Lo Stato liberi, l’uomo scelga
L’aveva già scritto Isahia Berlin: ci sono concetti che attraverso passaggi poco logici ed ancor meno intellettualmente rispettabili vengono trasformati perdendo la propria identità ma non il proprio nome: tra questi la libertà di scelta. Non si tratta di una disputa nominalista da “torre d’avorio” ma di un problema che riemerge tutte le volte che si parla di riformare il welfare state. La recente pubblicazione del libro di Sacconi, Reboani e Tiraboschi, La società attiva, non fa eccezione.
Con coraggio ammirevole e visione pienamente condivisibile, Sacconi, Reboani e Tiraboschi vogliono riportare le politiche sociali sotto i riflettori da una prospettiva nuova: quella della persona che risponde, in prima istanza da sé, al proprio bisogno; della persona che vive in maniera responsabile la propria libertà (potremmo aggiungere “di scelta”) e la ricerca di soluzioni alle proprie insicurezze sociali quali il rischio di disoccupazione, di malattia o l’esigenza di prevedere al proprio sostentamento in vecchiaia. La costruzione di una società attiva impone, insistono a ragione Sacconi, Reboani e Tiraboschi, un percorso né facile né indolore volto a trasformare la politica dei redditi; la struttura verticale del potere dello Stato (leggi: i rapporti con regioni, provincie e comuni) rendendo effettivo il principio di sussidiarietà; la politica fiscale; lo stesso contratto sociale stipulato tra stato e cittadini. In concreto ed in sintonia con Tony Blair (si legga a questo riguardo il suo discorso sulle linee programmatiche del New Labour), Sacconi, Reboani e Tiraboschi ci fanno capire che mettere la libertà di scelta al centro della riforma del welfare vuol dire cambiarne radicalmente la concezione ridisegnando l’offerta di servizi attorno all’utente finale e trasferendone la gestione ad istituzioni intermedie, vicine a quest’ultimo.
Il sospetto è che Sacconi, Reboani e Tiraboschi, nel passaggio dagli obiettivi agli strumenti, non restino, come certamente non resta Blair, coerenti all’idea di libertà di scelta e di centralità della persona che a parole vogliono sostenere. La ragione è che, dimenticando John Stuart Mill (il che forse è più grave per Blair), sembrano estendere troppo il concetto di libertà di scelta da autonomia individuale alla mera disponibilità di opportunità per i cittadini. Ma dare libertà di scelta, mettere la persona al centro della riforma dello stato sociale non vuol dire soltanto accrescere quantitativamente l’offerta di servizi ma significa rendere le persone capaci di effettuare le proprie scelte. In una parola, il punto della riforma del welfare non è, come in molti si affannano a sostenere, avere scelte, ma farle. E la differenza, proprio nel passaggio dagli obiettivi agli strumenti, è fondamentale. Perché, se la preoccupazione della riforma del welfare è estendere il numero delle scelte per i cittadini, allora la sua realizzazione può anche passare, con Blair, dall’assegnazione di un ruolo attivo allo Stato nella costruzione delle alternative tra cui scegliere. Ma la società che ne nascerebbe difficilmente sarebbe una società attiva perché gli individui resterebbero passivi recettori di opportunità costruite per loro da istituzioni terze e non sorte spontaneamente dalle proprie preferenze, dalla priopria iniziativa, dal proprio interagire spontaneo.
Se, al contrario, la riforma del welfare mira a mettere i cittadini in condizione di fare scelte, e non soltanto di averne quantitativamente di più, l’unica alternativa per lo Stato – come ci insegna Mill – è liberare spazi a favore dell’iniziativa individuale (for e no-profit) nella produzione dei servizi sociali. Ciò significa realizzare le condizioni perché gli stessi servizi siano risposta alla spontanea manifestazione delle esigenze di sicurezza sociale rivelate dagli stessi utenti. Solo così sarà possibile garantire una reale centralità del cittadino ed un suo ruolo attivo nei meccanismi di funzionamento dello stato sociale. In altre parole, il ritorno della persona umana ad una condizione di pienezza ed autonomia e non di passività nella ricezione di servizi la cui natura e caratteristiche sono altrimenti determinati altrove.
*Ricercatori associati alla London School
of Economics
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!