L’isola alla deriva
Cagliari
Si apre una speranza per i sardi e per gli amanti dell’isola. È stato infatti ammesso il referendum abrogativo per cancellare il famigerato Piano paesaggistico regionale, non a caso ribattezzato legge blocca-sviluppo. Un piano che, argomentano i fautori della sua abrogazione, costringerà a pagare tasse assurde non solo i turisti ma anche i sardi emigrati che, con sacrifici di tutta una vita, si sono costruiti una seconda casa nella loro terra natìa. Il Piano paesaggistico voluto dalla giunta di Renato Soru – spiega a Tempi l’ex governatore sardo, oggi deputato forzista Mauro Pili – «ha fatto 20 mila disoccupati e, se non sarà cancellato, rischia di causarne molti di più». È una legge che in effetti non sembra piacere molto agli stessi sardi. In soli dieci giorni amministratori, consiglieri provinciali e comunali sono riusciti a raccogliere 30 mila firme che hanno portato alla decisione di acconsentire al referendum abrogativo. «Quel Piano – sostiene Pili – è fatto apposta per gli speculatori immobiliari, gli stessi che su un ormai famoso volo in elicottero con il presidente Soru e l’assessore all’Urbanistica hanno sorvolato le coste della Sardegna, e non certo per proteggerle».
La pioggia di tasse e balzelli introdotta dall’amministrazione dell’isola non è piaciuta tanto nemmeno alla Corte Costituzionale, che infatti ha deciso di studiarsi bene il provvedimento. Entro gennaio dovrà esprimersi sulla sua liceità. Quello che sembra non andar giù a nessuno, di questo Piano, è il fatto che sia stato scritto senza dialogo con le parti sociali né con gli stessi enti locali. Insomma, in perfetta coerenza con la logica accentratrice imposta al governo regionale dall’uomo che doveva essere il salvatore della Sardegna. A sostenerlo con forza sono anche le organizzazioni locali di Cgil, Cisl e Uil, che per il 1° dicembre preparano una manifestazione di protesta. Saranno coinvolte anche Confindustria e Coldiretti. «Si tratta di un’iniziativa forte e pericolosa – dice a Tempi Mario Medde, segretario regionale della Cisl – che rischia di peggiorare il già difficile rapporto con il presidente Soru. Ma di fronte al tentativo di distruggere la libertà e la democrazia ci sentiamo in dovere di percorrere tutte le strade». A far uscire dai gangheri i rappresentanti sindacali è stata la Finanziaria regionale, approvata dalla giunta la scorsa settimana. «Ci hanno mostrato il documento senza darci la possibilità di valutarlo. Era un insieme di macrovoci per le quali era impossibile potersi esprimere in un giorno, così ci siamo alzati dal tavolo di confronto». Insomma, ancora una volta l’ex Mr Tiscali se l’è suonata e cantata da solo.
E intanto la Sardegna rischia di affondare, e non per un maremoto ma per un’onda anomala di nome Soru. L’Istat rileva che l’indice di povertà relativa nell’isola è cresciuto, passando dal 15,9 per cento del 2005 al 16,9 dell’anno scorso. In Sardegna il tasso di fecondità femminile è 1,07 e quello di natalità è di 8 nati all’anno ogni mille abitanti, il più basso d’Italia. E non finisce qui. Settemila aziende agricole rischiano di chiudere a causa di una legge regionale che è stata bocciata dall’Unione Europea e che ora costringe gli agricoltori a pagare alle banche, anziché il tasso agevolato del 3,5 per cento, un megasalasso del 25-27 per cento. Tutto ciò senza che il governatore cerchi in qualche modo di dare loro una mano. Gli agricoltori hanno dovuto occupare la statale 131 con mille trattori per cercare di attirare la sua attenzione (che in quei giorni era rivolta decisamente altrove, alla nascita del “suo” nuovo Pd).
E che dire di quei 700 lavoratori del settore della formazione professionale completamente smantellato da Soru senza alcuna previsione sul loro inserimento in altri comparti? «Non si può lasciare una liana – tuona Mario Medde – senza averne a portata di mano un’altra a cui attaccarsi. È vero che la legge sulla formazione professionale andava rivista, ma prima di tagliare i fondi si sarebbe già dovuto preparare una riforma». Invece la legge di riforma, ovviamente impostata al 100 per cento dalla giunta, giace ancora in Commissione. Così utenti e lavoratori della formazione restano alla finestra. E la dispersione scolastica aumenta. Ma Soru è convinto che la libertà di scelta sull’educazione dei figli non spetti alle loro famiglie, e forse spera che non avendo alternative i giovani sardi continuino a usufruire della scuola pubblica. D’altronde non è un mistero: Soru pensa che i corsi professionali siano destinati solo a chi non ha voglia di fare nulla.
Ma il problema formazione non è isolato. «Le riforme istituzionali messe in campo da Soru sono un enorme cantiere aperto», lamenta Medde. «La trasformazione degli enti in agenzie regionali, già avvenuta ma non ancora esecutiva; l’eliminazione delle comunità montane e la nascita dell’Unione dei Comuni, che non ha dato i risultati sperati. Insomma, una serie di errori consecutivi che hanno creato caos e che sono stati contestati dalla sua stessa maggioranza». Come se non bastasse, poi, c’è il problema della disoccupazione. Un esercito di 120 mila persone, anche se Soru continua a rilasciare dichiarazioni in cui se ne dimentica 40 mila. «I dati vanno saputi interpretare», illustra Medde. «È vero che le persone che dichiarano di cercare lavoro sono 80 mila, ma non si può ignorare che sono 40 mila quelle che hanno smesso di cercarlo. E hanno smesso perché hanno perso la speranza, non perché si sono sistemate. Oppure si tratta di donne impegnate a seguire i figli o i familiari non autosufficienti. Quello che è indispensabile è anche un piano straordinario per la famiglia, totalmente dimenticata dalla giunta Soru». La lista dei danni combinati dal presidente della Regione Sardegna sembra non finire più. Perfino il sindacato autonomo del Corpo forestale sardo, istituito negli anni Ottanta dopo il disastro ambientale di “Curraggia”, dove morirono numerosi agenti che avevano cercato di fermare la distruzione del fuoco, è stato mira della voglia di protagonismo di Soru. In una lettera aperta al capo della giunta, il segretario del Corpo, Sergio Talloru, scrive: «In questi anni è cresciuto il disinteresse degli assessori competenti e della giunta intera; mancano i soldi per comprare le divise, pagare gli straordinari e si è arrivati a quello che non era mai successo in 150 anni di storia del Corpo forestale. Ci era stato assicurato che la formazione sarebbe proseguita in Sardegna ma la realtà è che non ci sono i soldi neppure per le missioni ordinarie. All’insegna della creatività formativa la Regione dispone che i contingenti facciano solo quattro mesi di corso. Improvvisazione e superficialità che farebbe sorridere chiunque conosca le regole vigenti per accedere a qualsiasi forza di polizia in Italia ma anche in Europa». Comunque non bisogna stupirsi della tendenza a improvvisare di Soru. D’altronde lui lo aveva già detto nel 2002 intervenendo a un Master in Comunicazione pubblica: «Anche nella pubblica amministrazione si può essere creativi».
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