L’isola dei cannibali

Di Bobo
18 Maggio 2006

Russia, 1933. La carestia ha riempito le città di disperati, affamati, vagabondi. Ma la loro vista offusca, agli occhi dei gerarchi e dei radi visitatori occidentali, l’immagine radiosa del paradiso socialista. Stalin decide dunque di ripulire le maggiori città – Mosca, Leningrado, centri di villeggiatura come Odessa – dagli «elementi socialmente indesiderabili». Sono circa due milioni di persone che vengono trasferite in Siberia, un sacco in spalla con zappa e sementi, per metterla a coltura. Molti di loro vecchi, donne, bambini, deboli di mente, handicappati. Fra questi, seimila sono destinati all’isoletta di Nazino, nel corso settentrionale dell’Ob. Piccolo particolare: nella disorganizzazione della migrazione di massa, nessuno ha dato loro cibo né abiti caldi o coperte. Nel giro di pochi mesi ne muoiono cinquemila; molti finiscono mangiati dalle guardie o dai compagni di sventura. All’inizio ci si ciba di chi muore naturalmente; poi si passa a un’orrenda lotta di tutti contro tutti. Calunnie? Sarà lo stesso Stalin, informato dei fatti, a or-dinare un’inchiesta. Ed è sui documenti della commissione che Nicolas Werth, uno dei maggiori specialisti francesi di storia sovietica, ha ricostruito la terribile odissea. L’ile aux cannibales (ed. Perrin, euro 17) è tutto da leggere.

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