LO STENDARDO DEL FUTURO COMUNE

Di Lorenzo Albacete
01 Luglio 2004
Sto scrivendo da Los Angeles, California

Sto scrivendo da Los Angeles, California. Ho passato dieci giorni a visitare amici in giro per tutto lo Stato e domani torno a New York City.
Tutte le volte che sono venuto nella Pacific Coast la vastità di questo paese non ha mai smesso di stupirmi. Da New York, dove abito, ho sempre avuto l’impressione che la distanza che mi separa da Milano, Madrid, Parigi o Londra sia molto “minore” di quella che mi separa da Los Angeles. In un qualche punto tra la East Coast e il Pacifico, la gente smette di guardare a Est come punto di riferimento. La East Coast diventa un luogo vago e indefinito. Diventa un passato confusamente ricordato, come la patria dei tuoi nonni, dove ogni tanto vai a fare una visita e da dove ricevi le loro telefonate; ti fa piacere che siano ancora vivi e che ti chiamino, ma la tua vita non ha più niente a che fare con quel luogo. Oltrepassata questa invisibile linea di demarcazione, cominci a guardare all’Ovest come al punto da cui dipenderà il tuo futuro. La gente della West Coast si riferisce all’Est dicendo “back East”, ossia parlandone come di una cosa passata. Nessuno sulla East Coast, anche se è nato nell’ovest, dice “back West”. Dice “out West”, proprio come si dice “out there”, che significa semplicemente “lontano da qui” (e anzi gli abitanti della West Coast spesso parlano del posto in cui risiedono dicendo “out here”).
Come fa questo paese a mantenere la propria unità? Si tratta soltanto dello stesso tipo di fast food e di grandi magazzini?
Il luogo scelto per la capitale della nazione, Washington D.C., fu un compromesso tra gli Stati del Nord e gli Stati del Sud. Un luogo geograficamente e culturalmente “neutrale” è stato prescelto come sede della capitale. A quel tempo, la spartiacque correva fra Nord e Sud, e anche oggi, da un punto di vista politico, la situazione è la stessa. Ma non “out here”. A sud di “out here” c’è un altro paese, e persino la separazione tra California e Messico sta, almeno da un punto di vista culturale, in qualche modo scomparaendo.
In ogni caso, è evidente che l’unità del paese non può fondarsi sulla geografia. Non è una questione di spazio. Si tratta di guardare insieme ad un futuro comune, nonostante tutte le differenze. Chi sogna di diventare un grande leader deve essere capace di ispirare gli americani a guardare con fiducia e speranza al loro comune futuro. Un leader nazionale non deve semplicemente risolvere i problemi presenti ma anche saper guardare al futuro.
Il che ci porta alle elezioni presidenziali. Il candidato che saprà impugnare lo stendardo di un futuro comune sarà quello vincente. Ed è questa la ragione dell’attuale incertezza su chi vincerà le elezioni. Nessuno dei due candidati sembra capace di alzare questo stendardo. La capacità di chiamare a raccolta il paese dimostrata da Bush dopo l’11 settembre si riduce di giorno in giorno con le notizie che giungono dal Medio Oriente. Il senatore Kerry finora è riuscito soltanto ad accendere l’entusiasmo dei più accesi e ostinati nemici di Bush.
E questo ci porta all’autobiografia di Bill Clinton, intitolata My Life, e all’enorme interesse che ha suscitato da Est a Ovest e da Nord a Sud. Clinton sapeva perfettamente come riuscirci, e ora si gode ogni secondo del suo grande ritorno sulla scena nazionale. Se fosse candidato alle elezioni sarebbe probabilmente rieletto. Hillary, naturalmente, osserva tutto e riflette.

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