LO ZELIG DI REPUBBLICA
Due volte ho letto Repubblica nell’ultimo mese, due volte mi è sembrato di leggere due giornali, quello delle pagine avanti, quello delle pagine dietro. Davanti l’affilata ostentazione della morale dei fatti in tutte le sue gradazioni, dietro la nuda ostentazione dei fatti. Davanti la lussureggiante vegetazione che dice “Io”, e che non ha senso porsi domande sulla vita e sulla morte (incompatibili con la Fondazione) e che però piange i bambini poveri visti dall’Hotel Klein, s’indigna per la guerra di Bush, compassiona l’agnello di Moqtada. Dietro la bella cronaca che fotografa scene di morti per fame e per assenza di senso. Così, tanto per dirne una, all’uomo che un mese fa si è rinchiuso in uno scatolone, in cantina, a Monza, aspettando la morte su uno sgabello, ha fatto eco, qualche giorno fa, la notizia di una donna di Mosca, abbandonata dal marito, divenuta spazzina, perso il lavoro, barricata nel deposito di cassonetti di immondizia in cui viveva, legata ai suoi quattro figli, si è lasciata morire di sete e di fame, l’hanno trovata abbracciata ai suoi bambini scheletriti, tesi con le manine a cercare il volto della mamma. Dopo due mesi senz’acqua e senza cibo, racconta ancora la bella cronaca di Repubblica, le palpebre incollate, unico figlio miracolosamente sopravvissuto, prima di cadere in coma ha sussurato ai soccorritori – bella la notazione del cronista – «che l’hanno sollevato con la delicatezza che s’userebbe a una farfalla»: «Mammina ci ha ordinato di morire, ha detto che papà ci ha abbandonati, che lei aveva perso il lavoro, che nessuno aveva bisogno di noi».
Ecco come filtra, nella bella cronaca di Repubblica di pag. 33 e ss., la scheletrica realtà, scombussolante i commenti su “il sangue e i dollari”, “nel nome della guerra”, “condanno il terrore, non la resistenza” e tutto il resto che conta da pagina uno a trentatré. Che stranezza da separati in casa quei due quotidiani in uno, il buon cielo stellato in una stanza, la realtà nell’altra.
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