentarci e cerchiamo di fare meglio». Un’Europa che ha smesso di lamentarsi, di inveire contro la globalizzazione e di manipolare la retorica del welfare State e della coesione sociale messe in pericolo dal neo-liberismo soltanto per difendere uno statalismo che garantisce potere clientelare e rendite di posizione ad alcuni, c’è. Non è soltanto l’Europa della Spagna di Aznar coi suoi lusinghieri progressi economici (vedi articolo alla pagina seguente): è anche l’Europa della Gran Bretagna di Tony Blair e del suo new labour che non hanno rinnegato le riforme dell’era Thatcher, ma hanno cercato di definire una “terza via” centrata sul nuovo civismo della stakeholders society, la società dove alla lotta di classe si sostituisce la collaborazione perché gli interessi generali sono comuni; è l’Europa dell’Irlanda, la “tigre celtica” che ha approfittato al massimo delle opportunità della globalizzazione e dell’adesione all’Unione Europea, e dopo aver saputo cavalcare al meglio la breve stagione della new economy ora ha oculatamente investito risorse finanziarie e sociali nella knowledge economy, l’“economia del sapere”; è l’Europa della Polonia che senza complessi si comporta sullo scacchiere internazionale come una media potenza, e alle rimostranze franco-tedesche per il suo ruolo al fianco degli Usa nella crisi irakena risponde che «non si può chiedere a qualcuno di scegliere fra il padre e la madre», cioè fra l’America che ha aiutato i polacchi a liberarsi e l’Europa che oggi li accoglie nella casa comune. È l’Europa della Grecia che decide di girare pagina, di mandare all’opposizione il “naturale partito di governo”, il socialista Pasok che è stato al potere per 20 degli ultimi 23 anni, semplicemente perché «la Grecia merita di più» di una crescita economica senza acuti, appesantita da un clientelismo soffocante. È l’Europa che fa meglio.
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