L’odio non si può integrare
Alain Finkielkraut, davanti alle violenze nelle banlieue francesi si è parlato di fallimento del modello francese di integrazione degli immigrati e soprattutto dei loro figli. L’americano Charles Kupchan, l’esperto per i problemi europei nel Consiglio per la sicurezza nazionale al tempo della presidenza Clinton, in un’intervista a Foxnews ha spiegato che questo fallimento è praticamente inevitabile in Francia e un po’ dovunque in Europa a causa dell’idea di nazione propria degli europei. Anche se la lettera della legge dice che tutti i residenti sono uguali, nella realtà gli immigrati non sono mai francesi a parte intera, perché l’idea di nazione in Europa è radicata nell’etnicità e nella durata storica. Mentre «gli Stati Uniti sono un paese di immigrazione sin dalle origini», e per questa ragione con gli immigrati le cose vanno meglio. Lei, invece, in un’intervista al Foglio, ha affermato che «non si possono integrare delle persone che non amano la Francia in una Francia che non ama se stessa». Chi ha ragione, Kupchan che dice che la Francia si ama troppo per poter integrare, o Finkielkraut che dice che la Francia non si ama?
Il politologo americano che lei cita dimostra un’arroganza insopportabile. Gli si potrebbe opporre anzitutto la grande riflessione di Hannah Arendt sulla scuola: «Spetta all’istituzione scolastica integrare questi nuovi venuti sulla terra che sono i bambini in un mondo che è preesistente a loro». È vero sia per le nazioni storiche europee sia per una nazione di immigrati come sono gli Stati Uniti. La Francia si trova di fronte ad un problema nuovo e molto grave di secessione culturale. Anche in passato era una nazione storica, ma questo non le ha impedito di integrare i polacchi, gli italiani, gli spagnoli, gli svizzeri, gli askhenaziti e i sefarditi. Ma quello che oggi fanno certi studenti, è di mettere sotto accusa l’insegnamento della storia, cui imputano di deformare la realtà e di imporre una visione menzognera e giudaico-cristiana del mondo. Rifiutano di sentir parlare di civiltà pre-islamica in Egitto e, per quanto riguarda l’insegnamento dell’affare Dreyfuss e della shoah, in alcuni luoghi è diventato quasi impossibile. Questa realtà va guardata in faccia. Come integrare l’odio è il problema di fronte a cui ci troviamo tutti, sia gli olandesi multiculturalisti che i francesi repubblicani. Ma io aggiungo che è assurdo oggi parlare di un fallimento del modello repubblicano francese, perché la scuola repubblicana è morta da molto tempo. La scuola repubblicana – so quel che dico perché io ci sono stato – era un’istituzione austera, esigente, un po’ sgradevole, riparata dai suoi stessi muri dai rumori di fuori e dalle ingiunzioni sociali. È stata trasformata, da due-tre decenni di riforme continue, in una comunità educativa orizzontale, aperta verso l’esterno, immersa nel sociale. Ed è questo modello, post-repubblicano e super-simpatico, che fa acqua. Purtroppo questo modello si nutre dei propri fallimenti: ad ogni fallimento reagisce con un rilancio. Domani questa scuola gentile insegnerà lo schiavismo nascondendo la tratta araba, per non mettere a disagio i figli degli immigrati nordafricani; insegnerà il colonialismo unicamente come crimine contro l’umanità. Per disinnescare l’odio, la scuola francese mostrerà quanto è odiosa la Francia. È una decisione che costerà cara, ma malauguratamente la gentilezza di questo tempo è irremovibile.
La maggioranza dei commentatori dice che le diseguaglianze sociali sono la causa prima di quello che sta succedendo; lei, se ho ben capito, sostiene che è piuttosto la “passione consumista” ad animare il risentimento dei distruttori. Ma non è la stessa cosa o quasi? Nella società democratica, dove le gerarchie non hanno più legittimità, la più piccola delle diseguaglianze, materiale o sociale, fa impazzire di rabbia le persone.
Sì, ma il politicamente corretto vorrebbe poter dissolvere questa rivolta a carattere etnico in lotta sociale. Sta di fatto che solo francesi di origine africana o nordafricana sono in strada, mentre ci sono altri poveri, altri immigrati, che non vandalizzano le scuole e non bruciano le auto. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno irriducibile alla lotta sociale. E purtroppo è molto difficile da trattare, perché abbiamo l’abitudine di pensare che chi si ribella ha ragione. Ed ecco degli uomini in rivolta che sono anche e soprattutto degli uomini rivoltanti. Come rispondere? Senza fare di ogni erba un fascio, senza criminalizzare o stigmatizzare un intero gruppo di popolazione. Questa è la sfida di oggi.
Ecco, a proposito di questa inclinazione a giustificare sempre chi si ribella. Da poco è stato pubblicato il suo ultimo libro, “Nous autres, modernes” (Noi altri moderni -ndt). Nel diffuso orientamento a dare la colpa agli adulti, alla politica, alla società per le violenze che hanno avuto luogo, e di conseguenza a discolpare i teppisti che hanno fatto i danni, c’è molto di moderno, c’è molto Rousseau. Non è così?
Sì, certo, il rousseuaismo è diventato una vulgata quasi universale. Rousseau è colui che crede di poter dimostrare che il male ha un’origine puramente sociale e politica o, per dirlo con le sue parole, che «l’asservimento è la fonte di tutti i mali». Detto in altre parole, sostituisce al peccato originale il crimine originale della società. Questo modo di pensare si impone ancor oggi, e devo dire che l’unica cosa che mi rattrista più delle sommosse sono i commenti sulle sommosse che leggo. Perché l’unico rimedio alla situazione sarebbe di svergognare coloro che incendiano scuole, licei e asili infantili, o che aggrediscono dei pompieri. La vergogna è l’inizio della morale. Invece gli si assegna il titolo glorioso di “indigeni della Repubblica”, li si trasforma in vittime o in eroi. Questo è un incoraggiamento alla recidiva. Bisognerebbe riuscire a coniugare la lotta contro l’ingiustizia e il rifiuto di questa vulgata rousseauista. Altrimenti il nostro umanesimo diventato senile rischia di sfociare in un inno alla barbarie.
Torniamo alla questione dell’educazione. Lei crede ancora al potere dell’educazione di fronte a questo genere di crisi? In Italia gli autori di un appello hanno scritto: «La capacità degli adulti di educare i giovani è in crisi. Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi». A suo parere è soprattutto una questione di maestri, oppure di tradizione, oppure di libertà?
Credo che l’educazione sia in discussione perché la scuola sta diventando un’eccezione patetica nel mondo dell’immediatezza. Questi ragazzi sono anche figli del telecomando, vogliono tutto e lo vogliono subito. Vogliono i dischi, le cose di marca, i soldi, le ragazze. Cioè gli ideali stessi della società dei consumi. Sono allo stesso tempo i nemici del nostro mondo e la sua caricatura ultima. Effettivamente bisognerebbe restaurare un altro sistema di valori, e soprattutto un altro rapporto col tempo. È possibile? Non lo so. Ma vedo anche un altro problema, che viene da una visione puramente pragmatica della scuola. Oggi si lega la scuola all’impiego – cosa che legittima il rifiuto della scuola da parte di alcuni giovani – in nome della lotta alla disoccupazione, alla precarietà, alla discriminazione nelle assunzioni. Ora, il fine primo della scuola è la scuola, è l’insegnamento stesso. E se nessuno più lo dice, il problema è proprio questo. Quando io andavo al liceo, avevo come orizzonte la trasmissione del sapere, dovevo apprendere, questo era lo scopo. La prospettiva del lavoro veniva dopo. Certo, i tempi sono cambiati, la globalizzazione ha creato un dato nuovo, ma bisogna riabilitare l’idea esigente ed evidente della scuola. Invece oggi vedo gli uomini politici stessi connettere la scuola e l’impiego come se l’insegnamento non valesse più di per se stesso. È un pessimo messaggio inviato a questi giovani e adolescenti secessionisti.
Secessionisti?
Sì, sono i protagonisti di una secessione culturale.
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