L’impresa che fa gola
«Te le raccomando le inchieste in tv. Vengono dalle nostre parti per vedere cos’è questo benedetto nordest. Gli intervistati parlano tutti dell’importanza del lavoro. E che ci tengono a farlo bene. Ma chissà perché quando vedi il servizio in tv ti sembra che passi un messaggio un po’ ironico. Come a dire, quelli hanno in testa solo e sempre il lavoro. che tipi strani. Non credo che vada bene così. Forse che il lavoro non è importante? Che sbagliano i giovani a impegnarsi seriamente con quello che hanno di fronte? Mah. sarebbe giusto chiedersi se nel nord-est si vive solo del lavoro. Non credo. E a questo punto dico di me. Lavoro con più frutto se sono consapevole che la mia vita non si esaurisce in azienda. Solo così raccolgo soddisfazione. E mi sento meglio».
Questo signore che parla così è Alberto Bauli, un cognome che è garanzia di successo. Guida infatti da presidente l’azienda leader nella produzione di alimenti da ricorrenza. Pandori e panettoni, insomma. Con una quota di mercato del 28 per cento.
«Se parliamo in generale è chiaro che rientriamo nella categoria della piccola e media impresa. Se però ci riferiamo al nostro settore, non è più così, perché siamo grandi», dice. E in continua crescita. A luglio Bauli ha acquisito Doria, altro nome pregiato del food che strizza l’occhio al dolce: avete presente i frollini bucaneve? Con questo colpo di mercato Bauli si appresta a chiudere a 300 milioni di euro, che indubbiamente sono performance da grande realtà. «Abbiamo circa il 95 per cento di notorietà di marca, vuol dire che Bauli è un nome conosciutissimo da tutti». Magia della reclame. Dello spot. E del ruolo avuto dalla cosiddetta tv commerciale.
Il naufragio e la nuova vita
«Certo che è stata una rivoluzione l’ingresso sulla scena delle televisioni private. E questo grazie all’intuizione di Berlusconi che da imprenditore di successo ha avuto in concreto un atteggiamento favorevole per le imprese. Però non sarebbe giusto attribuire solo alla tv la notorietà di Bauli. C’è stato il boom della grande distribuzione che ha modificato il modo di fare la spesa degli italiani. Ma, prima di queste due rivoluzioni, c’è l’azienda. Con i suoi uomini, la sua personalità, i suoi valori, la sua visione. Un percorso virtuoso fatto di prodotti di qualità», assicura Alberto Bauli. Che hanno quale leva principale l’innovazione. Dove si è investito parecchio nel processo produttivo visto che «i nostri prodotti sono esclusiva dell’Italia e abbiamo dovuto noi sviluppare e implementare nuove tecnologie di produzione. In sostanza si sono industrializzati i processi artigianali, razionalizzandone e rispettandone le tecniche».
Alberto Bauli è entrato in azienda nel 1960. Ricorda che suo nonno faceva il panettiere a Verona. E che erano tempi grami. Suo papà Ruggero smise presto di studiare e imparò un mestiere andando a bottega, una pasticceria. Aveva carisma e capacità professionale. Nei primi anni Trenta, come molti veneti del resto, emigrò in Argentina. A Buenos Aires. Le cose laggiù andavano bene. Ma nell’ultimo viaggio, quello che portava con sé i macchinari, la nave affondava al largo di Rio de Janeiro. Un disastro che lo mise con le spalle al muro.
«Mio padre non si arrese. Per sei mesi fece il taxista, quindi trovò lavoro in una pasticceria importante di Buenos Aires». Siccome aveva talento e mentalità imprenditoriale, in poco tempo ne divenne il capo. Nel 1937 tornò in Italia e aprì una pasticceria con annesso il suo bel laboratorio nel centro di Verona. E nel 1953 avviava la produzione industriale. Arrivava così il Pandoro di Verona. Vent’anni dopo ecco il nuovo stabilimento. «Quale è stata la mia intuizione principale? Quella di introdurre in azienda la figura del manager e di creare un forte spirito di squadra. Per un imprenditore lavorare sull’azienda è fondamentale. E non è facile se il suo impegno si riduce al fatto di volersi arricchire».
Sentirsi a casa
«Alla lunga non tiene, stanca. È come quando bevi un bicchiere d’acqua. Il primo ti fa piacere perché hai sete. Il decimo non ti interessa più e allora.». E allora il senso del suo fare impresa deve trovarlo in altro. «Già, così guardo alle persone che lavorano in azienda. E mi dico che devo creare sempre le giuste motivazioni per raggiungere obiettivi importanti. Che devo riuscire a trasmettere quell’orgoglio di appartenenza che avverto come passaggio vitale. Questa è una partita che evidentemente non si chiude mai, però quando penso al salto di qualità di Bauli non posso che riconoscere che qualcosa di buono in questo senso è avvenuto», confessa. Forse perché gli è riuscito da ottimo imprenditore mettersi nella parte dell’uomo che per apprendere sa guardare e ascoltare. «Non vorrei passare per uno che la sa lunga, però mi piace che le persone che lavorano qui si sentano un po’ Bauli, anche dopo aver bevuto il decimo bicchiere d’acqua».
Alberto Bauli non ama spingersi troppo in là. Tuttavia non può fare a meno di sottolineare che il futuro è complicato, anche perché il consumatore è diventato un soggetto alquanto capriccioso. Ma anche perché le imprese in questo paese non è che vengano guardate con simpatia. «Metti insieme la cultura marxista che c’è eccome con una certa visione cattolica incline al pauperismo e capiamo perché l’impresa sia vista così. Infatti si fa molta fatica a riconoscere all’impresa il positivo che indubbiamente esprime». L’ideologia annebbia la vista? «Sicuramente non aiuta a vedere come stanno le cose, ponendo un freno a qualsiasi possibilità di sviluppo». Sviluppo che per Bauli non significa tagliare i ponti col passato. «Per noi il passato più che un ricordo è uno strumento».
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