L’incubo del paradiso terrestre
Un “regno di Dio” realizzato senza Dio – un regno quindi dell’uomo solo – si risolve inevitabilmente nella “fine perversa” di tutte le cose. (Spe salvi, n. 23)
Quante speranze ne L’età barbarica del regista canadese Denys Arcand, da venerdì scorso nelle sale. Tante speranze, piccole e grandi ma tutte irrimediabilmente deluse. In una delle sequenze finali di questo strano, terribile film stretto tra cinismo e disperazione, la moglie in carriera del protagonista (è l’agente immobiliare numero uno del Quebec e il suo nome è affisso ovunque a Montreal), sbotta così col marito senza qualità, impiegato statale depresso e deluso: «Ma che cosa vuoi da me? Ho fatto tutto quello che dovevo fare: dovevo sposarmi e mi sono sposata. Dovevo procreare e ho procreato due figli. Dovevo lavorare e ho avuto successo, dovevo rilassarmi e ho fatto yoga. Che cosa vuoi di più ?». Già, che cosa vuole di più Jean-Marc Leblanc? Ha un impiego sicuro, una moglie ricca, due figlie adolescenti, la madre anziana è ricoverata nell’ospizio migliore della città.
Ma Jean-Marc, una sorta di Fantozzi disperato, si ostina a sognare a occhi aperti: a sognare una donna che possa amarlo e magari pure ascoltare le sue preoccupazioni sulla salute della madre. Jean-Marc sogna a occhi aperti perché è infelice. È deluso da un lavoro (ai servizi sociali in un ufficio della regione del ricco Quebec) in cui non si sente utile e in cui conta più la burocrazia dell’umano, concetto ben sintetizzato dalla storia paradossale di un uomo rimasto senza gambe per un incidente che lo Stato chiama a risarcire il lampione che ha danneggiato. Al lavoro, poi il clima è quello che è: Jean-Marc non può nemmeno permettersi di dire «lavora come un negro» per motteggiare l’amico di colore, perché rischia di perdere il lavoro, perché la parola negro è semplicemente una “non parola” eliminata dal vocabolario da qualche anno da una solerte Commissione per la Lingua che l’ha sostituita con l’espressione “uomo di origini equatoriali”. E per farsi una sigaretta, poi, nel mondo della pellicola di Arcand bisogna vestire panni clandestini, perché una legge dichiara che non si può fumare a meno di un raggio di 2,5 chilometri dagli uffici statali e perché c’è una pattuglia antifumo con tanto di cane lupo al seguito pronta a catturarti e a farti perdere all’istante il lavoro. E poi la famiglia, con le ragazze con le cuffie perennemente alle orecchie, che minacciano di andarsene via di casa se il padre osa rimproverarle per la loro condotta sessuale un po’ “libera” e che gioiscono di cuore alla notizia della separazione dei genitori. «Ormai ero l’unica in classe ad avere ancora una famiglia», constata una delle due figlie, che poi aggiunge, cinicamente: «Trovatene una meno stronza, papà». È la famiglia nel Canada moderno secondo Denys Arcand, dove la madre di famiglia è una donna in carriera, che passa tutto il tempo incollata al telefono (anche al funerale del consorte, in uno degli incubi ricorrenti del marito). Una donna che non cucina ma riscalda al microonde piatti surgelati, che si scambia i videogiochi con le figlie e che non degna il marito neanche di uno sguardo. È l’età contemporanea descritta come oscura, l’età delle tenebre, traducendo alla lettera il titolo originale del film.
Il sessantaseienne Denys Arcand, ateo militante e anticlericale, ha voluto girare questo film come episodio conclusivo di una trilogia iniziata diversi anni fa con Il declino dell’impero americano e proseguita poi con Le invasioni barbariche, un film in cui al vuoto di senso si può rispondere solo con un’unica arma, il suicidio assistito. E ora con questa nuova opera (che peraltro gli è valsa la nomination all’Oscar come miglior film straniero per il Canada) Arcand descrive un’umanità moderna, libera e consapevole ma disperata, un’umanità al capolinea e ossessionata dalla paura della morte. La madre anziana del protagonista, che non apre bocca per tutto il film, è sconvolta solo di fronte al cadavere della compagna di stanza, fatto poi sparire velocemente dagli addetti. Tutto il film trasuda morte con le radio e le tv che non parlano di altro: omicidi e suicidi e violenze, oltre che di inquinamento, di surriscaldamento globale. La gente va in giro con mascherine antismog. Uno degli incubi del protagonista è scoprire di avere un tumore, e il medico non è certo di conforto. «Lei ha un tumore. Farà la chemioterapia, poi la radioterapia, vomiterà, lo sfintere cederà e alla fine nessuno le vorrà più bene e morirà in solitudine e pieno di merda». La morte, senza senso, come unica prospettiva per l’uomo, senza più nemmeno la pietà di una tomba (e se le ceneri non vengono recuperate dai cari saranno usate come fertilizzante biologico) o di un necrologio. «Tanto non lo leggerebbe nessuno, non aveva nessuno al mondo».
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