L’omaggio di un khmer rosso a un uomo libero
Caro amico direttore, mi permetto trasmetterle questa mia lettera postuma, scritta il 5 maggio 2006 a Jean-François Revel, deceduto nella notte di sabato 29 aprile 2006.
Caro Signore, (.) è da molto tempo che desideravo scrivervi questa lettera. Saranno almeno trent’anni. Dal giorno del mio ritorno in Europa, negli anni Ottanta, io sono uno dei suoi lettori più assidui. Ho letto quasi tutti i vostri libri e articoli. Le vostre opere hanno un posto speciale nella mia biblioteca. Quando ci siamo incontrati vi ho detto tra l’altro che, certo, da giovane avevo sentito parlare di voi. Ma a quell’epoca i vostri scritti avevano urtato le mie convinzioni di allora. Voi mi diceste che era una cosa normale. Ho letto il primo dei vostri libri quando mi trovavo in un campo di rifugiati, a Khao I Dang, in Thailandia, nei pressi della frontiera con la Cambogia. (.) Io credevo che gli Stati Uniti fossero per natura il paese conservatore, reazionario e imperialista. Io ho scoperto che la società americana è la più riformista. E che sono gli Stati Uniti che hanno inventato la contestazione di massa contro l’imperialismo del proprio governo. è negli Stati Uniti, come aveva già osservato Alexis de Tocqueville, che troviamo la società civile incomparabilmente più dinamica del mondo. è negli Stati Uniti che ritroviamo la maggior parte dei tipi di conflitto e i rimedi della nostra epoca. Ho letto le vostre ultime pubblicazioni. Quella che mi ha appassionato di più è sicuramente Le Regain Démocratique. Lì, voi ponete le domande giuste: «La democrazia è un lusso o un minimo vitale? La fuoriuscita dal comunismo non si rivela forse più difficile di quanto abbiamo immaginato di primo acchito? Come passare da una cultura della sottomissione a una cultura della libertà? I paesi sottosviluppati potranno eliminare la corruzione che erode le loro economie? L’islam può democratizzarsi? Esiste un valore asiatico della democrazia?». Andando al cuore della confusione attuale, le vostre parole ci donano un senso e soprattutto ci danno il coraggio per superare il chiasso e le intossicazioni. In una parola, voi siete di una onestà intellettuale rara. Cosa domandare di più quando si legge un autore? Il nostro secolo si è rivelato il più marcio e disumano. Voi, nel corso di tutta la vostra vita, avete combattutto per la libertà. Le vostre opere e la vostra azione hanno contribuito a far sì che tante persone, tra cui colui che vi scrive, abbiano scoperto le idee della libertà e della democrazia liberale. Se c’è qualcuno che ha ben meritato il titolo di “Immortale”, questo siete voi. Che ve ne siano rese grazie.
Ong Thong Houng, Bruxelles
Caro Ong, abbiamo avuto il piacere di conoscerci qualche anno fa, in occasione dell’uscita in Italia delle sue indimenticabili memorie di khmer rosso. Un libro che il coraggioso editore Angelo Guerini ha tradotto e pubblicato in Italia nonostante il permanere di un clima politico culturale (pensiamo a quel che si dice dei “resistenti” iracheni piuttosto che dell’islamismo radicale: chi è il “Male” se non gli Stati Uniti e Israele?) che per molti versi ricalca gli schemi dell’imponente opera di disinformazione e di intossicazione ideologica (da lei denunciata nel suo volume autobiografico) messa in circolo all’epoca delle guerre in Vietnam e in Cambogia dagli stessi che oggi minimizzano il totalitarismo islamista. Ho un ricordo indelebile di un volo Pechino-Phnom Penh, metà anni Settanta, di lei che tornava in patria, di lei che aveva fatto il ’68 alla Sorbona di Parigi e che tornava a casa per riabbracciare sua moglie e il paradiso per cui si era battuto al fianco di Pol Pot. Trovò invece l’inferno. Per sé e per i suoi cari. Lei la scampò. Ma 2 milioni di suoi connazionali non sopravvissero all’abisso di disumanità, terrore, crudeltà della Cambogia comunista. Nella scuola italiana non c’è ancora posto per lei. C’è sempre il ’68, ma non il seguito della storia. Ecco, se al mondo ci fosse un po’ di giustizia, noi non dovremmo vedere più (perfino nei supermercati) le pile di libri di giornalisti e intellettuali che vanno in giro per il mondo alla maniera in cui Dan Brown è andato in giro per il cristianesimo. Dovremmo vedere libri disintossicanti, dalla menzogna e dall’industria della menzogna. Come il suo Ho creduto nei Khmer Rossi.
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