Liberi di scegliere?

Di Elisabetta Iuliano
05 Agosto 2004
Il mercato librario è dominato dal business degli “allegati” a periodici e quotidiani e dalla grande distribuzione, dove un unico monopolista decide cosa dobbiamo leggere. E le “major” ringraziano

In due anni100 milioni di copie : l’“invenzione” del libro allegato ai periodici ha cambiato radicalmente la fisionomia del mercato librario, da sempre asfittico e stagnante, in un paese come il nostro caratterizzato da indici di lettura tra i più bassi in Europa.
Ho detto “invenzione”, ma sarebbe più opportuno dire “reinvenzione”: non è la prima volta infatti che l’abbinamento viene proposto. Basti ricordare le iniziative dell’Unità veltroniana.
Una differenza, di non poco conto, va però segnalata: quelli erano libri oggettivamente poveri, brutti, fatti per essere letti; questi sono rilegati e belli, fatti per essere collezionati. Sono uno dei più chiari esempi di libro-oggetto, destinato a nobilitare l’arredamento di anonimi tinelli. Sono l’anello mancante tra i gloriosi, e oramai tramontati, illustrati del Reader’s Digest esposti come trofeo nelle case dei travet, e le varie Treccani rilegate in marocchino che facevano (fanno) bella mostra di sé nel salotto un po’ pretenzioso del medico condotto.
Chiara conferma è data dal fatto che, nonostante i 50 milioni annui di pezzi diffusi dai periodici rappresentino una quantità sterminata di libri, pari al 50% del totale delle copie vendute dai canali tradizionali nel settore “non funzionale” (cioè dei prodotti a cosiddetta fruizione letteraria), da un lato questi ultimi canali non paiono aver sofferto in modo particolare la concorrenza, se non nel comparto degli economici, dall’altro il misero numero di lettori del paese pare essere aumentato di un miserrimo 1,1%.
Tutt’altro che miseri gli impatti sui bilanci delle imprese editrici di periodici, che hanno registrato incrementi di fatturato e di utili strepitosi. Non a caso mentre l’ultima semestrale del gruppo Repubblica-Espresso si diffonde ampiamente sul tema “allegati”, definiti iniziativa oramai “strutturale”, il Corriere della Sera, con una iniziativa dai tratti potenzialmente fratricidi, appena mitigati da particolari accordi commerciali con Rcs Libri, vara la serie “Le grandi firme”, apprestandosi così a divenire editore di libri in proprio.
Difficile dire ora quale potrà essere l’esito sul medio-lungo periodo di queste nuove iniziative. Quel che è certo è che, in un modo o nell’altro, esse si collocano all’interno, e confermano, un panorama editoriale librario robustamente e sempre più decisamente oligopolistico, in cui i tradizionali assetti “plurali” paiono essere incamminati verso un tramonto tanto rapido quanto irreversibile. Dal punto di vista delle libertà tout court: il libro è un prodotto con altissima influenza, sia diretta sia mediata, sulla formazione delle pubbliche opinioni, e ridurre, quale che sia il meccanismo, le possibilità di scelta, significa ridurre alla base le libertà del cittadino. Dal punto di vista della libertà di intrapresa: i fattori alla base di queste evoluzioni sono riconducibili a tutto fuorché a una sana concorrenza all’interno di un mercato ben regolato. Sono invece ascrivibili a strategie di riduzione della concorrenza attraverso l’introduzione di artificiose stenosi dei canali commerciali, a erezione di barriere che ostacolano sino ad impedire il libero accesso ai mercati. Già in altre occasioni ci siamo occupati di quanto sta avvenendo sul canale tradizionale. L’impetuoso affermarsi delle catene di librerie, strutture che rispondono non solo a processi di concentrazione ma anche di pericolosissima integrazione verticale. Quel che si può forse chiamare “privatizzazione delle filiere”. Privatizzazione che è già integralmente avvenuta sull’unico canale che, ormai da parecchi anni a questa parte, ha mostrato forti dinamiche di crescita, e che su alcuni settori (ad esempio libri per ragazzi) ha assunto un peso preponderante: il canale della grande distribuzione (supermercati ecc.). Qui un’unica struttura (Mach2) detiene da sola il 70% del mercato, contro il 30% dell’unico “concorrente” (Opportunity).
Il modello operativo è semplice: Mach2 stipula contratti con le catene di supermercati, in virtù dei quali affitta, garantendo al gestore rotazione e marginalità, spazi commerciali con esclusiva merceologica. Dopo di che fa tutto, ad eccezione dell’incasso. Controlla il venduto, provvede a rifornimenti, al riordino degli espositori ecc. Ma soprattutto un unico buyer, al centro, decide gli assortimenti. Decide cioè quali libri saranno acquistati e immessi sul punto vendita; decide con ciò tra quali libri l’ignaro cliente avrà l’illusione di scegliere. Tutto questo per la formidabile cifra di 1.600 (avete letto bene: milleseicento!) supermercati, cui vanno aggiunti oltre 600 punti di vendita cosiddetti alternativi (autogrill, edicole degli aeroporti ecc.). Tutti con lo stesso ferreo, bolscevico, assortimento. Piccolo particolare: sapete di chi è Mach2? No? Basta che guardiate le sigle editoriali presenti: De Agostini, Mondadori, Rizzoli, Messaggerie (Gruppo Longanesi, con infinite sigle), Feltrinelli.
Secondo piccolo particolare: dicevamo dell’unico “competitore”, Opportunity. Sapete chi è l’azionista di riferimento? Messaggerie…
Se questo non è un cartello, che cosa sono i cartelli?

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