LOMBARDIA FELIX
«Sono contento per Roberto, per la sua vittoria in questo terzo mandato importantissimo e condivido appieno ciò che ha dichiarato riguardo il significato politico che questo voto ha e deve avere per la Casa delle Libertà. E poi voglio soprattutto ringraziare Tempi e tutti i suoi lettori per l’appoggio e l’amicizia che mi hanno dato». Mario Sala non è felice, semplicemente ancora non ha metabolizzato – entrando all’hotel Marriot insieme al suo “grande elettore” Santo Versace – il piccolo miracolo che ha compiuto: nel mondo del presenzialismo, della vanità spesso e volentieri immotivata e mal riposta, lui ha vinto. Non solo è stato eletto consigliere regionale nelle liste di Forza Italia, ma ha addirittura sbaragliato la concorrenza arrivando primo. Sembra poca cosa, ma non è così. Per le tante baruffe tra alleati che hanno movimentato questa campagna elettorale, per il vizio diffuso all’opinione gridata che è quanto di più lontano dal suo modo di essere, per l’incapacità della politica di ascoltare chi ha qualcosa da dire piuttosto che i rumori di sottofondo. Ci vuole lo sprone amichevole di Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento europeo e coordinatore della campagna elettorale di Roberto Formigoni, perché Mario Sala decida di indossare definitivamente i nuovi panni di politico ed esprimere il suo parere. «La sconfitta non ridimensionabile della Casa delle Libertà parla chiaramente della mancanza di prospettiva politica della coalizione: non a caso la vittoria più netta per il centrodestra è giunta proprio in Lombardia, dove si è affrontato con coraggio il tema dell’allargamento della coalizione. Formigoni vince perché convince la sua azione di governo ma anche perché evoca una strada più aperta e condivisibile dagli altri soggetti della società che non si riconoscono, del tutto o per questo momento, nella CdL». Per uno di prima nomina, non c’è male. C’era euforia lunedì sera nella sala dei ricevimenti del Marriot, quartier generale nel quale Formigoni ha voluto incontrare elettori e collaboratori per festeggiare insieme il terzo mandato alla guida della Lombardia. C’è musica, ci sono sorrisi di soddisfazione che stemperano le occhiaie e la stanchezza per questa campagna elettorale lunga e difficile, ci sono gli abbracci e i palloncini colorati, ci sono i cartonati del presidente in tenuta da maratoneta con il pettorale ritoccato (“1° arrivato, 3° mandato”) e la grande gigantografia sopra il palco: ma c’è soprattutto la consapevolezza del momento, il dolore per la scomparsa del Pontefice che obbliga tutti, seppur nella gioia, a un tono di rispettosa continenza. Resta la vittoria, però. E un dato politico chiaro e incontrovertibile per il Nord e per la Lombardia in particolare. Non è un caso che fino alle 19 di lunedì sera l’unico partito a non aver nemmeno aperto bocca sui risultati, seppur parziali, delle elezioni regionali sia stata la Lega Nord. Lo stato maggiore del Carroccio, i ministri Roberto Calderoli e Roberto Maroni, è arrivato al fortino di via Bellerio intorno alle 14.30 e fino al tardo pomeriggio è rimasto chiuso negli uffici del secondo piano: non un fiato, non una solo cauto commento. Soltanto il controllo scrupoloso dei dati: uno per uno, regione per regione, provincia per provincia. Ogni singolo numero è importante, ogni minimo avanzamento rappresenta il nemmeno troppo sottile discrimine tra sopravvivenza del partito e obbligo a una vita da “alleati” senza valore aggiunto. Queste sono state le prime elezioni senza “il capo”, senza quell’Umberto Bossi sempre presente ma sempre più marginalizzato dalle ancora precarie condizioni di salute. Reggere significa che la Lega Nord vive anche senza il suo padrone, avanzare vuol dire avere una prospettiva in più: quella di mettere all’angolo il sub-governo, l’unione Udc-An che da sempre cerca di porre il freno al cosiddetto asse del Nord tra Lega e Forza Italia, benedetto dall’ex ministro Giulio Tremonti. La testa, inutile negarlo, è già alle politiche del prossimo anno. «I segnali sono quelli di sostanziali miglioramenti in tutte le aree in cui siamo presenti», abbozza Roberto Calderoli, «Siamo forti» gli fa eco Umberto Bossi. Sarà vero? Una cosa è certa: se i rapporti di forza a livello di voti di lista resteranno quelli confermati nel momento in cui questo numero di Tempi andava in stampa, la Lega avrà più di un motivo per chiedere conto agli alleati della loro azione politica. «Non è certo un caso – dichiara a Tempi un alto esponente leghista – che il nostro impegno per bloccare la chiusura clientelare della vicenda del rinnovo contrattuale degli statali e la nostra battaglia contro lo scandaloso salvataggio fiscale della Lazio abbia assunto toni aspri nonostante il clima pre-elettorale consigliasse il contrario: la nostra identità è la nostra forza. E la nostra identità, seppur con sfumature diverse, è quella della gente del Nord». Inutile negare che il risultato di Lombardia e Veneto, uniche regioni che fin da subito sono apparse saldamente in mano alla Casa delle Libertà, abbia rinvigorito il partito di Bossi, non particolarmente addolorato nel seguire le sorti al fotofinish del “nemico” storico Francesco Storace e della Puglia di Fitto. Il Piemonte? Niente di drammatico: da ormai cinque anni il Carroccio ha un ruolo residuale in quella Regione, quindi vittorie e sconfitte hanno il sapore di un sostanziale pareggio. «L’Udc dice che i risultati di queste elezioni devono portare a una riflessione interna al centrodestra? Hanno ragione – conferma la nostra fonte interna al Carroccio -. L’unica differenza è che, rispetto a quanto speravano lorsignori, sul banco degli imputati finiranno loro, non certo chi ha garantito alla coalizione due vittorie in carrozza in regioni fondamentali per il paese». La guerra interna è appena iniziata e appare cruenta. Una sola domanda: non era la stessa Lega Nord che ora gongola delle vittorie lombardo-venete a minacciare candidati alternativi a Roberto Formigoni?
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