Lezioni dal popolo di Bogotà
C’è un’alternativa alla guerra aperta in Colombia? Da anni è attivo un movimento di protesta civile che denuncia le violazioni dei diritti umani compiute da tutti i contendenti, e continua con dignità mobilitazioni a favore di una soluzione negoziale del conflitto a base di marce, manifestazioni, raccolte di firme, messe, e altre azioni più o meno simboliche. La sua forza sono i martiri che ha dato; la sua debolezza la prospettiva da “né con lo Stato né con il terrorismo” in cui ha finito per richiudersi. Diverso da questo movimento, appare un nuovo fenomeno che è stato definito della “resistenza civile”, e che è nato nelle zone di conflitto, dalla mobilitazione spontanea di contadini e indigeni. I primi a muoversi sono stati gli indios di alcune comunità, che quando hanno visto i guerriglieri presentarsi per dare l’assalto alle locali stazioni di polizia hanno iniziato a mettersi in mezzo, agitando contro i fucili i loro “bastoni di comando” tradizionali, e frapponendo alla violenza i loro semplici petti. In varie occasioni le Farc sono state costrette a ritirarsi, e la tecnica si è estesa anche alle zone non indigene, sotto la guida di sacerdoti, sindaci e altri leader popolari, mentre pattuglie di indigeni, sempre armate di “bastoni do comando”, estendevano la loro azione al pattugliamento delle aree in cui si sospettava la presenza di sequestrati.
Invece di considerarsi né con lo Stato né con i terroristi, dunque, la resistenza civile è con lo Stato democratico, con tutti i suoi difetti, ma cui rimprovera con sarcasmo il paradosso per cui invece di essere i poliziotti a proteggere i paesani, finiscono a dover essere i paesani a fare da scudo coi loro corpi ai poliziotti. Ed è contro il terrorismo, di cui non discute le analisi sulle cause della povertà in Colombia, ma cui obietta che questa povertà non si riduce certo venendo a distruggere ospedali, scuole e chiese delle comunità. O sequestrando i cooperanti stranieri che vengono a dare una mano e i pochi imprenditori e professionisti che hanno il fegato di operare in quelle zone.
Per un po’, la dirompente forza gandhiana della resistenza civile ha messo in crisi le Farc. Ma ora sembra essere arrivata ai guerriglieri una nuova direttiva, secondo cui a chi offre il petto bisogna sparare addosso. Puraè, nel dipartimento del Cauca, è stato il villaggio dove la notte dell’ultimo dell’anno uno studente è stato così ucciso mentre gridava «vogliamo pace, non distruggeteci il paese!», suonando un tamburo. A quel punto i civili sono fuggiti, e gli assalitori hanno terminato di massacrare gli 8 soldati e 2 poliziotti della piccola guarnigione. Uno di loro, ucciso mentre era ricoverato in un ambulatorio, con una ferita alla gamba. Altri tre civili sono stati feriti dall’esplosione contro le loro case di cilindri di gas, l’“arma segreta” usata dalla guerriglia in questi assalti. Trenta case e il posto telefonico sono state danneggiate, mentre sono stati distrutti completamente la caserma della polizia, la Cassa Rurale e la canonica.
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