L’invito inaspettato del terrore
L’errore non è solo un inquilino molesto dei nostri pensieri e delle nostre azioni; è il compagno inseparabile del cammino umano verso la verità. Il fatto stesso che possiamo sbagliare dice che un vero c’è, e ci avvisa se stiamo camminando nella direzione sbagliata. Così sant’Agostino, posto in apertura del nuovo episodio delle scorribande filosofiche di Esposito&soci, dedicato al problema dell’errore. Dalle origini greche del pensiero al Novecento infatti l’umana attitudine a sbagliare ha attirato la curiosità dei filosofi, con spiegazioni in fondo non dissimili. Gli uni – da Parmenide a Popper – pensano sia tutta una questione di metodo: basta azzeccare quello giusto e l’errore sarà sconfitto per sempre. Gli altri al contrario – da Gorgia a Kuhn – lo eliminano alla radice, insieme alla sua speculare consorte: come non c’è nessuna verità, così non c’è nessun errore, solo opinioni. Come è più umano, in conclusione, lo sguardo cristiano: «Non c’è libertà maggiore di chi riconosce la possibilità del suo errore senza esserne definito. L’errore infatti non è la nostra ultima parola, ma un drammatico passaggio, un suggerimento acuto – forse un invito inaspettato – a riaccorgersi dell’evidenza del dato e della capacità affettiva dell’io».
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