L’Irak di Barbara

Di Rodolfo Casadei
28 Ottobre 2004
L’Irak è un camaleonte che può passare dagli orrori della guerra alla pace nella prosperità, se gli irakeni non vengono abbandonati anzitempo. Parola di Barbara Contini, già governatrice di Nassiriya

Forse adesso abbiamo capito perché Barbara Contini, ex governatrice di Nassiriya, è poco sfruttata da giornali e tivù, dove pure cani e porci sono quotidianamente chiamati a dire la loro sull’Irak: troppo inclassificabile il personaggio, troppo poco diplomatici i toni, troppo taglienti le dichiarazioni. Dare la parola alla Contini equivale a togliere il guinzaglio a un alano in un negozio di cristalli. Sei mesi al vertice del dipartimento finanziario della Cpa (Autorità provvisoria della coalizione) di Paul Bremer e poi per quattro mesi capo dell’amministrazione della provincia di Dhi-Qar (quella che ha per capoluogo Nassiriya) fino al passaggio dei poteri al governo Allawi, laurea in lingue orientali (giapponese e serbo-croato) e in sociologia, esperienze di lavoro che vanno dall’industria aeronautica (Alenia) ai progetti di cooperazione allo sviluppo del Cesvi, passando per incarichi internazionali per Ocse e Onu in Bangladesh e in Bosnia, evidentemente non sono sufficienti per l’abilitazione nel circo dei media. Il perché l’abbiamo capito giovedì scorso alla presentazione di Nassiriya, un libro del giornalista parmense Pino Aglietti che rievoca non solo le vicende della missione di pace Antica Babilonia, ma anche operazioni del passato delle forze armate italiane in Somalia, Bosnia e Kosovo. La speaker d’onore era proprio lady Barbara (uno dei tanti soprannomi), che nel giro di pochi minuti è riuscita a collezionare i seguenti exploit: 1) in una conferenza affollata di giornalisti ha criticato i loro colleghi inviati in Irak e l’atteggiamento generale dei media, giudicati incapaci di fornire un quadro attendibile della situazione; 2) ha fatto capire in tutti i modi, lei già collaboratrice della Cpa, che gli americani hanno peccato di presunzione e non hanno affatto dato buona prova di sé nella fase della ricostruzione; 3) alla vigilia della sua partenza per il Darfur, dove rappresenterà la cooperazione italiana impegnata a soccorrere le vittime della guerra civile là in corso, ha menzionato il Sudan in una lista di paesi dove i terroristi troverebbero il modo di addestrarsi.
Invitata a chiarire il suo pensiero, lady Barbara non retrocede di un metro: «Lavoro nella cooperazione internazionale da vent’anni, ma solo in Irak mi sono trovata sotto i riflettori dei media e ho avuto a che fare con tanti giornalisti. Tranne qualche eccezione, non è stata una bella esperienza: non hanno raccontato quello che c’era da raccontare. L’Irak non è quello che vedete alla tivù. È un paese di una cultura superiore, di un livello di civiltà formidabile, di cui gli irakeni sono pienamente coscienti. È un paese dove, nonostante le sanzioni, il 97% della popolazione è alfabetizzata e la maggioranza ha un diploma di medie superiori. I leader tribali hanno una residenza a Londra, un master o un Ph.D. preso in Inghilterra o in America, conoscono le ultime novità della moda o l’ultimo grido dell’elettronica meglio di noi. È un paese che, se si assesta politicamente, può fiorire prepotentemente in poco tempo. Insomma, l’Irak non è quello che si vede dall’hotel Palestine e dalla sua piscina, è quello dei 18 nuovi governatori, dei progetti di ricostruzione a Mosul e Hilla, degli acquedotti e delle nuove fognature, delle nuove amministrazioni locali, ma chi lo sta raccontando? Se ne stanno tutti a Baghdad nella “zona verde”, ma lì ci sono solo americani e colleghi giornalisti».
A proposito dell’inadeguatezza politico-amministrativa degli americani: «La differenza di approccio fra americani ed europei, e per europei intendo italiani e soprattutto inglesi, è molto forte. Gli americani vogliono cambiare tutto perché tutto funzioni meglio, ma questo non è condiviso dalla gente del posto: c’è una civiltà millenaria che vuole continuare a celebrare i suoi fasti con carne di capra e fagioli, e non con gli hamburger di McDonald’s. Invece italiani e inglesi hanno puntato da subito a riabilitare e coinvolgere le autorità locali tradizionali, a negoziare la ricostruzione con costoro sulla base delle loro esigenze. Anche da quest’ultimo punto di vista, gli americani si sono rivelati ingenui: gli irakeni sono astutissimi nelle trattative politiche, sanno strumentalizzare l’interlocutore, se questi non è altrettanto abile nel rapporto».
Barbara Contini ammette gli insuccessi, ma sottolinea le difficoltà atroci della situazione: «L’Irak è un paese dove il 50% della popolazione viveva di sussidi statali o di stipendi della funzione pubblica, soprattutto polizia ed esercito, e dove il regime ha costruito nel tempo una rete spionistica di milioni di persone e un’organizzazione repressiva capillare. Nel Sud sciita tutte le famiglie hanno avuto dei morti per mano di Saddam Hussein. Quando partiva l’ordine da Baghdad, nel giro di un’ora veniva ucciso un parente di un oppositore nella capitale, e tanti nel Sud quanti erano i clan imparentati con quell’oppositore. Ancora oggi la gente ha paura che il partito Baath torni al potere come nel 1991, quando ci sono stati più morti nella repressione dopo la guerra del Golfo che durante il conflitto, e si vendichi di tutti coloro che collaborano col nuovo governo. Se ci ritiriamo anche stavolta prima del tempo, meritiamo che ci sputino addosso».
Diversamente da molti osservatori, la Contini è convinta che l’Irak possa diventare una success story: «L’Irak è un camaleonte, possono smettere di sparare da un giorno all’altro. Se si riescono a fare le elezioni, i clan e le tribù saranno costretti a trovare l’accordo, compresi quelli del “triangolo sunnita”, che prima avevano tutto il potere e ora dovranno spartirlo con gli altri. Mentre si combatte, fervono le trattative per la spartizione delle risorse e dei posti di comando. Contrariamente a tanti, io ho fiducia».
Anche sui rapimenti e sui volontari l’ex governatrice di Nassiriya non va giù leggera: «Lavorare senza una scorta è una vera cretinata. I rapimenti in Irak sono una vera industria, che è esplosa nell’immediato dopoguerra e poi da un certo momento ha preso una tinta politica. Quando le gang di sequestratori si sono accorte che non era difficile rapire stranieri e “venderli” a peso d’oro ai gruppi della guerriglia, che li usano per ottenere il ritiro delle forze della coalizione, il fenomeno si è impennato. Sarà che io sono un po’ influenzata dalle mie esperienze giapponesi, ma credo che gli ostaggi stranieri che vengono liberati a caro prezzo dovrebbero prima di tutto chiedere scusa per la loro imprudenza e per le preoccupazioni che creano. Come hanno fatto, appunto, i giapponesi». Che peperino, lady Barbara.

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