L’innocenza perduta
Frantisek Langer amava il suo paese. I suoi romanzi sono un omaggio, poetico e nobile, alla Boemia profonda, alla sua gente semplice e fiera, a una nazione che ha sempre dovuto combattere per difendere il suo diritto a essere se stessa. La costruzione lineare, lo stile trasparente e freschissimo di chi non ha la preoccupazione di “fare letteratura”, ma semplicemente di rendere testimonianza alla civiltà di un popolo e alla sua lotta, disperata e irriducibile, contro la barbarie.
I fanciulli e il pugnale è ambientato nel 1939. I protagonisti sono i ragazzi del villaggio, la loro banda, i loro giochi e i loro riti. Che improvvisamente vengono sconvolti dalla presenza tedesca. Cosi anche i fanciulli iniziano la loro resistenza, giocosa e inconsapevole, lontana dagli orizzonti degli adulti. Finché ai tedeschi balena l’idea di poter usare i figli per penetrare nelle trame dei padri. Un ufficiale delle SS si presenta come il nuovo maestro, partecipa ai giochi dei ragazzi, conquista la loro fiducia. Propone loro di giocare ai detective. E i fanciulli candidamente scivolano nella rete. Son fieri di poter raccontare ciò che sanno: stranieri, incontri, movimenti sospetti. Grazie alle loro inconsapevoli delazioni, il tenente tedesco ha in pugno il paese. «Avevano giocato semplicemente ai boy-scouts, ai detective, ai collezionisti di francobolli: il gioco era una cosa chiara, leggera, infantile come la rugiada, come la tela del ragno, come il respiro, e ora traeva dietro di sé i lamenti, il dolore, il martirio, le uccisioni, le cose più paurose, più cupe, più grevi che gli uomini potessero immaginare. Sentivano che il gioco, il loro gioco, aveva chiamato la distruzione e i bambini, proprio loro, avevano chiamato la morte». Solo uno resiste, Jarka, il capo della banda, il più selvatico e il più sveglio di tutti: sarà lui a dare alla vicenda la svolta decisiva. Un solo rammarico: che Langer, dopo il 1948, sia diventato uno scrittore di regime.
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