L’ora dell’armistizio

Di Luigi Amicone
24 Gennaio 2008
«Occorre un governo di responsabilità nazionale». Dopo Prodi serve «un accordo d'acciaio tra i due poli che ci liberi dall'uso politico della giustizia». Parla il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini

Roma, 21 gennaio, lunedì di passione. Conferenza stampa di Clemente Mastella che annuncia l’uscita dell’Udeur dalla maggioranza. è una buona notizia quella che apprendiamo al secondo piano della Camera dei Deputati. Nell’ufficio presidenziale dell’onorevole Pierferdinando Casini, questa sera si gode davvero un bel colpo d’occhio sul Cupolone illuminato.
Che dice, presidente, questa volta è davvero finita? «Me lo auguro. Prodi ha fatto diventare la sua personale durata un valore e il tirare a campare della prima repubblica la cifra della politica italiana». E i risultati si vedono. «Sì, questo governo ha gravemente logorato la possibilità di un’intesa vera almeno sulle grandi questioni nazionali. Detto questo, i problemi si riproporranno tali e quali il giorno dopo le elezioni». Gianni Baget Bozzo ha fatto sapere a Berlusconi che adesso non gli basterà più vincere. Adesso deve rivincere e coinvolgere nelle responsabilità di governo anche il Pd di Walter Veltroni. «Non lo so. Certo anch’io sono convinto che se la situazione precipita e si va a votare, il giorno dopo, le persone responsabili, in qualunque schieramento esse siano collocate, avranno ineludibilmente questi problemi da affrontare. Se vogliamo, ha ragione Baget Bozzo. Ma allora facciamo in modo che il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sia subito espressione di questa consapevolezza. Mi interessa poco che questo dialogo finisca solo in un accordo sulla legge elettorale. Mi interessa molto che domani sviluppi qualcosa di ben più sostanzioso. Perché fare i rigassificatori, riprendere la strada del nucleare, risolvere il problema dei rifiuti, pensare alle grandi infrastrutture, stabilire che la contrattazione come è stata fatta in queste ore per i metalmeccanici è una prassi antiquata che va superata con la flessibilità di una contrattazione a livello locale. Insomma, tutti questi temi sono le grandi questioni che si devono e si possono affrontare solo nel quadro di una politica di responsabilità nazionale. E poi, chiaro, ci vorrebbe l’accordo d’acciaio evocato da Giuliano Ferrara che consenta di liberarci dall’uso politico della magistratura».
Oggi, giovedì 24 gennaio, il governo Sansone è caduto trascinando con sé tutti i filistei. Oppure no. Oggi, la clamorosa sortita di Clemente Mastella segna l’ennesimo rilascio nell’atmosfera di scorie politiche radioattive, conferendo al già devastato paesaggio italiano quel tocco di ulteriore, incredibile, pazzesca surrealtà, che fa di nuovo inforcare la bicicletta a Romano Prodi e ripartire il governo come se nulla fosse accaduto. Come se nulla accadesse e Mastella, Pecoraro, le barricate e la spazzatura di Napoli, il deserto della Sapienza e le montagne del Papa, il caos delle Borse e la recessione incipiente fossero numeri d’artificio usciti dal cappello di un David Copperfield di Reggio Emilia. E così, come dal maggio 2006, siamo di nuovo tutti al lavoro nel paese del Bengodi che «riparte ad alta velocità». Purtroppo, da qualunque parte la si veda, il minimo buon senso rimasto nelle figure tragicomiche del teatro italiano – destra e sinistra, laici e cattolici, Pd e Pdl, e metteteci tutte le polarità che volete – converge nello stabilire che, alla fine, è necessario dare un nome alle cose. Lo si voglia chiamare “un paese in tilt” come da sinistra strilla la copertina dell’Espresso, o propriamente “allo sfascio” (Panorama), la catastrofe italiana può essere misconosciuta solo dall’«errore dei ciechi che si fanno duci» (Dante). Si capisce allora perché, anche un politico navigato e astuto come Pierferdinando Casini, non ci stia a divagare e a civettare su legge elettorale, Pd, Pdl, Cosa Bianca, caso Cuffaro, gnégné dei vari Tabacci. Naturalmente sono tutte cose serie.
E Casini non è tipo che, anche davanti alle evidenti difficoltà che comporta il fare politico nel presente quadro istituzionale impazzito, metta in moratoria le sue idee. «Non ci credo che non ci sia spazio per un nuovo soggetto politico e moderato di centro. Non si vara un nuovo partito strillando da un predellino. Non si fa una buona legge elettorale solo con l’accordo di Berlusconi e Veltroni». Tutte cose importanti. Ma capisce, Casini, che quando la casa brucia, la prima cosa da fare è spegnere l’incendio. E spegnerlo tutti insieme. Poi si discute. Naturalmente la vita politica parlamentare va avanti. E il partito di Casini non rinuncia a votare la Bozza Bianco, anche se sa che domani verrà cestinata perché se non si andrà al referendum, della legge elettorale se ne discuterà in un prossimo parlamento.

Su le maniche
«è chiaro, se si apre la crisi, non vedo alternative alle elezioni. Mi è anche chiaro però che, vinciamo noi, vincono loro, non importa. Oggi all’Italia serve una cosa sola: un governo di responsabilità nazionale. Nessuno dei due poli per come è strutturato riesce a risolvere le questioni dell’Italia. Perché c’è da assumere un carico di impopolarità che la politica non è disposta sottoscrivere per la paura di pagarne poi i costi elettorali. Allora, o c’è un armistizio e una fase di decantazione, di gentlemen agreement, per cui si fanno le cose, poi si riprenderà la dialettica politica normale. Oppure davvero qui rischiamo di far saltare per aria il sistema-paese. Questa era la missione della presente legislatura. Se Prodi non avesse logorato tutto con la pervicacia di resistere con un governo che ha avuto una sola caratteristica, durare contro ogni realtà, non saremmo qui a dover assumere responsabilità per i danni prodotti dalla durata di un non governo».
Conclusione? «Prodi riconosca la sconfitta, si faccia da parte e si apra una fase politica all’insegna della responsabilità nazionale. Governo istituzionale, larghe intese, governissimo. Non mi interessano le formule, mi interessa la sostanza. Qui c’è un paese allo sbando, bisogna che ci tiriamo su tutti le maniche e che, ognuno dalla sua parte, assuma insieme a tutti gli altri la sua responsabilità per il bene del paese».

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