Lingue, testine e biancostati

Di Tempi
04 Marzo 2004
Ricettario dalla A alla Z di intellettuali e umanità varia da condire in salsa verde, mostarda di Cremona e senape di Digione

Asor Rosa Alberto
Superata da poco la settantina, Alberto Asor Rosa, classe 1933, si è impegnato in una battaglia senza quartiere contro la “deriva” riformista del partito in cui ha militato per mezzo secolo. La sua vicenda culturale è da sempre intrecciata alla politica, almeno da quando, nel 1965, pubblicò un saggio, Scrittori e popolo, in cui contestava, immediatamente dopo la morte di Palmiro Togliatti, l’interpretazione “nazional-popolare”, che lui chiamava “populista”, della lettura ufficiale, cioè togliattiana, del pensiero di Antonio Gramsci. La sostanza del suo pensiero critico, che fu accusata di snobismo intellettuale da Emilio Sereni, è la rivalutazione dell’arte “grande borghese”, con qualche vezzo estremistico (che oggi si direbbe “di destra”), come l’attenzione per la Controriforma e il marinismo. Ora, dalla Controriforma è approdato al più radicale antiriformismo, dal “superamento” di Gramsci alla più chiusa concezione dell’egemonia culturale del partito. Il tutto, peraltro, in nome della “coerenza”.

Bové José
Se vostro figlio sfondasse una vetrina di McDonald’s con un trattore, come minimo si beccherebbe da voi una sfilza di scapaccioni e un mese senza paghetta. José Bové no, lui è diventato un perseguitato politico, un eroe della resistenza alla globalizzazione capitalista. È l’unico contadino al mondo che non ha mai zappato una sola zolla, che ha trascorso l’infanzia fra gli hippy californiani del campus dell’università di Berkeley anziché in una fattoria, che vola in business class mangiando aragosta, che trascorre molto più tempo viaggiando fra Seattle, Porto Alegre, Davos, Libia, India e Palestina che non fra le sue pecore, quelle con cui 30 anni fa produceva il Roquefort che vendeva di contrabbando negli Usa. Bové è una di quelle astute finzioni mediatiche di cui i francesi sono maestri: il radicalismo pseudo-progressista delle sue campagne contro l’agro-industria e la globalizzazione dei mercati permettono di mantenere il regime di protezionismo agricolo che premia i grandi coltivatori francesi e i loro padrini politici, mentre affama il Terzo mondo.

Crepet Paolo
Bello, sempre in cachemire, figlio di papà, ti guarda dall’angolo del sito che sembra Stranamore e dice: «La psichiatria è l’arte di rimuovere gli ostacoli alla felicità».
Oh, sì, questo è il sogno. La realtà della psichiatria è sguardo vuoto, puzza delirante, pozzo di morte. La psicoterapia dà già più speranze. Il balletto nei media, è lievissimo. Crepet è morbido come i suoi golfini, ci pensano i baffi a far dandy e gli occhi azzurri a suggerire infiniti. Lui sa tutto, discretamente. Piatto forte: sentimenti ed ascolti. Ma mentre sei lì che aspetti di sentirgli dire che povera Erica bisognava ascoltarla di più, ti spiattella che i cattivi esistono. Sì, Crepet è un personaggio misto, nonni artigiani artisti, padre universitario. Fra arte e scienza sembra scegliere libro e video, negandosi così sia l’arte sia la scienza. E anche al video, c’è chi, più scafatino, ne piglia di più. Crepet ha uno zainetto verde, e va sui prati coi bambini, viva la natura. Lui è stato onesto, non ha fatto l’allegra scorciatoia della psicologia, lui è medico psichiatra.
Politicamente corretto e comportamentalmente controllato. Ben educato. Inserito nei ruoli istituzionali, ma alla ricerca della libertà; vicino a crimini e suicidi, ma alla ricerca della felicità: avrebbe potuto essere un artista come suo nonno, senza il cupolone di Sant’Antonio sulla testa, invece eccolo dire: «Le cose importanti si comunicano raccontando delle storie».
Attenzione, questa è la tentazione del “costanzismo”, ma al giorno d’oggi, non ci son più compromessi: o psichiatra e sociologo, o comunicatore di una falsa psicologia in gocce che allontana da se stesso chi l’ascolti. Psichiatra, vuol dire più Ninfa Egeria, che re di Roma. Videopsicologo, sta diventando caricatura: e dell’attore e dello psicologo.

Diaco Pierluigi
Lui è intelligente per definizione catodica e per incoronazione da salotto: noto per la notoria assenza di motivo di un notorietà, questo personaggio vive alle spalle del mondo criticandone l’andatura caracollante. Prima dj, poi opinionista (in un mondo dove Klaus Davi è massmediologo, quello di sparare opinioni è un diritto che non si nega a nessuno), poi tenutario di una rubrica sul Foglio il cui unico compito era quello di rubare righe preziose al “Riempitivo” di Pietrangelo Buttafuoco, infine telegiornalista “gggiovane” su Sky tv, mister Ego in espansione passerà alla storia soprattutto per la sua fortunata trasmissione su Rtl 102.5 dal titolo “Onorevole dj”. Il 25 ottobre scorso, ospite Clemente Mastella, ecco cosa si inventò la simpatica canaglia: dopo essersi definito amico e confidente da anni del bierre Roberto Morandi, Diaco ha anche confermato di essere l’ottavo uomo che la polizia stava cercando. Simpatico e acuto come chi telefona a scuola dicendo che c’è una bomba per evitare il compito in classe: la cultura ha un nuovo profeta, Buttafuoco – finalmente – qualche riga in più.

Emmott Bill
Autorevole direttore dell’altrettanto autorevole settimanale Economist (attenzione però, tale dizione vale fino a quando attacca Berlusconi, la volta su un milione che tocca a Prodi torna ad esser unicamente un anonimo magazine britannico), Bill Emmott è un Enrico Deaglio meglio vestito e, conoscendo Londra, meglio pagato: il killer instinct, comunque, è uguale. Noto per aver basato le sue fortune mediatiche all’estero sull’istituzionalizzazione del profilo di anomalia paracriminale del Cav., Emmott sembra ignorare – da britannicissimo cultore della separazione netta dei poteri e della sovranità politica quale è – che in Italia l’ascesa di Berlusconi sia coincisa con una sorta di golpe strisciante della magistratura: peccato, in compenso stila dossier come nemmeno la Digos saprebbe fare. Deaglio, da suo fido replicante, traduce e risponde alle domandine: non sarà che i due sono la stessa persona?

Ferrari Paola
Ha due occhioni da gatta e un decolleté ammirabile. Forse è anche brava (o forse non è scarsa), ma tutto questo conta poco. A “Novantesimo minuto”, dopo i mitici anni ’70, tutto il resto è mezza collina: è un programma che va da solo, chiunque ci sia alla guida. Ci sono i gol, c’è Tosattone e la moviola di Longhi. Paola potrebbe essere un fenomeno e non solo la moglie di Marco De Benedetti, nonché amica di Alba Parietti, che li presentò. Di sicuro Paola è una che lavora per divertirsi. Quando incontra dei colleghi che frequentava ai tempi della “strada”, è simpatica e disponibile: «Carissimi, vediamoci, andiamo a pranzo insieme. Chiamate casa, prendete accordi col mio governante». Certo è bizzarro il destino: nel gennaio del 1992 venne bocciata a un provino di Mediaset. Il direttore dello sport era Marino Bartoletti. C’è una leggenda metropolitana e come tale va presa: avrebbe detto “Deborah Caprioglio” al posto di “Deborah Compagnoni”. La vendetta è un piatto freddo. La rete privata del Berlusca la cassò, la rete pubblica del Berlusca le ha offerto una straordinaria vetrina.

Galimberti Umberto
Dov’è finita l’etica nel mondo del dio mercato? Che cosa spinge a ritrarre il volto di un altro essere umano? Noi e l’islam, che cosa ci divide? E, cosa sto dicendo quando ti dico “ti amo”? Infine, last but not least, esistono le ninfomani? Tutto questo, e di più, viene spiegato ai lettori di Repubblica da Umberto Galimberti. Partiamo dall’ultimo interrogativo. «La ninfomania è un prodotto dell’immaginario maschile che teme la sessualità della donna». Ma, insiste un povero lettore, ci si può fidare di una ninfomane? Si chieda piuttosto se ci si può fidare di un uomo che ha paura della sessualità femminile, tuona il nostro, spietato. Un profeta, un navigatore dell’anima. Cosa dico quando dico “ti amo”, non siamo riusciti a capirlo. Il tradimento, a sentir Galimberti, è cosa talmente psicologicamente complessa che i suoi discepoli lasciano perdere: che razza di casino. Egli è, dunque, anche un moralizzatore dei costumi. Quando scrive dell’abuso da Web, però, l’hanno beccato a copiare da Internet. Meglio fidarsi di una ninfomane, che del Professore.

Hack Margherita
Astrofisi-ca, 81 anni. è l’antitesi del proverbio, roba che a strizzarne l’essenza non dà per niente un buon brodo. Al massimo, bolle spaziali. Vacue. Inutili. Come l’universo, che a sentir lei che pure lo ha studiato, ma che da un buon ventennio è tagliata fuori dal palcoscenico della ricerca scientifica di alto livello, «non ha scopo». E l’uomo, questo è il dogma di Margherita, non può essere altro che il casuale «prodotto delle supernovae: tutti gli atomi noti, dall’idrogeno all’uranio agli altri che costituiscono il nostro corpo, ferro, silicio, zolfo, arrivano da lì, dalle stelle». E sì che se fosse davvero quello che vuol sembrare, semplice e bambina come i cardigan sfoggiati, la bici spedalata e il piatto preferito («uova al tegamino»), Margherita leggerebbe magari l’Amleto di Shakespeare («ci sono più cose in cielo e in terra…») e magari troverebbe anche il coraggio di usare la ragione fino in fondo. Invece no. Fermate l’universo. Esiste solo quello che dico io. Il resto è superstizione. Parola di membro dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (notare le maiuscole), che ama l’eutanasia, ma non la razionalità (domanda: «Sirchia le obietta che ogni soppressione della vita va contro l’umanità»; risposta: «Ecco, vede che la si butta sempre sulla fede?»). Il bello è che quando le chiedono il suo motto preferito, risponde «ama il prossimo come te stesso». Amate il vostro dirimpettaio di ferro, zolfo e silicio.

Ingrao Pietro
Le ragioni dell’immensa popolarità di cui ha goduto a lungo Pietro Ingrao nel popolo della sinistra stanno soprattutto nel carattere confuso e spesso inafferrabile della sua visione politica. L’unico punto fermo, l’opposizione al processo di socialdemocratizzazione del comunismo, si è espresso in formule indefinite, come il “nuovo modello di sviluppo”, che avrebbe dovuto unire cattolici e comunisti su una strada di opposizione comune alla secolarizzazione della società e all’integrazione della classe operaia che ne era considerata lo strumento. È stato molto sostenuto dalla sinistra radicale per la sua opposizione al sovietismo e al centralismo democratico, che però nascevano da presupposti tutt’altro che “liberali”. All’Urss imputava di non essere “abbastanza” rivoluzionaria, al regime interno al Pci di precludere l’accesso delle “masse” al potere. Da presidente della Camera instaurò il regime assembleare, di fatto consociativo, e quando l’incontro fra ex comunisti e sinistra cattolica si realizzò, secondo i suoi desideri, ma nell’Ulivo, se ne andò sdegnosamente, come un Crono abituato a mangiare i suoi figli.

Levi Montalcini Rita
Ogni volta che il governo Berlusconi si occupa di ricerca, università e relativi fondi lancia un appello contro “la fuga dei cervelli”, ma il suo non lo usa più bene come una volta. Sì, perché dopo aver cento volte deplorato, insieme ad altre galline firmaiole, l’«indifferenza verso i princìpi etici», le «false illusioni», i «falsi valori», in nome dell’umanesimo scientifico, da un po’ di tempo a questa parte Rita Levi Montalcini sottoscrive qualunque proclama di quella fabbrica dei sogni che è la bioetica faustiana: che si tratti dell’olocausto degli embrioni per vampirizzarne le cellule staminali che ci doneranno l’eterna giovinezza, o del diritto di avere figli quando e come ci pare grazie alle arti fecondative di Carlo Frankenstein Flamigni, la Rita non fa mai mancare il suo autorevole autografo. Secondo lei è “immorale” la legge restrittiva sulla fecondazione assistita, non la capricciosa reificazione della vita umana. «La scienza in Italia è in pericolo», ha scritto più di una volta su Repubblica. Con scienziati come lei, per forza.

Mollica Vincenzo
Il signor DoReCiakGulp. Ogni artista è «peculiare ed inconfondibile», ogni canzone ha «sonorità inedite», ogni film sforna «interpretazioni aggraziate e favolose inquadrature». C’è gente che riesce a dire cose mediocri, Vincenzo Mollica è diventato critico del Tg1 per dirle. Duro lavoro il suo: cambiare i nomi senza cambiare la recensione, variare il sostantivo lasciando inalterato l’aggettivo. Mollica è una mamma in mamma Rai, conosciuto per le sue recensioni così morbide da far sembrare tutto la reclame di un ammorbidente. E per le sue interviste stile precotto multiuso applicabili dal Papa a George Clooney: «Ti piace la pasta italiana?», «Sapresti intonare O sole mio?», «Quali progetti hai per il futuro?». Sono il tipo di domande che un artista si sente rivolgere una sola volta nella vita. Se proprio sfigato, due. Che sia tutta una posa? Pare che una volta, chiamato a presenziare a una conferenza in Calabria si sia lasciato scappare un giudizio sulle star che quotidianamente incensa: «Questo fine millennio ha liberato tante di quelle teste di cazzo… dei figli di puttana…».

Napolitano Giorgio
La grande speranza del riformismo comunista, Giorgio Napolitano, è rimasta tale e ormai è tramontata per ragioni anagrafiche. Uomo coltissimo e preparato, Napolitano è stato per mezzo secolo il più competente e il più aperto dei dirigenti comunisti italiani. Di una generazione successiva a quella di Giorgio Amendola, era immune dal legame indissolubile con l’Urss del leader storico della destra del Pci. A differenza di Amendola, però, non ha avuto la capacità di far corrispondere alle intuizioni una battaglia politica aperta. Da responsabile economico si illuse di poter condizionare Bruno Trentin sul piano culturale, e così lasciò crescere l’aggregazione estremistica nella Fiom che è ancora uno dei guai principali del sindacato. Da responsabile organizzativo propose una rilettura, ma non il superamento, del centralismo. Europeista convinto pronunciò alla Camera il discorso con cui il Pci non accettava il sistema monetario europeo, pretesto per uscire dalla solidarietà nazionale. Da presidente della Camera negli anni di Tangentopoli, non seppe difendere la dignità della politica. In politica la ragione senza la forza è solo un’esercitazione letteraria. Giuliano Ferrara gli ha trovato lo stemma nobiliare: coniglio bianco in campo bianco.

Ovadia Moni
è la prova vivente che Israele ha bisogno del muro. A detta di questo profeta involontario della pace universale il conflitto israelo-palestinese è una faccenda semplice semplice, un problemino che soltanto quegli stolti che seggono a Tel Aviv non hanno ancora decifrato: «Io dico che se il destino degli ebrei deve essere una piccola patria con la finta ortodossia con le chiappe al caldo, non valeva la pena di farsi massacrare per quattromila anni, ma trovare un accomodamento prima». Sharon è avvisato, uno statista di indubbio spessore bussa alle porte della saggezza. Peccato che, nel caso specifico, si tratti delle porte di un armadio a muro. Sostenitore ufficiale di Emergency, Ovadia ha anche scritto la prefazione del libro Pappagalli verdi di Gino Strada, un vero cult per chiunque si riconosca in frasi del genere «è un fatto che Israele abbia violato sistematicamente le risoluzioni dell’Onu, e che abbia trasformato Gaza in un campo di concentramento». Questa dei campi di concentramento in Israele l’hanno già sentita e ci hanno trovato ben poco da ridere: Ovadia, invece, ritiene che essere yiddish significhi doversi scusare preventivamente con chi farà esplodere sua madre sul bus.

Pivetti Irene
Da presidente della Camera dei Deputati a spalla di Platinette. Da pasionaria della Vandea monarchica e cattolica a fata delle tette rifatte e dei glutei rassodati. Analogamente a quel che capita ad ogni rispettabile perverso sessuale di questo mondo, il destino di Irene è di sprofondare sempre più in basso. Era già tutto scritto nella vita di questa uoma, sin dai giorni della convinta militanza nelle file dei “celoduristi”, dell’estasi sadica che provava nel dirigere i lavori della Camera da inflessibile istitutrice, o del passaggio al partito del campanile (simbolo di che cosa?) di Clemente Mastella. Il trasformismo della Pivetti non è un esempio di malcostume politico, ma un comportamento compulsivo frutto del conflitto fra l’io ed il sé, fra l’immagine desiderata e la realtà di natura. Per uscirne, bisognava incontrare le persone giuste. Con Brambilla Alberto è stato subito chiarito chi in casa avrebbe portato i pantaloni, e chi dei due sarebbe veramente rimasto incinta. Adesso finalmente Irene sfoggia il capello corto e tiene il bisturi dalla parte del manico. Indovinate per fare cosa. Platinette, attento.

Quilici Folco
Dopo cinquant’anni che realizza documentari e réportage, non si è ancora capito se viaggia per fare film o se i film sono la scusa per viaggiare. Si è capito però che, in un caso o nell’altro, per lui il mondo altro non è che il pretesto per il virtuosismo della sua macchina da presa e della sua penna. Ovvero un grande luna park dove puoi scorazzare dopo essere sfuggito alla sorveglianza dei genitori. Pur di non diventare adulto, Folco è disposto a tutto: a cascare con l’elicottero mentre sorvola il Veneto o a farsi caricare da un elefante in Congo, a farsi prendere a fucilate a Saigon e a Beirut o a scrivere romanzi in cui si cala nei panni di un mostruoso calamaro. In Melville e Conrad il mare e i suoi abitanti sono l’implacabile specchio dell’uomo in lotta con se stesso; in Quilici sono una tiepida piscina coi soldatini appoggiati sul fondo. L’unico viaggio che ancora si rifiuta di fare, perché lo spaventa a morte, è quello intorno al tavolo della cucina di casa: il viaggio che non ti permette di distrarti, che ti costringe a guardare in faccia te stesso.

Ricci Antonio
Addormen-tarsi Voltaire e svegliarsi Savonarola è un brutto colpo. Specialmente se, buttando il naso fuori dall’antico e piccolo mondo catodico zuppo d’abitudine, già si sente odore di legna che brucia. Non resta che stringersi nella barbetta profetica, e partire insulto in resta alla (ri)conquista dell’audience: Lilli Gruber un Gabibbo, Bonolis un pataccaro, Enzo Biagi, ah quello sì che ci ha dato filo da torcere: perché un salamelecco a sinistra costa poco e, prima o poi, rende come un buono fruttifero. Il filosofo di Albenga è la televisione, e forse ormai pensava di essere da solo la Pubblica Opinione. Anche per motivi d’anagrafe, s’intende: visto che la notizia striscia ormai da quindici anni. è stata prima lo sberleffo dell’informazione che non c’era, poi nei truci Novanta fu il travestimento ridanciano della manetta facile e della sussiegosa pulizia. Infine ha pensato di poter far da sola le veci di Giustizia e di chi ne fa le veci, e il Gabibbo ci ha preso gusto a sbattere al gabbio Nostra Signora delle Panzane, e alla gogna il venditore di prosciutto e il sindaco faccia di prosciutto. Poi un giorno scopri che la ggente ha cambiato canale, e crolla il velo della biacca. Dietro spunta la smorfia da diva sul Sunset Boulevard. E a quello che gridava che il re è nudo, gli abbiamo visto tutti il culo. Il culo che rode, perché l’audience è mamma e matrigna a tutti quanti, e fuori di lei nulla salus.

Serra Michele
Diceva una delle più sconosciute canzoni di Lucio Battisti (testo del sommo Pasquale Panella) che «se non cuoce a fuoco lento, rimane crudo dentro» si riferiva a tutt’altro, ma il verso è perfettamente applicabile ad una folta schiera di giornalisti i quali al primo capello grigio si sono ritirati dietro una scrivania rinunciando ad andare per il mondo, perché il mondo venga a loro. Dolenti e indolenti, guardano con occhi increduli e disgustati questi tempi sbandati. Il principe di tutti loro è Michele Serra, che non intendendo versare una sola altra goccia di sudore a beneficio degli incolti contemporanei, li osserva blandamente e severamente sdraiato sull’amaca, come chiamasi la rubrica quotidiana che tiene su La Repubblica. Da lì stupisce per le “pistolate” di Berlusconi, lo share di Sanremo, i buoni sapori di epoche andate, la gente che non piglia più il tram. Presto o tardi cadrà nel suo viluppo per informarci che qui, una volta, era tutta campagna. Ci si chiede, avendo forse egli cinquant’anni, che diavolo scriverà a settanta? Ecco, il problema è tutto lì: prima o poi bolliti lo diventiamo tutti, ma cocendo a fuoco lento. Altrimenti, si resta crudi dentro.

Taormina Carlo
Il sessantaquattrenne principe (del foro) che voleva farsi re, l’avvocato bollito e salmistrato, è ancora sul trapezio. Da Craxi a Muccioli, da Priebke ad Annamaria Franzoni, da Marta Russo ad Andreotti, da Ustica a Tangentopoli con Vitalone, Gava, Forlani: una carriera che è tutta un’acrobazia. Poi è arrivata l’irresistibile tentatrice, la politica. E il funambolo della toga ha abbandonato le giovanili passioni di estrema sinistra con un salto triplo verso Forza Italia. Nel ’96 trombato (con seguito di accuse al povero Cesarone Previti), nel 2001 in carrozza a scalare la montagna del potere: avvocato, docente universitario, parlamentare, sottosegretario. Troppe poltrone una sull’altra anche per un equilibrista del suo livello. Il caso Telekom Serbia ha triturato anche lui. Altri avvocati (Previti, Ghedini, Pecorella) sono più vicini al cuore del Cavaliere-allenatore.

Unità (L’)
Invincibile squadrone di liberi cervelli in Stato fascista, l’Unità sbandiera quotidianamente le terribili vere verità degli italici senza voce per destare il popolo. Che voleva solo farsi i cazzi suoi. Dalla sistematica censura dei nostri migliori uomini di cultura (Santoro, la Guzzanti e i disoccupati di tutto il mondo, strapagati e non) ai sempre più spontanei moti di piazza contro il men che minimo tentativo riformista del governo dittatoriale di centrodestra, Colombo, Vattimo, Tabucchi e compagnia bella firmano la più sincera campagna di informazione mai architettata contro un solo uomo, il Cavaliere nemico di tutti. Signore e signori, ecco a voi la spettacolare débacle dell’intelletto: “Governo Berlusconi, uno sciopero al giorno” (19/01/04); “Ossessione Berlusconi: dirotta la Domenica sportiva a scopo elettorale” (24/02/04); “Fecondazione, arriva la legge peggiore. Negate le richieste della scienza, accolte quelle dei cattolici” (05/12/03); “Iraq, soldati italiani allo sbaraglio. Il governo li ha ceduti senza trattati e senza condizioni. Il compito affidato dagli Usa: «distruggere il nemico»” (27/02/04); e chi più ne ha, più ne metta.

Veltroni Valter
è l’afro-italiano più famoso. Al ritorno dal suo primo tour nel continente nero, da vice presidente del Consiglio, scrisse la sua prima Bibbia: Dio, forse è malato. Adesso che fa il sindaco l’ha promesso, e non ci puoi fare niente: «Organizzerò la più grande manifestazione di solidarietà con l’Africa che sia mai stata fatta in Occidente». A parte la solidarietà, quali sono le sue ricette per la soluzione dei problemini africani? Semplici ma efficaci: una, cento, mille ong per la distribuzione di preservativi, diversi concerti a piazza san Giovanni e un cineforum in lingua swahili dei film dell’Alber-tone nazionale. Da piccolo aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri, una passione colitica per i cartoni animati e tutti lo chiamavano Walter (però non per Disney, ma perché, come diceva mamma, «quante volte te lo devo dire che non si fa sul Benjamin?»). Da quando si è messo a lavorare gli sono venuti i portaborse di Moretti sotto gli occhi, le cornee di Socci, la gotta e il gozzo (non quello con le vele, villa e porticciolo a Stintino di quel proletario di Mario Segni). Non è mai stato comunista (benché avesse fatto petting con le sorelle Molotov) e adesso legge l’Impero (ma pare che non abbia perso ancora i sensi). Harakiri? No, Kamasutra.

Zeffirelli Franco
Eh sì, con plateale fallo da tergo sul povero bel Gibson, purtroppo il molto querelato, mai condonato partigiano bianco che sottrasse Visconti ai cinecomunisti entra anche lui a pieno titolo nel carrello dei bolliti. In un corsivo disarmante sul Corsera, un po’ scoop e un po’ perla esegetica, ci spiega perché “The Passion” è antisemita: perché quel sadico d’un Gibson fa pigliare a Gesù una rotta di botte, mentre nessuno si preoccupa di discolpare gli ebrei. Ecco perché. Poi però, nel finale, si scopre il vero motivo dell’articolessa, mascherato da un trucco di scespiriana eleganza: Zeffirelli voleva solo spiegare a Messori (reo di ritenere il film del senatore su Gesù un «parente povero» di quello di Gibson) come, tra i film sul Messia, non “The Passion” ma “Gesù di Nazareth” sia quello definitivo. Piazzandosi in posizione originale tra critici e apologeti del regista australiano: tra i due litiganti il terzo si risente.

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