L’immigrata che piace alla Lega
«No, la trasmissione più seguita non è il telegiornale, ma la rubrica “Oggi ci hanno lasciato”». Cioè: annunci funebri? «Certo. La guardano tutti. C’è da moltissimi anni. Funziona e lo dico perché è vero e non per cinismo». Camelia Liana Jumatate, 31 anni, è la bella giornalista che conduce quattro volte la settimana il tg di Tele Clusone. Non è una figlia della Presolana, la celebre montagna che svetta su tutto e tutti, ma viene dalla Romania, una terra che specie di questi tempi trova spazio in prima pagina, e non certo per le gesta di Adrian Mutu. «E neppure per raccontare di quel maestro di storia delle religioni che è stato Mircea Eliade», ribatte con una punta di ironia e magari per farci intendere che la cultura non le è proprio indifferente. «Comunque, se è questo che vuole sapere, io qui non ho problemi con le persone, non mi trattano come straniera, una parola che tra l’altro non mi piace proprio. D’accordo, non si trova tutti i giorni una romena che conduce e fa servizi per una televisione locale della Val Seriana, magari fra un po’ di tempo accadrà più spesso. O no?».
Clusone con le sue ottomila anime è il più popoloso centro della Val Seriana. Il paese si arrampica fino a 650 metri sul livello del mare e tiene Bergamo a distanza, una trentina di chilometri. I milanesi conoscono bene la valle, non pochi infatti hanno da queste parti la casa di villeggiatura. Clusone, come del resto la gran parte della provincia ha una certa confidenza con la Lega Nord: le scritte sui muri che ci tengono compagnia lungo la provinciale fanno di tutto per ricordarcelo. Anche se qui e là si intrufolano altri proclami, sotto forma di dichiarazioni d’amore, per la propria fanciulla o per l’Albino Leffe, squadra di calcio che sta facendo molto bene in serie B: la risposta proletaria allo strapotere della magna Atalanta. «Problemi con la Lega non ne ho. Anzi molti ragazzi della Lega sono miei amici, parliamo di tutto, anche dei rom. Su quello qualche scontro lo abbiamo. Loro tendono a generalizzare, io invece sono per le responsabilità di ciascuno. Se un tizio sbaglia è giusto che paghi. Se mi piacciono i rom? Sì. Perché suonano, cantano, sono allegri, colorati…». Avranno pure qualche difetto. Camelia ci regala il primo sorriso: «Potrebbero lavarsi un po’ di più. Quello proprio non lo capisco».
La Rula Jebreal della valle «ma a me piace solo Lilli Gruber, ho letto i suoi libri, ma quando sono in video non penso assolutamente ad imitarla, sarebbe ridicolo», è arrivata in Italia nel 2001. Moglie di Giampaolo, più grande di tre anni, che lavora giù da basso, a Laglio, piccolo centro nei pressi di Dalmine, cittadina famosa per le sue acciaierie e ciminiere che fumano sempre. Si sono conosciuti in Romania «ad una festa di matrimonio, nel 1998. Ci siamo piaciuti subito. È nata una storia e nel 2001 ci siamo sposati». Una laurea in Legge presa a Bucarest, arrivata in Italia Camelia non ha abbandonato gli studi, adesso frequenta un master all’Università di Bergamo su Diritti dell’uomo ed etica della cooperazione internazionale. Questione spinosa, tema affascinante. «Ho fatto una tesi sulla Turchia, paese che qualche questione aperta con l’Europa ce l’ha», dice. E la scorsa estate ha partecipato a uno stage presso la sede delle Nazioni Unite a Ginevra. Ma prima di approdare in video ha fatto altri mestieri: in una sala bingo a Laglio «dove facevo orari assurdi, finivo all’alba». Intanto lavorava ai fianchi il suo Giampaolo per convincerlo a traslocare nella casa di montagna dei suoceri a Oltresenda Alta. «Così siamo andati a vivere in valle dove ho incominciato a lavorare in un bar di Gromo ed è lì che un giorno il proprietario di Tele Clusone mi ha proposto di lavorare nella sua tv, non come giornalista, ma per vendere spot. Ho accettato. Proponevo la pubblicità soprattutto ai negozianti. Mi dicevano che andavo bene. Però a me non piaceva. Volevo fare la giornalista». Ha iniziato a fare la corte alla redazione. Mica semplice inserirsi. Poi ha trovato con il proprietario un buon compromesso: un po’ in video e un po’ la vendita. «Le prime volte leggevo le previsioni del tempo e presentavo un programma di quiz. Quindi i primi servizi e la conduzione del tg al sabato. Ricordo ancora il primo servizio: una gara di rally a Borno, in Val Camonica».
Anche la sorella sul piccolo schermo
Suo marito non è un gran critico, le dice sempre che è brava, e questo la fa arrabbiare. «Si vede che mi vuole troppo bene. Io invece quando mi riguardo trovo una montagna di difetti. Ma la cosa che mi dà più fastidio è quando sbaglio gli accenti. Sa, tra romeno e italiano ci sono molte parole simili, come sìncer e sincero ad esempio. Mi sto impegnando per migliorare, sono testarda, non mi arrendo mai. Anche quando lavoravo al bar volevo lavare bene i bicchieri». E ci regala il secondo sorriso quando ricorda di quella volta che durante la diretta si ingarbugliò e anziché proseguire il più possibile con naturalezza, si bloccò imprecando al mondo con annesse parolacce su parolacce. «Non so bene perché ma pensavo che fosse una registrazione. Guardai il vetro e vidi tutti pallidi con il regista che mi diceva “sei in diretta”. Fu un incubo. Chissà se è capitato una volta anche a Lilli Gruber. Speriamo».
Camelia ha una sorella più piccola, 24 anni, che fa la giornalista sportiva in Romania per Realitatea tv. «Si chiama Violeta, stravede per il calcio che invece io detesto. Ha sposato l’ex capitano del Rapid Bucarest Nicolae Stanciu. Anche lei conduce il telegiornale, ma quello sportivo. Violeta è convintissima di voler fare la giornalista, io ho ancora qualche dubbio. Certo che mi piacerebbe scrivere o parlare dei temi che studio. Però devo imparare meglio l’italiano». Che comunque frequenta con una certa scioltezza, buttando lì, durante la conversazione in un affollato bar di Clusone dove non passa inosservata, parole come epistemologia ed estetica. E per la terza volta sorride quando, per ribadire che la cultura le interessa assai, ci dice di aver speso 64 euro in libri. Che detto così non fa notizia. Poi spiega: «Si trattava di una vendita di beneficenza all’interno di una biblioteca. Ogni libro costava un euro. Ne ho comperati sessantaquattro e quasi tutti di argomento filosofico. Mio marito non ha detto nulla, ma non si è neppure complimentato».
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