L’ex nunzio denuncia: in Turchia la cristianofobia è istituzionale
Nella sua risposta all’ultimatum della Ue, la Turchia ha fatto capire che non intende cedere su Cipro. Ma non si è espressa sulle proprie insufficienze in tema di libertà religiosa – così cara al Papa che ora si appresta a visitare il paese – su cui il rapporto della Commissione europea è stato chiaro («non c’è nessun progresso sulle difficoltà incontrate dalle comunità religiose non islamiche sul terreno»).
Non molto tempo fa, infatti, l’ex nunzio apostolico in Turchia, monsignor Edmond Farhat, aveva detto che «in Turchia, paese che si definisce una democrazia laica, la libertà religiosa esiste solo sulla carta. Viene sancita dalla Costituzione, ma nei fatti non viene applicata». Il prelato, oggi di stanza a Vienna, ha rilevato che «mancanze nell’applicazione delle leggi a tutela dell’esercizio delle altre religioni, processi che durano decenni, strani ritardi e rinvii a ripetizione, reticenze e resistenze fanno pensare a una strategia per non consentire ai cristiani la stessa libertà di cui godono le religioni non cristiane in Europa». Farhat parla addirittura di “cristianofobia istituzionale”. Un esempio? La vicenda di alcuni missionari protestanti che avrebbero distribuito vangeli gratis provocando quello che vari giornali e politici turchi hanno definito un “pericolo missionario”. «Si è gridato allo scandalo per una semplice e presunta attività di proselitismo. Il proselitismo è forse un reato? No. Eppure, il ministro di Stato per gli Affari religiosi, Mehmet Aydin, ha dichiarato che i missionari minacciano l’unità della nazione». «Un sacerdote cristiano – continua Farhat – per avere il permesso di soggiorno, che tra l’altro deve essere rinnovato ogni anno, viene sottoposto a pratiche lunghissime e complicate con ritardi inspiegabili e rimpalli da un organismo ad un altro».
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