L’ombelico della Chiesa
«Io penso che in America Latina, nel XXI secolo, è in gioco il futuro della cattolicità. Non dimentichiamo che in questo suo viaggio il Papa abbraccia poco meno della metà di tutti i battezzati del mondo». Le origini e l’attaccamento alle medesime pesano senza dubbio nel giudizio di Guzman Carriquiry, uruguagio sottosegretario del Pontificio consiglio per i laici. Del resto egli è autore di un libro, fresco di riedizione ampliata, che reca il titolo Una scommessa per l’America latina. Memoria e destino storico di un continente (ed. Le Lettere, Firenze). Ma è anche vero che la passione, di solito, aiuta a comprendere maggiormente le cose. Quando poi l’interlocutore è il più alto dirigente laico operante in un’istituzione della gerarchia cattolica ed è stato uno dei periti che hanno preparato la conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, si può stare certi che i suoi giudizi portano il sigillo dell’autorevolezza. Si tenga presente che questa intervista è stata realizzata alla vigilia della partenza di Benedetto XVI per il Brasile e dell’apertura della V conferenza dell’episcopato latinoamericano.
Professor Carriquiry, cosa pensa del titolo della V Conferenza dell’episcopato latinoamericano, centrato sui temi del discepolato e della missione? È noto infatti che qualcuno avrebbe voluto dare più risalto a temi come la giustizia e la povertà.
È molto positivo che al centro della riflessione siano stati posti i soggetti concreti – i singoli cristiani e i popoli latinoamericani – anzichè i macroproblemi e le macrostrutture. Il miracolo dell’America Latina è che per l’85 per cento dei suoi abitanti la fede cattolica è ancora sostrato culturale, sapienza di vita, dimora. Il compito dei vescovi è farla calare più profondamente nei cuori dei cristiani perché diventino autentici discepoli e testimoni.
Già, quanto è profonda la fede dei popoli latinoamericani? Si dice che i latinoamericani frequentino molto i santuari, ma molto poco la Messa domenicale. Andiamo verso un’europeizzazione delle società latinoamericane, in termini di secolarizzazione e individualismo?
Non siamo al livello della «silenziosa apostasia di massa» denunciata dal cardinal Rouco Varela a proposito dell’Europa. La pietà popolare è fiorente, la Chiesa ha la consistenza sociale e storico-culturale di un popolo nei popoli. In tutti i sondaggi condotti nei paesi del Sudamerica la Chiesa cattolica risulta essere l’istituzione che riscuote i maggiori consensi. Ma certo la secolarizzazione sta avanzando anche da noi. La globalizzazione implica che l’America Latina è coinvolta nella cultura relativista e nichilista globale, veicolata dai media. Questa cultura è lontana e ostile al patrimonio della nostra tradizione cristiana e considera le masse cattoliche latinoamericane un’anomalia da superare. Essa sta penetrando fra gli intellettuali, nelle università e fra i politici. La pietà popolare è un potente elemento di resistenza a questa tendenza, per le caratteristiche che la accompagnano: passione per la giustizia, senso della vita e della morte che si traduce in una vitalità piena di speranza.
Spesso la pietà popolare latinoamericana è presentata come una forma di superstizione e di miracolismo.
Questa visione è prevalsa per un momento all’indomani del Concilio Vaticano II, ma oggi tutti rispettano la pietà popolare come autentica inculturazione latinoamericana della fede cristiana, che permette a un popolo intero l’esperienza di Dio come provvidente e misericordioso, del Cristo sofferente, di Maria rifugio e consolazione materna. La pietà popolare è il fenomeno che ha permesso di radicare il cristianesimo in America Latina subito dopo la prima evangelizzazione e poi di salvarlo a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, quando l’Illuminismo e le guerre civili seguite alle indipendenze nazionali hanno spazzato via tutte le strutture e tutto il personale ecclesiastico. Per quasi cento anni la fede è sopravvissuta in forma di tradizione orale, tramandata soprattutto dalle donne. Quando Von Humboldt realizza la sua esplorazione attraverso il continente nel 1799-1804, incontra villaggi che non vedono un sacerdote da 200 anni, ma conservano preghiere e feste cristiane. Questo spiega pregi e limiti del cristianesimo sudamericano, che preferisce grandi pellegrinaggi ai santuari alla pratica del precetto domenicale, per secoli interi impraticabile.
Negli anni Ottanta un problema aperto della Chiesa in America latina era la teologia della liberazione (tdl) nell’interpretazione che ne dava la cosiddetta Iglesia Popular. Oggi della tdl si parla molto meno, mentre è aperta la questione della teologia indigena e della corrispondente prassi ecclesiale. Questo indigenismo teologico e pastorale è pericoloso per la fede quanto lo fu la tdl marxistizzata?
La tdl non è stata solo un prodotto ideologico esotico, è stata anche un tentativo di riflessione teologica della Chiesa latinoamericana a partire dalla propria realtà, che è quella di un continente di poveri e di diseguaglianza. Le correnti più note della tdl hanno incorporato progressivamente categorie marxiste sia a livello teorico che di prassi. È intervenuto il discernimento dottrinale, che ha messo i conti in ordine con le istruzioni della Congregazione per la dottrina della fede e coi documenti di Puebla. Ma a dare il colpo di grazia alla tdl non è stato il discernimento dottrinale, bensì il crollo del socialismo reale nel 1989-’92. La costellazione tdl-cristiani per il socialismo-Iglesia Popular è stato uno degli ultimi tentativi strategici del comunismo in decomposizione. I suoi fautori sono rimasti sconcertati e paralizzati e fino ad oggi incapaci di una rifondazione. Ma credo che abbia ragione anche chi dice che le nostre Chiese si sono sbarazzate della tdl, ma non l’hanno superata. Cioè non hanno fatto proprie le istanze giuste che ne erano alla base dando loro una risposta più cristianamente piena. Perciò su questo punto le nostre Chiese restano affaticate e divise. Diversa è la questione degli indigeni, che è un punto dell’ordine del giorno di Aparecida. Dopo 500 anni di evangelizzazione, gli indigeni non sono più propriamente indigeni, ma meticci culturali. Rappresentano il mondo popolare più umiliato e oppresso, che ha diritto alla promozione umana e alla giustizia. Era un mondo pietrificato che negli ultimi 15-20 anni si è messo in movimento, emigrando dalla campagne povere alle megalopoli e trasformando il volto di queste ultime. È stata un’irruzione sociale ed economica che ora è anche culturale e politica. Il problema è che questa irruzione, a cui gli indigeni avevano e hanno pienamente diritto, viene fortemente caricata ideologicamente dai settori politici e militari che si offrono di rappresentare i loro interessi. Riappaiono sciamani, stregoni e divinità indie dentro al discorso politico, sia a destra (Alejandro Toledo in Perù) che a sinistra (Evo Morales in Bolivia). Oggi è in corso un’azione articolata che ha lo scopo di sradicare le comunità indigene dalla Chiesa cattolica. Di essa sono protagonisti politici, intellettuali, Ong ambientaliste, antropologi e, purtroppo, anche bravi missionari che si lasciano prendere dal mito del buon selvaggio o da pretese teologiche che portano al sincretismo.
L’altra questione molto dibattuta è la presenza degli evangelici, che alcuni definiscono sètte e altri Chiese.
Io preferisco parlare di comunità evangeliche pentecostali. Fra loro c’è di tutto, inclusi gruppi molto settari. Però oggi la situazione sta cambiando. La vena anticattolica che ha caratterizzato all’inizio il loro apostolato si è molto affievolita, e dall’altra parte la Chiesa cattolica ha smesso di demonizzarle e di etichettarle come un complotto nordamericano. Come negli Stati Uniti, evangelici e cattolici si avvicinano di fronte alle sfide della società secolarizzata e ai suoi attacchi contro la vita e stabiliscono rapporti. Ora la Chiesa cattolica si interroga sul successo degli evangelici, che sono presenti soprattutto nei quartieri più poveri e nelle campagne marginali. Noi abbiamo fatto la scelta preferenziale per i poveri, ma i poveri sono emigrati verso le comunità evangeliche. Dove il discorso cattolico ha enfatizzato in maniera esclusiva i temi della coscienza critica e della lotta sociale, lasciando in secondo piano la domanda religiosa vera e propria, gli evangelici hanno riempito un vuoto. Le Comunità di base hanno cercato di essere una dimora ecclesiale di partecipazione popolare là dove la Chiesa cattolica istituzionale era poco presente, ma dopo il ritorno della democrazia si sono più che dimezzate dalle 70 mila che erano vent’anni fa. Oggi il loro posto è stato preso soprattutto dalle Comunità di Alleanza (carismatici cattolici) e dalle comunità neocatecumenali. Anche su questo ci si interrogherà ad Aparecida.
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