L’ombra di Osama sulla Somalia

Di Rodolfo Casadei
29 Giugno 2006
Troppo presto sono stati definiti moderati gli islamisti saliti al potere nel paese africano. L'assassinio del giornalista occidentale ha suonato l'allarme: quelli in azione a Mogadiscio sono terroristi filo-Al Qaeda

Chissà se l’omicidio a sangue freddo durante una manifestazione popolare indetta dalle Corti islamiche del fotoreporter anglo-svedese Martin Adler, veterano di tante guerre nel Terzo mondo, servirà a scuotere i commentatori occidentali dalle illusioni circa la natura benigna di quello che sta accadendo a Mogadiscio. D’accordo, molto probabilmente la Somalia dei tribunali coranici non diventerà mai un Afghanistan talebano sul continente africano, ma la contropartita di questa ragionevole previsione è la prosecuzione dello spargimento di sangue fra i somali per le lotte di potere presenti e future ed il rafforzamento delle posizioni antioccidentali. Il povero Adler è l’ennesima vittima sacrificale di questi processi in corso.

I dialoganti che chiudono i cinema e spengono le televisioni
Le settimane scorse i media occidentali hanno provveduto a rassicurare i lettori pubblicando varie interviste a Sharif Shek Ahmed, il presidente dell’Unione delle Corti islamiche (Uci) che ha assunto il controllo totale di Mogadiscio grazie alla vittoria militare delle sue milizie contro quelle dell’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo, la coalizione dei “signori della guerra” che quindici anni fa avevano abbattuto il regime dittatoriale del colonnello Siad Barre solo per sostituirlo con l’anarchia e il crimine. Ahmed, facendo professione di moderazione, ha assicurato che gli islamisti somali non vogliono fare la guerra all’Occidente, che pure in cuor loro detestano, né uccidere europei ed americani presenti nel paese, e che chi lo fa è un terrorista. Ma la moderazione di fatto finisce lì. Il presidente dell’Uci ribadisce ad ogni intervista la necessità di applicare integralmente la sharia come condizione per la restaurazione della pace e della giustizia in Somalia. C’è chi davanti a questa dichiarazione fa spallucce, ricordando che da tempo le Corti islamiche non applicano più le pene corporali (taglio della mano, crocifissione, ecc.) e che in realtà ogni corte applica una variante della sharia in sintonia con le tradizioni del clan di appartenenza (ogni corte islamica di Mogadiscio è nata con l’autorizzazione degli “anziani” di un clan o di un sottoclan, le unità socio-politiche portanti della realtà somala). Sta di fatto che le milizie delle Corti fanno la ronda in Mogadiscio proibendo alle donne di indossare gonne attillate e agli uomini di esibire capigliature “rasta”, chiudendo con la forza i locali dove la gente assiste alle partite dei mondiali di calcio proiettate in tivù. Nel novembre scorso, quando le stesse milizie decisero di chiudere le sale cinematografiche che proiettavano film indiani giudicati pornografici per gli standard islamici, ci furono decine di morti in scontri armati. Nel dicembre 2004 l’allora Consiglio supremo delle Corti islamiche della Somalia (antenato diretto dell’Uci) proclamò il divieto di festeggiare il capodanno, perché si trattava di una festività non islamica, e fissò la pena di morte per chi avesse violato il decreto.
Ma questo non è tutto. Nel settembre scorso le Corti hanno animato una grande tre giorni di conferenze e discussioni che ha riunito 250 delegati di associazioni religiose e civili. Al termine dei lavori sono state approvate 14 risoluzioni, la principale delle quali ribadisce la necessità dell’applicazione della sharia per la soluzione di tutti i problemi politici e sociali della Somalia. Un’altra dichiara che il termine “terrorismo” è stato usato per minare l’islam e privare i musulmani dei loro diritti. Un’altra ancora rifiuta il dispiegamento di truppe straniere nel paese, anche se provviste di mandato Onu, per favorire il processo di pace. Ma il pronunciamento più grave è quello della risoluzione che consacra il ruolo delle Corti islamiche come fattore di stabilità e sicurezza, confermando la legittimità di tutte quelle esistenti e delle loro milizie. Si dà il caso infatti che almeno due di esse siano dirette da personalità altamente controverse. La maggioranza delle corti somale è composta da gente che vuole l’applicazione integrale della sharia, detesta la “guerra al terrorismo” promossa dagli Usa, simpatizza con chi in Irak e in Afghanistan spara agli americani ed ai loro alleati e pensa in cuor suo che Osama Bin Laden è un grand’uomo, ma che tuttavia non ha intenzione di partecipare direttamente al jihad contro gli infedeli né in Somalia né fuori del paese. Diverso è il caso delle corti di Ifka Halane e di Shirkoola, capeggiate da jihadisti veri: lo sceicco Hassan Daher Aweis, presidente della corte di Ifka Halane, e Hassan Hashi Aeru, il comandante della milizia della corte. Per entrambi sono dimostrati legami organici con Al Qaeda.

Gli amici di Bin Laden
Aweis è uno dei fondatori di Al Itihaad al Islami, organizzazione che all’indomani degli attentati del 2001 gli Stati Uniti inserirono nell’elenco delle 27 formazioni terroristiche i cui beni dovevano essere confiscati per i loro legami con Al Qaeda. Aeru, probabile responsabile dell’uccisione di almeno cinque cooperanti stranieri (fra i quali la benefattrice italiana Anna Lena Tonelli, trucidata con un colpo di pistola alla nuca nel 2004) e della profanazione del cimitero italiano di Mogadiscio, trasformato in terreno di addestramento per i suoi miliziani e per terroristi stranieri, si è formato nei campi di Al Qaeda in Afghanistan. Aeru da poco tempo ha creato al Shabaha, un’organizzazione esplicitamente ispirata ai talebani che avrebbe preso il posto di al Itihaad al Islami, fatta a pezzi negli ultimi dieci anni dalle ripetute operazioni militari dell’esercito etiopico e delle formazioni armate somale sue rivali, con la discreta assistenza degli Usa.
Confidando nel sistema di controllo clanico sulle corti, Sharif Shek Ahmed ha permesso ad Aweis e Aeru di arrivare fino a dove sono arrivati e ha evitato lo scontro con loro. Non pare esser stata una buona politica. I due si sono finora dimostrati leali col loro sottoclan, quello degli habergidir/aer, ma solo per manipolarlo meglio a loro vantaggio: gli aer non permetteranno che altri mettano al bando o diano la caccia ai due accusandoli di jihadismo e terrorismo, fino a quando serviranno lealmente il sottoclan. Sta di fatto che i miliziani di Aeru, proprio perché anzitutto jihadisti in cuor loro, provengono da tutti i clan, cosa rara in Somalia. Ora dalla loro parte si starebbe schierando Shek Nur Barud, esponente di prestigio dell’ala oltranzista (per quanto non jihadista) dell’Uci che mira a scalzare Ahmed. Probabilmente l’omicidio brutale di Martin Adler ha a che fare con questa lotta di potere all’interno delle corti. L’impotente Governo federale di transizione arroccato a Baidoa e la comunità internazionale che ha già fatto tanti tentativi di mediazione osservano il tutto e aspettano un gesto di buona volontà. Più probabile che arrivi qualche altra cattiva notizia. Soprattutto adesso che, in barba a tutta la buona volontà dialogante mostrata al credulo mondo occidentale, la shura, ovvero il parlamento del regime guidato dalle Corti islamiche, ha eletto presidente proprio lo sceicco Aweis.

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