L’insostenibile leggerezza dell’impero
Michael Ignatieff, canadese attualmente professore ad Harvard, dal 1993 scrive di guerra etnica, di collasso di vecchi stati e della problematica nascita dei nuovi. Tre libri sono l’esito di questa coraggiosa ricerca di prima mano: Sangue e appartenenza, L’onore del guerriero e La guerra virtuale. L’Impero leggero è il quarto della serie. A differenza degli altri tre, focalizzati sulle dinamiche dei conflitti etnici e sui dilemmi interventisti, questo libro tratta dello sforzo imperiale per imporre l’ordine una volta che l’intervento è stato effettuato. Il paradosso fondamentale del nation-building contemporaneo (la costruzione di nazioni) è il fatto che un imperialismo temporaneo – l’impero leggero – sia diventato la condizione necessaria per la democrazia in paesi dilaniati dalla guerra civile.
L’autore è convinto che questi dilemmi ricompariranno in forma particolarmente cruda nell’Irak liberato. «Viviamo in un mondo che non ha precedenti se non nel tardo impero romano». C’è il dominio militare di una sola potenza dotata di un raggio d’azione globale e di una risolutezza incredibili. I terroristi di ogni latitudine non possono illudersi che a questo impero manchi il coraggio di combattere. La differenza è che, mentre i romani non erano preoccupati del loro destino imperiale, gli americani, che sono di fatto un impero dai tempi di Teodoro Roosevelt, ancora continuano a credere di non esserlo. In effetti non ci sono colonie americane e le multinazionali Usa non hanno bisogno che il governo procuri loro i mercati. Perciò abbiamo l’Impero leggero – un’egemonia senza colonie e un’influenza globale senza la scocciatura e i rischi di un’amministrazione diretta. Il fatto che gli americani non abbiano ancora preso coscienza di ciò non sminuisce il ruolo imperiale di un’America che governa il mondo e i mercati nei suoi interessi. Per studiare l’Impero leggero Ignatieff non osserva Washington, capitale dell’impero, ma i confini delo stesso in Afghanistan, Bosnia e Kosovo, in cui l’elemento caratterizzante dell’Impero leggero – il nation building – è manifesto. È un’impresa imperiale perché, anche se vi sono implicate le Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie e molti governi stranieri, è sempre in primo luogo la potenza militare americana a rendere possibile il nation building.
Stati Uniti, un impero diverso dagli altri
Invece di concentrarsi sul potere americano, Ignatieff indaga i limiti e l’influenza del suddetto potere e si chiede se l’Impero leggero sia abbastanza forte per fare questo lavoro, poiché, come nell’antica Roma, una schiacciante superiorità militare non garantisce la sicurezza. Gli attacchi al Pentagono e alle Twin Towers lanciati dai selvaggi dell’Afghanistan rievocano il sacco di Roma da parte dei barbari. «Il più incontrastato impero della storia oggi si chiede cupamente se si possa sfuggire il fato di Roma» e, con le parole di Gibbon, «l’identificazione della monarchia romana con il globo terrestre». Eppure una guerra al terrore richiede proprio questo. Gli imperi che non riescono a bilanciare superbo orgoglio e prudenza non riescono a sopravvivere. Ma come possono gli Stati Uniti arrivare a distinguere tra un investimento necessario e un catastrofico oltrepassare la misura? I barbari conquistarono l’Impero romano solo per creare Secoli bui che ebbero bisogno di mille anni per cominciare ad uguagliare la civiltà globale dei romani. Questa è l’ambizione non solo di Al Quaeda che vuole ritornare ai deserti arabi del 630 d.C., ma anche dei Mugabe dell’Africa sub-sahariana. «L’America ha vinto la Guerra fredda in virtù di un atto di concentrazione genuinamente stategico, ma l’impero americano dopo il 1991 è stato consolidato, come gli inglesi dicevano per il loro impero, in un momento di assenza di lucidità. Le successive amministrazioni statunitensi dopo il 1991, hanno pensato di poter avere un dominio imperiale con poca spesa, controllando il mondo senza edificare nessuna nuova architettura imperiale – nuove alleanze militari, nuove istituzioni legali, nuovi organismi di sviluppo internazionali – destinata a rimpiazzare quella che Roosevelt e Churchill avevano creato per il mondo dopo Hitler. Questo nuovo bisogno di pensare strategie e agire con risoluzione imperiale dopo l’11 settembre significa inoltre che l’America ha, di fatto, degradato i suoi alleati europei e canadesi a partner minori. Questo è stato un duro risveglio per gli europei demilitarizzati, i quali, dalla fondazione della Comunità europea, hanno creduto al mito che il potere economico fosse l’equivalente della potenza militare, poiché essi avevano ricostruito la loro economia passando i costi della difesa agli Stati Uniti. Questa nuova Europa “pacifista” veniva ora considerata dagli Stati Uniti “disfattista e troppo civilizzata”, mentre gli europei considerano gli americani “militaristi fino al ridicolo”. Prima dell’11 settembre questo paragone era innocuo; dopo, ha assunto importanza.
Tuttavia gli americani non possono gestire un impero globale senza un minimo di consenso diplomatico e sostegno economico a livello europeo nella formazione del nuovo impero umanitario (i Balcani, Timor Est, l’Afghanistan, l’Irak). È ciò su cui Blair conta. Quindi il potere viene esercitato in forma di condominio, con il più o meno riluttante supporto inglese, canadese, australiano, francese, tedesco e italiano per il lavoro di polizia e gli olandesi, gli svizzeri e gli scandinavi per gli aiuti umanitari.
Le radici della riluttanza europea e dell’Onu
Questo non è certo il sogno dei giuristi internazionali delle Nazioni Unite, che speravano di legare al suolo il Gulliver americano coi loro lacci. Tuttavia l’Unicef, l’Unhcr e la Croce Rossa possono prendere le distanze dai loro padroni paganti solo formalmente, poichè «gli esperti dell’umanitario sanno bene che ci sono certi problemi umanitari per i quali non esistono che soluzioni imperiali. Questo li obbliga ad essere, come gli stati europei, complici riluttanti del disegno imperiale». Gli Usa nel frattempo hanno solo uno “spiraglio di opportunità” prima che Russia e Cina costituiscano un reale pericolo per il dominio di questo impero umanitario che è «il nuovo volto di un vecchio personaggio: il mondo libero democratico, l’Occidente cristiano. Esso è tenuto insieme da comuni elementi di retorica e autostima: l’idea, se non la pratica, della democrazia; l’idea, se non la pratica, dei diritti umani; l’idea, se non la pratica, dell’uguaglianza di fronte alla legge. Ciononostante le fenditure in questo disegno imperiale non sono solo fra la retorica e la realtà. Esiste una contraddizione più profonda fra l’impero in quanto tale e la democrazia. L’America stessa è un prodotto della rivolta del XVIII secolo contro gli imperi; tutti gli stati legati controvoglia al disegno imperiale americano sono ex potenze imperiali che cercano volontariamente di gettarsi alle spalle i loro atteggiamenti imperiali. Ma eccoli nel nuovo millennio, legati al carro di una superpotenza, a imporre, con le buone o con le cattive, le nuove regole dell’impero ai barbari. Le contraddizioni non sono felici, ma non si possono cambiare. Dal 1945, ogni singolo stato europeo ha dovuto attuare l’identica difficile transizione, dalla piena condizione di impero e di stato Westfaliano a una sovranità condivisa con altri stati europei, per poi legare il proprio destino alla potenza degli Stati Uniti. Lo hanno fatto perché una sovranità condivisa coi vicini è molto più efficiente ed efficace che battersi per mantenere una sovranità singola. Legare la propria sovranità agli Stati Uniti non è piacevole, ma è meglio che venire emarginati».
I limiti dell’imperialità americana
Il potere militare americano e i soldi europei stanno quindi creando un nuovo governo imperiale per un’età post-imperiale e Bosnia, Kosovo e Afghanistan sono i laboratori in cui esso viene sperimentato, in queste zone di frontiera divenute più importanti ora che il terrore ha cancellato le distanze. Questo è un imperialismo che ha fretta. L’autogoverno non è più una prospettiva remota. Le élites locali devono essere dotate di potere così da assumere il comando non appena la potenza americana ha ristabilito l’ordine e gli aiuti umanitari europei hanno ricostruito strade, scuole e case. Ad ogni modo, come nel vecchio imperialismo, in questa nuova sub-sovranità simile a quella degli stati membri dell’Unione europea il potere reale sta nelle capitali dell’impero. «Il preteso motivo che sostiene questi progetti di creazione di nuovi stati potrebbe essere umanitario, ma il principio reale è imperiale: il mantenimento dell’ordine contro la minaccia barbarica».
Come in Europa e in Giappone, la sola forma di impero compatibile con la democrazia è l’impero temporaneo sotto il quale la popolazione locale possa decidere quale forma di democrazia e di governo della legge sia compatibile col proprio contesto culturale. Più di tutto il nuovo impero ha imparato che dare ad un popolo il diritto di voto non coincide col dargli l’autogoverno, se non c’è prima una separazione dei poteri, una magistratura indipendente e lo Stato di diritto. La “teologia dello sviluppo” può affondare per la corruzione delle cleptocrazie. Mentre i mercati globali richiedono ordine, essi non lo creano, e le multinazionali sono compagnie pubbliche, non i costruttori dell’infrastruttura della società civile. Il sorgere del potere globale americano è coinciso con il fallimento di alcuni degli Stati post-coloniali degli imperi europei e di quello sovietico. Ciò rende il disegno americano di consolidare zone di stabilità necessario per la sua stessa. Tuttavia l’obiettivo di un ordine globale di stati nazionali stabili è al di sopra del suo potere. La strategia imperiale dovrebbe essere quella di contenere ed incanalare la forza esplosiva del nazionalismo moderno piuttosto che di combatterlo, come venne fatto in Vietnam. Nei protettorati di fatto del Kosovo, della Bosnia, dell’Afghanistan ed ora dell’Irak, la strategia deve essere quella di dare più responsabilità alle élites locali perché governino di fatto e non solo di nome, piuttosto che tenerle sotto diretto controllo, e allo stesso tempo usare del potere imperiale per mantenere queste zone libere da qualsiasi influenza esterna. Ignatieff pensa che l’Impero leggero così come viene gestito oggi dagli Usa e dai suoi alleati umanitari non offre una stabile sicurezza a lungo termine e garanzie finanziarie, né crea le condizioni per cui l’élite locale possa prendere interamente il potere. Il governo diretto a breve termine non dovrebbe essere interpretato come l’abbandono di una protezione e di un aiuto allo sviluppo a lungo termine. Ci deve per forza essere una comunità di interessi a lungo termine, che è allo stesso tempo più e meno che appartenere alla comunità internazionale. Soprattutto gli Stati Uniti ed i loro alleati non dovrebbero semplicemente limitarsi a sostituire “bomba e fuga” con “attacco e soccorso”.
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