Lo Stato condanna a morte le imprese
Tratto da Pagine venete – Alla fine è successo. Lo stato ha scelto chi di noi potrà vivere e chi dovrà morire. Non lo ha fatto, come si temeva, nelle terapie intensive traboccanti, osservando uno spietato protocollo. Lo ha fatto per DPCM, scegliendo quali imprese potranno vivere e quali potranno morire, secondo codice ATECO.
Seguendo un criterio totalmente irrazionale ed arbitrario, lo stato ha invertito il paradigma. Non avranno titolo per riaprire le attività in grado di minimizzare i rischi di contagio secondo precisi dettami, bensì potranno riaprire le attività che rientrano o meno in una determinata categoria arbitrariamente selezionata.
E quei criteri continueranno a valere allo stesso modo per ogni circostanza, anche le più eterogenee, su di un territorio lungo millecinquecento chilometri, dalle Alpi alle Piramidi.
Dopo due mesi dall’inizio di questo dramma, ed a quattro dalla prima diffusione in Cina, lo stato ancora non ha saputo prescrivere con chiarezza i comportamenti minimi dovuti e continua a non garantire le libertà dei cittadini che quelle prescrizioni rispettano. Un metro? Due metri? Mascherina sì o no? All’aperto? Al chiuso? Boh, forse, non si sa. Lo stato preferisce calare dall’alto le sue decisioni semplicistiche e raffazzonate, secondo le prerogative di un sovrano assoluto, bizzoso e insindacabile.
Dove sta scritto che un produttore di “Made in Italy” per l’export ha più diritto a vivere di un qualsiasi altro imprenditore o piccolo commerciante o ristoratore, qualora siano anch’essi in grado di far rispettare adeguati standard di prevenzione? Il “modello italiano”, c’era da scommetterci, sta diventando un incubo e per molti una condanna.
Pateticamente, lo stato padrone assoluto si affanna a coprire la sua inanità, a mostrare un volto caritatevole, promettendo alle sue vittime inutili elemosine che, pure, fatica goffamente ad elargire, tanto è in bolletta. Elemosine non proprie, figuriamoci, non ha nemmeno le pezze al fondoschiena, bensì scroccate ai vicini europei sulla base di un melodrammatico principio di “solidarietà” a senso unico, da nord a sud. Come se gli altri il virus non l’avessero nemmeno visto.
Chi scrive fa impresa e commercio al dettaglio anche in un altro paese europeo, di 10 milioni di abitanti, nel quale il contagio è stato contenuto entro numeri assai più ridotti che in Italia, e dove lo stato non ha mai fermato l’attività delle industrie, né le passeggiate in città o nei parchi. Distanziamento e mascherine, anche fatte in casa, isolamento dei focolai, no autocertificazione, reparti ospedalieri ben strutturati. Regole approvate dal parlamento, chiare e fatte rispettare senza borboniche autocertificazioni. Ed ora, nessun miracolo, per carità, ma un piano concreto e rapido per la ripartenza in sicurezza delle attività commerciali e di aggregazione che erano state inevitabilmente chiuse. Ne usciranno molto meglio di noi, per loro merito.
Noi no. Il destino delle nostre imprese è stato e continua a rimanere appeso ai capricci ed alle inadeguatezze croniche di uno stato convintosi che si possa vivere di BTP, non riuscendo a bastargli il bottino del quotidiano saccheggio fiscale. Uno stato che sembra aver progettato lo stesso futuro per milioni di lavoratori ed imprese che non ha scrupoli nel condannare a morte dopo che riuscivano a sopravvivergli con immense fatiche. Perfino un virus, che dicono non avere intelligenza, sa di non poter vivere se muore l’organismo che lo nutre.
La sventura del Covid-19 è toccata a tutti i popoli. La Repubblica Italiana soltanto a noi.
Foto Ansa
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