LIBERTA’ PER LE DONNE
Prima che l’industria dei maialini da ingrasso ci tediasse con le favole dei cowboy gay e delle lesbiche cieche, ci fu un tempo in cui le donne vagavano cupe sotto il segno della schiavitù, dell’oggetto di piacere, del servizio reso alla procreazione della specie. Le donne potevano allora essere mogli, concubine o sorelle, importante era il ruolo assegnato loro dalla morale dominante, variabile a seconda delle epoche. Poi, in Occidente, e in Occidente soltanto, venne l’epoca della cosiddetta emancipazione femminile. Sì parlò di rivoluzione. Ma, ovviamente, siccome nessuna rivoluzione sfugge al proprio destino di farsi legge, morale, convenzione, costume, man mano che il corpo femminile “liberato” ha conquistato fette di mercato crescenti, è successo che “donna moderna” sia diventato il marchio dell’autosufficienza, il simbolo dell’individualismo e della libertà dai legami. Libertà è divenuta sinonimo di “autonomia”, non solo rispetto al maschio (e viceversa) grazie al divorzio, non solo rispetto alla maternità (qui il maschio è impotente) grazie all’aborto, ma rispetto alla totalità dello stesso corpo femminile (di qui l’urgenza onusiana di legittimare sotto la sacra effigie dei “diritti umani” i programmi tecnici e ideologici di aborto, cosificazione dell’embrione umano, sterilizzazione, controllo delle nascite, promozione dell’industria dei contraccettivi).
Nel quadro di questo nuovo conformismo morale che fa della donna e della sessualità congegni autonomi rispetto a quel fenomeno unitario che è la persona umana, sembra ovvia normalità ogni tipo di relazione diverso da quello uomo-donna e finalmente piena libertà la possibilità di ricondurre la sfera degli affari che riguardano la riproduzione sotto il potere della scienza e della tecnica. In questo quadro è anche vero che la famiglia, cioè l’alleanza naturale tra uomo e donna, è fatta fuori come l’istituzione più datata e, dunque, più trasgressiva e antagonista lo stato di cose presenti.
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