L’Irak della sinistra surrealista
Già prima delle elezioni avevamo previsto che la politica estera sarebbe stata il capitolo più confuso e velleitario dell’azione di un eventuale governo Prodi, e i fatti ci stanno dando ragione. Dunque, il presidente del Consiglio Romano Prodi ha annunciato l’intenzione di ritirare le truppe italiane dall’Irak nel suo discorso di investitura, e due giorni dopo il neo-ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha affermato che il ritiro avverrà «in un quadro di collaborazione civile», cioè l’Italia continuerà ad essere lì presente per ricostruire il paese. Cosa significhino concretamente queste parole, non è dato ancora sapere. Possono significare un ritiro “alla Zapatero” combinato con l’invio di cooperanti civili, che diventerebbero subito indifesa selvaggina per i lucrosi sequestri di persona compiuti dalle milizie islamiste (per i quali pare che abbiamo già sborsato parecchio in passato, se diamo retta al Times); oppure un ridimensionamento della presenza militare, che verrebbe ridotta allo stretto necessario per garantire la sicurezza del personale civile di cooperazione.
Siccome la prima ipotesi è palesemente insensata (anche se vista con favore dalla sinistra surrealista, quella che vuol far sfilare i soldati il 2 giugno avvolti in bandiere della pace), non resta che la seconda, la quale però ha un difetto: coincide con la missione “Nuova Babilonia” che il governo Berlusconi voleva inaugurare a fine anno. E che avrebbe visto 600-800 militari italiani integrati ai “team di ricostruzione provinciale” coordinati dal comando americano. Pare che il governo, per compiacere Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani, voglia porre militari e civili alle dipendenze dirette dell’Onu, che però dopo gli attentati di tre anni fa ha trasferito i suoi uffici ad Amman e Kuwait City. Insomma, i “nostri” saranno abbandonati a se stessi e condannati a praticare quella che da sempre è una mesta necessità italiana: l’arte di arrangiarsi.
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