A lezione di libertà
L’Irak non è un paese: l’Irak è una metafora, è un titolo di telegiornale gridato in apertura e declinato senza tema di modifica secondo i canoni dell’emergenzialità più ideologica. Dell’Irak conosciamo i quotidiani “bagni di sangue”, le “stragi”, l’instabilità, le truppe di occupazione, la resistenza e gli insorti. Conosciamo una nazione in guerra, non un paese uscito dalla guerra di liberazione e ora alle prese con le ultime sacche di una resistenza violenta che non vuole cedere all’avanzata inarrestabile di quel germe chiamato libertà. Dell’Irak conosciamo questo perché vogliono farci conoscere questo. Ma fuori di metafora c’è anche un altro Irak fatto di persone che quotidianamente sfidano la negatività del mondo che li contorna e cercano di ricominciare. Anzi, di cominciare. A vivere, per la prima volta, liberi dalla paura e dal silenzio.
Sono uomini e donne normali, sono il vero Irak, quello che grande stampa e televisione preferiscono nascondere come la polvere del tempo e del buonsenso sotto il tappeto di una casa bella, ricca ma sporca come la coscienza di un Occidente stanco e pronto alla resa. Uomini e donne del vero Irak, la scorsa settimana, erano a Milano. Si chiamano Basim, Fatima, Hasanein, Tarek. I loro nomi, i loro volti, al grande pubblico dei telegiornali e a quello quotidiano dei tram affollati non dicono nulla: vederli attraversare le strade di Milano durante la loro settimana di soggiorno-studio significava riconoscere nei loro sguardi lo stesso indifferente insieme di storie lontane che suscita in ogni milanese l’incontro con uno straniero. Loro, però, non erano e non sono extracomunitari “normali”: loro sono iracheni venuti a Milano con la voglia di “imparare la democrazia”. Dovevano essere in 11, erano solo in 7 per i soliti motivi burocratici di visti e permessi: ospiti dell’Aseri (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e del Landau Network-Centro Volta di Como, i nostri sconosciuti eroi del quotidiano erano un veterinario, un ingegnere, un dentista, uno studente di filosofia, uno studioso del Corano. Ma, soprattutto, sono amministratori locali del nuovo Irak post-Saddam Hussein.
Fanno parte dei provincial councils di Baghdad, Bassora e Wasit e a Milano sono venuti con un intento molto chiaro: imparare qualcosa in più della difficile arte della governance, assaporare il sapore dolce della democrazia e della libertà, il peso quantomai leggero del dover prendere decisioni per il futuro proprio e dei cittadini iracheni che li hanno delegati a rappresentarli.
il coraggioso sorriso di fatima
Sembra retorica, quella un po’ melensa che contorna sempre le storie post-belliche. E forse lo è. Ma andate a dirlo a Fatima Hassan che certe frasi fatte non stanno bene nella società engagè del politicamente corretto, che nei salotti buoni non si deve dire che Saddam era un dittatore – uno dei peggiori e più spietati – e che il fatto di averlo tolto di mezzo è un bene, a prescindere dal colore delle mostrine dei soldati che lo hanno reso possibile. Fatima è una donna dagli occhi che sorridono sotto il velo e sprizzano voglia di vivere ad ogni ora del giorno, una donna che prima di diventare consigliere della provincia di Baghdad ha passato dieci anni nelle galere del rais come oppositrice politica. Lei, esponente del partito islamico, ha conosciuto le torture, le privazioni, la paura, l’umiliazione: lei ha vissuto fino in fondo sulla sua pelle la spietatezza di quel regime che qualcuno rimpiange poiché “laico” e quindi in grado di tenere sotto controllo il terrorismo islamista. Balle. Come quelle del fosforo bianco usato per uccidere i civili di Falluja, quando invece l’unico scopo del suo utilizzo è stato quello di illuminare il teatro dell’attacco. Loro lo sanno. E vogliono dirlo, anche se sottovoce e con il timore di chi, seppur libero dal rais, ha ancora remore a parlare liberamente.
Ma qui, nell’Italia che amano anche per quanto sta facendo per il loro popolo, non potevano non venire. Dunque a scuola per una settimana di corso: puntuali, ogni mattino alle 9.30 si sedevano sui banchi delle due sale della palazzina dell’Aseri in zona San Vittore e cominciavano le lezioni. Governance, finanza, mercato, politiche pubbliche, gestione delle risorse: hanno studiato un po’ di tutto, hanno seguito, interrotto, chiesto spiegazioni proprio come tutti gli studenti del mondo. Hanno sbadigliato per il sonno che nelle grigie mattine milanesi ti copre gli occhi come una coperta, hanno parlato di loro o taciuto intimiditi per ore di fronte a slides e lucidi rimandati sullo schermo di un proiettore, hanno scattato fotografie ai loro professori come si faceva durante le gite del liceo, quando il prof diventava un amico e tutto sembrava meno pesante.
Professori come Vittorio Emanuele Parsi, che ha fatto gli onori di casa durante il primo giorno di lezione premettendo che «noi non abbiamo la presunzione di voler insegnare la democrazia a nessuno, vogliamo solo offrire strumenti e condividere delle esperienze. Io, per quanto mi riguarda, in tema di democrazia ho soltanto da imparare da un ex prigioniero politico». Come Piero Giarda, come Andrea Locatelli, come Floriana Cerniglia. Professori, ma anche – in fondo – amici di cui si vuole portare a casa un ricordo.
Così, ogni volta che la lezione finiva, eccoli scattare in piedi come tanti turisti giapponesi in pellegrinaggio laico per le vie del quadrilatero della moda: uno mima il gesto della foto al prof, un altro mette a fuoco con la macchina rigorosamente digitale e tutti contornano il loro dispensatore di saggezza e verità per uno scatto da mostrare con orgoglio al ritorno in quel pericoloso ma non più disperato cantiere di libertà che si chiama Irak. All’ora di pranzo, appena terminata la sessione mattutina, eccoli disporsi in fila per la preghiera: sono in quattro a seguire tutti i giorni lo stesso rituale, gli altri aspettano fuori dalla porta fumando una sigaretta dietro l’altra e ridendo. Poi, dopo aver mangiato, ancora in aula: a leggere, ascoltare, interrompere, cercare di capire e porre in pratica. Come quando, parlando di un tema serio e serioso come il fallimento delle politiche pubbliche, la metafora del pescatore e del fiume inquinato dall’azienda che non rispetta i parametri ambientali ha scatenato un vero e proprio pandemonio di pareri, mentre gli unici due italiani presenti in aula si guardavano tra il compiaciuto e l’attonito. Poi, in un attimo, tutto si ricompone: il suk di voci e commenti è finito, la lezione può proseguire.
«GRAZIE ITALIA DI AVERCI LIBERATO»
«Thank you very much», così ad ogni fine di sessione il sempre elegante dentista Juma’ah Al-Maiahy ringraziava – a nome di tutti – con il suo inglese duro, quasi tedesco, l’insegnante di turno: quello che travestendoli dottamente da finanza e mercato, aveva parlato loro di libertà e democrazia. Un vita difficile anche la sua, perché Juma’ah Al-Maiahy per sfuggire a Saddam e ai suoi scagnozzi è dovuto scappare lontano, abbandonare tutto per nascondersi in quel ventre di democrazia e libertà che si chiamano Stati Uniti d’America. Era forse destino, il suo: prima si è visto costretto ad andare negli States per sfuggire alla prigione e alla morte, poi sono stati gli americani ad andare da lui per fare in modo che quella minaccia non incombesse mai più su di lui e sul suo popolo. Sta seduto con grande compostezza, giacca e cravatta sempre intonate, gli abiti che sembrano usciti un secondo prima dal ferro da stiro, i baffetti ben curati, i capelli pettinati all’indietro e, immancabile, la spilla della bandiera irachena puntata sul bavero. Sedeva sempre allo stesso posto, nell’ultima sedia disponibile del lato lungo della ferro di cavallo in cui erano disposti i banchi: al suo fianco, un curdo, simbolo di una convivenza non solo possibile ma ricercata, disperatamente rincorsa fino a Milano. «In Irak siamo fratelli, tutti fratelli – dice a Tempi -. Non ci sono differenze, i matrimoni misti stanno aumentando e con il passare del tempo lo faranno sempre di più. Il nostro futuro, il futuro del nostro paese, dobbiamo costruirlo insieme». Un tipetto di quelli tosti, il nostro Juma’ah Al-Maiahy.
Lo si è capito subito nel corso dell’incontro tra la delegazione e il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, tenutasi nel corso della prima giornata di incontri. «Vi diciamo grazie per quanto state facendo in Irak, grazie per aver cancellato l’80 per cento del nostro debito nei vostri confronti e grazie soprattutto per averci liberato da Saddam Hussein. Non dovete andare via, non ora: quando saremo pronti, quando avremo un esercito e una polizia in grado di gestire la situazione allora sì, ma adesso dovere restare al nostro fianco». Concetti sconvenienti, non c’è che dire. Soprattutto se riferiti da uno che i metodi poco ortodossi del Mukabarat li ha vissuti sulla sua pelle e non immaginati dopo un film di Michael Moore su quel demone bellicoso di George W. Bush. Concetti che restavano sospesi nell’aria mentre in basso, sui banchi, la futura classe dirigente dell’Irak liberato e libero si preparava alla sfida più grande: quella con il proprio futuro.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!