L’impero rosso contro il Papa

Di Newbury Richard
15 Dicembre 2000
Tentativi di infiltrazione in Vaticano, opuscoli del KGB sulla minaccia rappresentata dal Papa polacco, una politica per accentuare contrasti e rivalità nella Chiesa cattolica e fra questa e le altre Chiese: all’inizio degli anni Ottanta il Patto di Varsavia aveva identificato nel pontificato di Karol Wojtyla una minaccia mortale per il socialismo reale. E a Mosca erano al potere uomini che non avevano scrupoli a utilizzare l’omicidio pur di conseguire i propri obiettivi politici o di sicurezza. E ora, un superinvestigatore inglese fa il punto sul contesto in cui maturò l’attentato alla vita del Papa. Ecco cosa rivela l’ultimo libro di Nigel West

“Cia” sta per “Cattolici in azione” secondo Nigel West, autore de “Il Terzo Segreto – la Cia, Solidarnosc e il complotto del Kgb per uccidere il Papa” (Harper Collins, novembre 2000, £.19,99). Nigel West è lo pseudonimo del già deputato conservatore Rupert Allason, vicino ai Servizi Segreti e votato “Esperto degli esperti” dai colleghi scrittori di “storie di spie” per i suoi dodici libri di spionaggio. Attualmente Allason è editore europeo del Giornale di spionaggio e controspionaggio di Washington. Il libro è basato su documenti solo di recente sottratti al segreto di stato, a Mosca, Varsavia e Washington che mostrano il grado di coinvolgimento del Kgb nel fallito tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981.

Omicidio politico, abitudine sovietica
Papa Giovanni Paolo II è persuaso che “il diavolo ha sparato quel proiettile e la Santa Vergine lo ha fermato”. Una convinzione condivisa da Ali Agca, il suo attentatore. Per il primo Papa di origini slave, che ha conosciuto per esperienza diretta nazismo e comunismo, e “veri credenti cattolici” come Bill Casey, direttore della Cia, il Generale Vernon Walters, i Segretari di Stato Alexander Haig e Judge William Clark, il “diavolo” che ha sparato il proiettile era il Kgb, anche se è difficile rintracciarne le prove. Ad ogni modo, questo del “lavoro sporco” – l’assassinio politico – era un metodo tipico, come mostra West, del Segretario del PCUS Leonid Breznev, del capo del Kgb Yuri Andropov e di Vladimir Kryuchkov, vice di Andropov e suo successore. Quest’ultimo era stato personalmente responsabile dell’assassinio del presidente afghano Hafizmullah Amin nel Natale 1979, l’atto che segnò l’inizio dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Secondo il vecchio capo della sezione di controspionaggio del Kgb, generale Oleg Kalugin, “entro la fine degli anni ’70 il Kgb aveva virtualmente smesso di mettere a segno ‘lavori sporchi’, ma aveva mantenuto in servizio Sergei M. Golubev, membro del Direttorato Tecnico e Operativo che guidava la Kamera, nota anche come Laboratorio 12, creata da Stalin per progettare i metodi di eliminazione degli avversari. L’unità guidata da Golubev inventava nuovi metodi per uccidere, dai veleni che potevano essere versati nelle bevande delle vittime, a gelatine che spalmate sul corpo di una persona inducevano attacchi di cuore”. Erano strumenti già utilizzati, se pure senza successo, contro Alexander Solzenicyn e che avevano aiutato i Ds (Servizi segreti) bulgari ad uccidere nel 1978 Georgi Markov, un loro ex agente che aveva disertato a Londra. Poiché i Ds chiesero assistenza per la “rimozione politica” di Markov, si può supporre che anche la “rimozione” del “dissidente Pontiff” avrebbe richiesto un aiuto logistico. Certamente non sarebbe avvenuta senza che il Kgb ne fosse preventivamente informato, dal momento che, secondo la testimonianza dell’agente Ds Vladimir Kostov, che disertò nel 1977: “tra i membri dirigenti dei Ds c’erano anche un certo numero di funzionari del servizio segreto sovietico di origine bulgara. Abbastanza chiaramente, costoro applicavano in Bulgaria i sistemi che avevano appreso durante il servizio in Urss. In aggiunta, i Ds includevano tra le loro forze dozzine di consulenti sovietici. Questi consiglieri controllavano a stretta distanza le attività dei Ds e le decisioni a ogni livello”.

Parola d’ordine: infiltrare il Vaticano
Comunque, una prova ulteriore della complicità del Kgb nel tentativo di assassinare Giovanni Paolo II è offerta dalla reazione dello stesso Kgb e dell’Sb (il servizio segreto polacco) alla sua elezione. Il giorno seguente l’elezione papale, il residente del Kgb a Varsavia Vitali Pavlov inviò a Mosca questo rapporto: “Wojtyla ha una visione profondamente anticomunista. Senza opporsi apertamente al sistema socialista, ha criticato il modo in cui operano le agenzie statali della Repubblica popolare polacca formulando le seguenti accuse: i diritti umani fondamentali dei cittadini polacchi sono limitati; esiste un inaccettabile sfruttamento degli operai; le attività della Chiesa cattolica sono ostacolate e i cattolici trattati come cittadini di seconda classe; è stata organizzata una pressante campagna per imporre alla società l’ateismo e convertire i cittadini a un’ideologia estranea; la Chiesa Cattolica vede negato il proprio ruolo culturale privando in tal modo la cultura polacca del suo tesoro nazionale”. Il residente del Kgb a Roma Boris Solomatin cominciò a spiare il Vaticano. Contemporaneamente, in Polonia, la spia professionista Oleg Buryen, dietro le mentite spoglie di un editore canadese studioso dei missionari polacchi, contattò padre Josef Tischner, professore di Etica sociale all’università di Lublino, uno degli amici di vecchia data più intimi del Papa. La trionfale visita del Papa in Polonia nel 1979 e la nascita di Solidarnosc, insieme con la dichiarazione a Radio Vaticana che “il nostro obiettivo non è quello di distruggere un sistema politico, ma aiutare la nascita di una nuova società”, disturbarono ulteriormente la leadership sovietica. Il 16 giugno 1980 Pavlov informava Mosca che i suoi “amici” (l’Sb) erano riusciti a stabilire alcuni “contatti” molto vicino al Papa: “i nostri amici hanno importanti posizioni operative a disposizione in Vaticano, e queste gli consentono di avere l’accesso diretto al Papa e alla congregazione romana. Oltre ad agenti professionisti verso i quali Giovanni Paolo II è personalmente ben disposto e che possono ottenere un’udienza in qualsiasi momento, i nostri amici hanno agenti attivi tra i leader degli studenti cattolici che sono in costante contatto con i circoli vaticani e hanno possibilità di azione entro Radio Vaticana e nel Segretariato papale”.

Al centro di tutto la questione polacca
Gli obiettivi di queste spie erano “influenzare il Papa ad un sostegno attivo all’idea di distensione internazionale, di coesistenza pacifica e di cooperazione tra gli stati; esercitare un’influenza favorevole sulla politica del Vaticano in merito a problemi internazionali specifici; accentuare il disaccordo tra il Vaticano e gli Usa, Israele e gli altri Paesi; accentuare le discordie e i contrasti interni al Vaticano; studiare, escogitare e portare a termine operazioni per mandare all’aria i piani del Vaticano sull’aiuto e il sostegno alle chiese e agli insegnamenti religiosi nei paesi socialisti; sfruttare i contatti del Kgb nella Chiesa Ortodossa, e nelle chiese Armena e Georgiana; ideare e realizzare misure che ostacolino l’estensione dei contatti tra queste chiese e il Vaticano; identificare i canali attraverso i quali la Chiesa polacca accresce la sua influenza e rinvigorisce il lavoro della Chiesa nell’Urss”. Durante gli eventi che portarono all’introduzione della legge marziale in Polonia nel dicembre 1981, Breznev guardava con sempre maggior preoccupazione al Papa come a un pericoloso catalizzatore per la rivolta in Polonia, che costituiva “il punto debole della difesa sovietica”. Si dice che Giovani Paolo II avesse scritto personalmente a Breznev al Cremlino, minacciando di tornare in Polonia per guidare la resistenza contro qualsiasi tentativo di occupazione del paese da parte delle forze sovietiche un mese prima di accordare un’udienza al leader di Solidarnosc Lech Walesa, quando Wojtyla rilasciò il memorabile commento “il figlio è venuto a rendere visita al padre”. Inoltre i leader del Patto di Varsavia, come Teodor Zhivkov, Gustav Husak ed Erich Honecker, tenevano il Cremlino sotto una crescente pressione dal novembre 1980, perché si decidesse un intervento risoluto per distruggere il pericolo di una seconda Primavera di Praga mentre era ancora in germoglio. Il 26 novembre, Honecker incalzava Breznev a passare alle vie di fatto: “secondo le informazioni che ci giungono attraverso diversi canali, le forze controrivoluzionarie della Repubblica popolare polacca sono in costante offensiva, e qualsiasi ritardo del nostro intervento contro di esse significherebbe la morte – la morte della Polonia socialista. Ieri un nostro sforzo collettivo poteva essere considerato prematuro; oggi è essenziale e domani potrebbe essere già troppo tardi”. All’incontro del Patto di Varsavia convocato d’urgenza il 5 dicembre, non poteva esservi più alcun dubbio sulla pericolosità della situazione in Polonia per la stessa esistenza di quei regimi, e sulla violenta ostilità di quelli nei confronti del Papa polacco.

Come la Cia entrò in Vaticano
Prima del tentativo di assassinare Papa Giovani Paolo II, il cardinal Casaroli, Segretario di Stato, aveva respinto sdegnosamente i tentativi svolti da Bill Casey per stabilire un contatto tra la Cia e il Vaticano, ma in un secondo momento il Papa accettò di prendere visione di rapporti segreti, con fotografie dei paesi del Patto di Varsavia scattate dai satelliti spia. Per la Cia, il Papa fu una delle cinque persone responsabili della caduta dell’Impero Sovietico. Il generale di origine inglese Vernon Walters, educato in Inghilterra nella scuola “privata” dei gesuiti di Stonyhurst, era entrato nell’esercito americano nel 1941 come soldato semplice, divenne Generale Luogotenente già nel 1972, poi fu nominato Direttore aggiunto della Cia dal Presidente Nixon, finché questo poliglotta divenne Ambasciatore a disposizione del Presidente Reagan. Mentre ricopriva questo ruolo, gli venne assegnata dal Segretario di Stato americano, il cattolico Judge William Clark, la responsabilità di “spiegare al Papa le politiche degli Usa in materia di affari esteri e difesa. L’amministrazione era consapevole che esisteva una convergenza di interessi tra Chiesa Cattolica e Stati Uniti nel tentativo di contenere l’espansione comunista. Secondo le istruzioni ricevute, dovevo illustrare la situazione al Papa basandomi sui migliori rapporti di spionaggio disponibili”. Walters discusse con Giovanni Paolo II “della minaccia che ci derivava dai missili, dalle forze di terra convenzionali, dalla Marina e dall’Aviazione sovietica. Inoltre, quando il momento è stato favorevole, ho affrontato esaurientemente i problemi della Polonia e una volta sono entrato nel merito delle ultime informazioni sui campi di concentramento dell’Urss, che erano ancora operativi. Talvolta il Papa stesso mi indicava quali argomenti presentargli la volta successiva. Mi riceveva sempre da solo e se qualcuno tentava di interrompere le nostre riunioni lo metteva alla porta. I nostri incontri informativi generalmente venivano fissati, attraverso il Nunzio a Washington, dall’Arcivescovo (oggi cardinale) Laghi e dall’Ambasciatore al Vaticano William Wilson. Cercavo di adattare gli incontri in modo da farli durare non più di 40 minuti, compreso il tempo per qualche eventuale domanda che il Papa avrebbe potuto avere piacere di rivolgermi. Le sue domande erano in genere penetranti, e molto acute”. Il 7 giugno 1982 il Presidente Reagan ebbe un incontro di sei ore in Vaticano con Giovanni Paolo.

Sul Papa un libretto del KGB
Oleg Gordievsky, responsabile della residentura del Kgb a Londra, era stato arruolato nel 1973 dai servizi inglesi. Fu lui a mostrare all’MI6 l’opuscolo del Kgb “Misure per neutralizzare l’attività sovversiva del Vaticano”, diffuso tra tutti i responsabili degli uffici del Kgb. In esso si legge: “Negli ultimi anni il Capo della Chiesa Cattolica, insieme ai circoli di destra del Vaticano, stanno organizzando attività sovversive contro i paesi socialisti. In questa prospettiva, i responsabili del nostro Dipartimento attribuiscono massima importanza a un’intensificazione degli sforzi da parte dei membri della nostra organizzazione all’estero per penetrare, utilizzando agenti e altri mezzi operativi, all’interno dei centri cattolici dell’Occidente e per ottenere dati segreti sulle operazioni ostili in fase di preparazione presso il Vaticano, nonché per intraprendere misure attive su vasta scala intese a incitare figure importanti della Chiesa Cattolica a protestare in difesa della pace e per limitare la corsa agli armamenti”. “La tendenza anti-socialista nelle attività vaticane è diventata particolarmente rilevante con l’arrivo al soglio pontificio di Giovanni Paolo II, la cui ostilità verso i paesi della comunità socialista è condizionata sia dalle sue personali convinzioni anti-comuniste e anti-sovietiche, sia dall’influenza esercitata su di lui dai rappresentanti più conservatori del clero cattolico e da figure politiche reazionarie dell’Occidente, specialmente americane… il Papa e il suo entourage stanno facendo ogni sforzo, con ogni mezzo possibile, per cambiare i rapporti stabiliti tra le chiese e gli stati nei paesi socialisti. Alla luce dell’esperienza polacca, stanno cercando in primo luogo di ottenere la completa indipendenza della Chiesa dallo Stato, poi di rafforzare la posizione del clero reazionario nei paesi socialisti e infine di intensificare i sentimenti antisocialisti tra il clero e i fedeli”.

Il progetto: combattere la Chiesa con la Chiesa
In questo contesto matura la visita papale, temuta dal Kgb, alla Polonia, all’Ungheria e alla Jugoslavia, così come i progetti di visitare l’Urss e la Cecoslovacchia. Inoltre “i gruppi orientati a destra del Vaticano hanno da qualche tempo allargato considerevolmente la propria attività sovversiva contro il movimento di liberazione nazionale, soprattutto in America Latina”. E ancora “i principali cattolici reazionari, in cooperazione attiva coi leader dei paesi che guidano la Nato, stanno tentando, con l’appoggio del Pontefice, di indebolire il movimento pacifista. Giovanni Paolo II e i suoi sostenitori in Vaticano cercano di impedire ai cattolici e alle organizzazioni cattoliche di essere coinvolte in questo movimento”. Affrontare le minacce di destabilizzazione in casa propria nel blocco sovietico e il pericolo della fine della teologia della liberazione marxista nel Centro America, richiedevano una reazione del Kgb anche dopo il fallimento dell’attentato al Papa. La risposta consisteva innanzitutto nello spiare, in secondo luogo nelle minacce di un inasprimento delle sanzioni contro la Chiesa se “ci fossero state interferenze negli affari interni dei paesi socialisti” e, in terzo luogo, nel tentativo di dividere e governare “sfruttando, nell’interesse dei paesi socialisti, l’esistenza di qualsiasi dissenso interno al Vaticano, qualsiasi insoddisfazione constatata tra i cardinali più influenti per quello che era, secondo loro, “l’eccessivo entusiasmo” di Giovani Paolo II per la sua “politica verso l’Est” rispetto ad altri settori dell’attività del Vaticano. Inoltre bisognava ridurre al minimo i rapporti tra “le chiese Ortodossa russa, Georgiana, Gregoriana d’Armenia e le altre chiese cristiane”, e al contrario inasprire qualunque gelosia tra il clero italiano più ostile e la Curia riguardo “l’intenzione del Papa di rafforzare la propria posizione promuovendo polacchi, tedeschi dell’Est e altri non italiani nella gerarchia cattolica”. Sembra che a partire dal 1984 le mire del Kgb siano state ridotte, per intercessione della Vergine Maria direbbe Giovanni II, alla distruzione del carattere dell’avversario piuttosto che della sua vita.

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