Lezione finlandese
Le indagini Pisa (Programme for International Student Assessment) promosse dall’Ocse nel 2000 e nel 2003 sulla literacy (competenza funzionale) dei 15enni in matematica, lettura, scienze e problem solving, estese a 30 paesi dell’Ocse e a 11 paesi partner, hanno coinvolto più di 250 mila ragazzi. I ragazzi finlandesi oscillano tra il primo e il secondo posto in tutti gli oggetti di indagine. L’Italia è al 31° posto, la Lombardia al 9°. Posizioni analoghe nelle altre competenze. Perché la Finlandia realizza un tale successo formativo? Per rispondervi l’Associazione Treellle, presieduta da Attilio Oliva, già responsabile scuola di Confindustria, nel settembre del 2004 ha chiamato a Roma i finlandesi. Il dott. Jaeppinen, direttore generale del ministero dell’Istruzione finlandese, ha spiegato alla platea di politici e funzionari ministeriali italiani i quattro fattori di successo del sistema educativo finlandese. Inutile qui infierire sull’obiezione-clou di molti ascoltatori “qualificati”: l’Italia non è la Finlandia! Giudicheranno i lettori se la Finlandia sia davvero così inimitabile.
Primo fattore: la formazione, la selezione, l’assunzione degli insegnanti. Tutti i docenti, esclusi quelli della scuola materna, debbono conseguire una laurea specialistica di secondo livello presso le Università o i Politecnici (per gli insegnanti tecnico-professionali) e passare test attitudinali relativi alle capacità didattiche e relazionali. L’abilitazione all’insegnamento non dà diritto al posto di lavoro, neppure dopo che è stato introdotta un forma di numero chiuso, per limitare l’alto numero di richiedenti. Quando si liberano dei posti il Comune indice un bando di concorso. Sulla base dei risultati, il Comune propone alla scuola l’assunzione: il suo consenso è indispensabile. E se uno non trova posto di lavoro? Non entra in una graduatoria permanente di chi è arrivato secondo o terzo. Aspetta a suo rischio un altro bando o si dedica ad altra attività.
Secondo fattore: i curricoli. La legislazione nazionale stabilisce un numero minimo di ore di lezione per ogni materia dell’istruzione di base. Ogni Comune e ogni scuola possono decidere come articolare, organizzare, incrementare queste ore. Sia il curricolo nazionale che quello territoriale lasciano agli insegnanti grande libertà di scelta dei metodi didattici. La ragione è che, aggiunge Jaeppinen, «dobbiamo avere fiducia nella professionalità dei docenti». Essa è fondata sulla severità delle selezioni e delle valutazioni.
Terzo fattore: autonomia delle scuole e responsabilità dei Comuni. Le Università sono statali, tutti gli altri ordini di scuola sono gestiti dagli enti locali e dai Comuni. Anche loro la chiamano devolution! I Comuni che possono vantare livelli educativi elevati delle proprie scuole attirano famiglie sul proprio territorio. Si tratta di un vantaggio competitivo. Il che implica capacità di imposizione fiscale. Per quanto concerne l’istruzione, il governo centrale vi dedica il 57 per cento del fabbisogno, gli Enti locali il 43 per cento. I criteri di spesa sono definiti ogni anno attraverso una complessa trattatativa tra governo centrale ed enti locali.
Quarto fattore: il sistema di valutazione esterna. I finlandesi hanno abolito gli ispettori e hanno costruito al posto dell’ispettorato un Consiglio di valutazione dell’istruzione. Gli uffici periferici dello Stato monitorano esclusivamente l’organizzazione dei servizi, il Consiglio valuta la qualità dell’offerta formativa, l’Ente nazionale per l’Istruzione valuta gli apprendimenti. I risultati della valutazione vengono forniti al livello politico nazionale, alle scuole, agli Enti locali perché ciascuno, per la responsabilità che ha, migliori l’offerta educativa.
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