L’internazionale del conformismo

Di Persico Roberto
22 Marzo 2007
La ghigliottina della diffamazione, il culto dell'opinione. La logorrea democratica come postumo della sbronza giacobina. Dialogo immaginario con Augustin Cochin

«Una pratica caratteristica delle sètte è quella di perseguitare. La repubblica delle lettere falcia le reputazioni come il Terrore le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire con precisione giuridica». È capitato ad alcuni ragazzi della Statale di Milano e del liceo Spedalieri di Catania, messi alla berlina come intolleranti per aver osato porre pubblicamente delle domande scomode; è successo un paio di anni fa a Rocco Buttiglione, marchiato d’infamia per aver fatto in pubblico affermazioni contrarie alla vulgata dominante. Succede nuovamente nelle riunioni dell’Onu che decidono della vita di milioni di persone, come ha raccontato recentemente a Tempi Dale O’Leary, o nei corridoi della Commissione di Bruxelles, dove anonimi funzionari che non rispondono a nessuno tentano quotidianamente di riversare i princìpi della “setta” negli apparentemente anodini regolamenti comunitari.
Quale setta, quali meccanismi? Augustin Cochin, studioso del giacobinismo, individua le dinamiche, azionate dalla preparazione e dal trionfo della Rivoluzione francese, che si replicano funzionando sempre alla stessa maniera, dai moti rivoluzionari dell’Ottocento alla Rivoluzione bolscevica alla contestazione selvaggia. Di quei meccanismi ancora oggi ravvisabili nel metodo di conquista del potere e di costruzione del consenso che imperversa in Europa (e non solo) abbiamo parlato, in questa intervista immaginaria, con lo studioso francese morto negli anni della Prima guerra mondiale.
Monsieur Cochin, quali sono i fattori fondamentali di questo spirito del giacobinismo che lei ha così ben ritratto nei suoi studi?
L’ortodossia, in primo luogo: «La ragione – scrive Diderot nell’Enciclopedia, – è in rapporto al filosofo ciò che la fede è in rapporto al cristiano». È il principio dei nostri liberi pensatori: «Noi abbiamo fede nella ragione». Così, ciò che si chiede ai fratelli è più di credere che di servire la ragione. Secondo questo culto, non diversamente dagli altri, è sempre la buona volontà che salva. D’Alembert scrive a Federico II nel 1776: «Riempiamo i posti vacanti all’Accademia di Francia come possiamo, al modo del banchetto evangelico, con gli storpi e gli zoppi della letteratura». Uno spirito zoppicante sarà dunque ammesso, se è buon filosofo, mentre un altro verrà escluso anche se sta ritto, ma in modo indipendente. Il partito preso è netto e incoraggia un quietismo della ragione che è anche più nocivo all’intelligenza di quanto lo sia alla volontà il quietismo della fede. Niente danneggia più il progresso della ragione quanto il suo culto: non ci si serve più di ciò che si adora».
Ma il culto della ragione, da solo, non sembra sufficiente a costruire un meccanismo così complesso e capillare.
Certo. Esigente in fatto di ortodossia, la filosofia non lo è da meno in fatto di disciplina. Voltaire non si stanca di predicare l’unità ai fratelli: «Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morrei contento», scrive a D’Alembert. E ancora, nel 1758: «Riunitevi, e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!». Questi voti del patriarca saranno esauditi e superati a partire dal 1770: la repubblica delle lettere è fondata, organizzata, armata, e intimidisce la corte. In tutte le province ha le sue colonie e le sue botteghe. Accademie nelle grandi città, dove philosophes e indipendenti si scontrano, questi ultimi regolarmente battuti; società letterarie, sale di lettura, nelle città più piccole; e da un lato all’altro di questa grande rete di società è un perpetuo andirivieni di corrispondenze, indirizzi, voti, mozioni, un immenso concerto di parole, di una stupefacente armonia; non una nota discordante: l’esercito dei philosophes disseminato su tutto il paese si addestra dappertutto, con lo stesso spirito, gli stessi metodi, allo stesso lavoro verbale di discussioni platoniche. Di tanto in tanto, al segnale che viene da Parigi, ci si raccoglie per le grandi manovre, gli affaires, come già si dice, incidenti giudiziari e politici. Ci si coalizza contro il clero, contro la corte, a volte contro un singolo imprudente, che ha creduto di prendersela con un gruppo qualsiasi e con stupore vede levarsi in volo tutto intero lo sciame dei philosophes.
Quali sono dunque le caratteristiche fondamentali di questa “repubblica”?
La repubblica delle lettere è un mondo dove si chiacchiera, non solo, è un mondo dove non si fa altro che chiacchierare, dove lo sforzo di ogni intelligenza tende all’assenso di tutti, all’opinione, proprio come nella vita reale tende all’opera e all’efficacia. Ebbene, non è indifferente che un mondo simile si costituisca, si organizzi e duri: giacché i suoi abitanti si trovano per forza di cose costretti a porsi su una china diversa, davanti ad altre prospettive rispetto a quelle che s’incontrano nella vita reale. Il punto di vista è quello dell’opinione, «la nuova regina del mondo» come dice Voltaire che saluta il suo avvento nelle società di pensiero. Mentre nel mondo reale il giudice di ogni pensiero è la prova e il suo fine l’effetto, in questo mondo il giudice è l’opinione degli altri, il fine il loro riconoscimento. Ogni pensiero, ogni sforzo intellettuale esistono solo se sono oggetto di consenso. È l’opinione che costituisce l’essere. È reale ciò che gli altri vedono, vero ciò che dicono, bene ciò che approvano. Così l’ordine naturale è rovesciato, l’opinione è qui causa e non, come nella vita reale, effetto. L’apparire sostituisce l’essere, il dire il fare.
Ma possibile che così tanti caschino in questo trucco?
Questione di età per i giovani; di condizione per la gente di legge, di penna o di parola; questione di convinzione per gli scettici, di temperamento per i vanitosi, di cultura per i superficiali. Tutti costoro ci prendono gusto e ne ricavano vantaggi, giacché gli si apre una carriera che il basso mondo non gli offrirebbe, e in cui le loro lacune diventano forze. Al contrario, gli spiriti sinceri e veri che vanno al sodo, all’effetto più che all’opinione, si trovano spaesati e si allontaneranno poco a poco da un mondo con cui non hanno nulla a che fare. Così i refrattari, i pesi morti, come li chiamano i filosofi, cioè gli uomini d’azione, si eliminano da soli a vantaggio dei più adatti degli uomini della parola. Questa epurazione automatica all’avvento di un certo tipo intellettuale e morale che nessuno ha previsto, che ognuno deplorerebbe e che tutti preparano è proprio ciò che si chiama il «progresso dei lumi».
Ma come è stato possibile che una società di chiacchieroni abbia preso il potere prima sulla Francia e poi sull’intera Europa?
Come ha ben sintetizzato Jean Baechler nell’introduzione al mio libro Lo spirito del giacobinismo, «una minoranza infima, ma risoluta in quanto ha davanti a sé un obiettivo chiaro, può vincere, a condizione di poter raccogliere le masse intorno a rivendicazioni anodine o palesemente vantaggiose, e di non avere contro di sé altro che avversari divisi o screditati». Così è sempre stato, fin dalla prima uscita pubblica della società, in occasione delle elezioni per l’Assemblea Costituente nel 1789. Necker, il ministro del re, doveva scegliere tra due sistemi: quello tradizionale francese, organizzato per stati, per ordini, per aggregazioni tradizionali, in cui non c’erano partiti, ma ciascun raggruppamento esprimeva i suoi candidati in virtù di una lunga frequentazione; e quello inglese, in cui invece si vota per testa, ma ci sono i partiti a dar voce e organizzare i diversi interessi. Bisognava scegliere. Necker non sceglie e pretende di conservare l’una e l’altra tradizione: una votazione per testa, all’inglese, ma col divieto di formare qualsiasi partito o raggruppamento. Grazie allo strano amalgama dei due sistemi, il regolamento elettorale metteva gli elettori nel vuoto della non libertà. Era perciò impossibile, in tali condizioni, che i votanti potessero intendersi su una scelta o su un’idea.
Ma, in effetti, che cosa accadde?
Il lavoro si svolse ovunque nel modo più semplice. I cahier vennero redatti e i deputati nominati come per incanto. Perché? Perché accanto al popolo reale, che non era in grado di rispondere, ce n’era un altro, quello delle società filosofiche, certamente poco numeroso ma unito e diffuso ovunque, che parlò e scelse per lui. Ogni volta che un’assemblea si riunisce il circolo interno si è riunito in anticipo, ha tracciato un piano, ha dato la sua parola d’ordine, ha eccitato i tiepidi e ha pesato sui timidi. I suoi uomini sono pronti per presentare le mozioni, la sua claque è addestrata. Ha allontanato i disturbatori, sottomesso la presidenza, fissato l’ordine del giorno. Certo, la discussione è libera, e lo è anche perché l’esistenza di questo circolo interno è addirittura ignorata. Ma la casualità di questa libertà è molto ridotta e i colpi di testa che ci si possono attendere sono assai poco temibili. A ogni nuova vittoria, la palla di neve si ingrossa, più che proporzionalmente, secondo l’argomento decisivo: «voi siete i soli a non.». La volontà generale è libera come una locomotiva sui binari. Questo è, in sostanza, il principio del sistema. Di qui tutto un gioco di procedimenti e di astuzie, l’«arte reale», dicevano i massoni di allora, la «scienza delle manipolazioni elettorali», dicono con minor grazia i professionisti di oggi, accomunati tutti dal fatto di maneggiare i votanti solo a loro insaputa, di approfittare delle loro debolezze, della loro stupidità, indolenza, timidezza, del loro istinto gregario. In una parola, della loro inerzia.

Le affermazioni di Augustin Cochin sono tratte da Lo spirito del giacobinismo, solo qua e là leggermente ritoccate per adattarle all’andamento dell’immaginario dialogo

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