Lo scienziato che tende alla meta

Di Caterina Giojelli
22 Luglio 2004
CURIOSITà PER LA MERAVIGLIOSA APPARENZA CHE SOTTENDE IL MISTERO ULTIMO DELL’UOMO

“Scienza e scopo: un punto di vista dalla ricerca contemporanea” è il titolo dell’incontro che ospiterà George Ellis, premio Templeton 2004, e Marco Bersanelli, docente di Astrofisica presso l’Università degli Studi di Milano. Proprio a Bersanelli, veterano di ogni incontro scientifico organizzato dal Meeting, abbiamo chiesto di raccontarci un mestiere particolare, per cui ogni giorno «quando miro in ciel arder le stelle/ dico fra me pensando:/ a che tante facelle?».

Professione astrofisico: e già vengono in mente astronavi, alieni e fantascienza; non viene in mente Leopardi, non il Salmo 8 («Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?»). Eppure, l’universo che li ha ispirati è lo stesso che ora indagate con sonde e satelliti. Come è possibile quindi conciliare un discorso di senso religioso con il potere dell’impresa scientifica?
Credo che l’impresa scientifica come la poesia nascano, alla radice, dalla stessa struttura religiosa che ci troviamo addosso. Noi umani abbiamo questa inguaribile tendenza a guardare il mondo e a chiederci il senso delle cose che vediamo. Quando un ragazzino di dodici-tredici anni guarda coscientemente il cielo tempestato di stelle che lo sovrasta capisce bene di essere in un mondo immensamente più grande di lui. E avverte di schianto una sorta di vertigine, un’attrattiva, una commozione. Allora potrà nascere in lui uno spunto poetico, come un arco voltaico che scatta improvviso da quel senso di sproporzione. O potrà anche prender forma in lui una curiosità più simile a quella dello scienziato, con una domanda sul «quanto è grande» o sul «com’è fatto», o sul «com’è accaduto che le cose siano diventate quello che sono». Ma si capisce che all’origine c’è la stessa sete di rapporto con il Mistero ultimo che sta dietro a quella meravigliosa apparenza. è perdente affannarsi a costruire il ponte che unisce la conoscenza scientifica e il senso religioso, perché non sono due isole separate. Piuttosto la prima è come una riva lontana del secondo.

L’idea di progresso di san Bernardo sposa bene un corso empirico, di continue scoperte e indagini, ma sottende un motore “insolito”: il rinnovarsi quotidiano di domande che la realtà suscita ma che non è in grado appieno di soddisfare. Da protagonista della “corsa scientifica”, come vivi il titolo del Meeting?
È un cammino, un’avventura. Quando si ha a che fare seriamente con la realtà si è sempre, in un modo o nell’altro, di fronte a qualcosa che non riusciamo a ridurre alle nostre definizioni e conoscenze, per quanto audaci. La storia della scienza lo dimostra: ogni punto di arrivo coincide con una domanda nuova, più profonda. Ma in questo tendere continuamente alla meta si realizza un rapporto con quella “meta” nel presente, nel passo provvisorio. Infatti credo che lo scienziato trovi soddisfazione proprio nell’atto del conoscere, nell’esperienza della scoperta e della novità – piccola o grande che sia – nel sollevare un altro lembo del velo della natura. Le mostre e gli incontri scientifici che abbiamo preparato per il Meeting di quest’anno potrebbero dare qualche documentazione di questo.

Da docente come vedi l’atteggiamento della “cultura scientifica” oggi prevalente in università e centri di ricerca?
La mentalità di oggi è figlia di quattro secoli di grande progresso scientifico e di altrettanto grande e progressiva disgregazione dell’unità della conoscenza. Il problema è che, senza un’educazione che esalti la stima della realtà creata e che stuzzichi il presentimento della bellezza e di un senso possibile, anche la conoscenza scientifica è alla lunga destinata a deperire. Forse già ne vediamo qualche segno nel declino in Occidente della frazione di giovani che si avviano agli studi scientifici. Chi resisterà?

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