L’osservatorio Romano
Si chiamano ECRI ed EUMC. Vivono delle nostre tasse. Il primo, la “Commissione Europa contro il Razzismo e l’Intolleranza”, prende i soldi dal Consiglio d’Europa (41 nazioni e un po’ di ONG) per distribuire gratis voluminosi dossier a Strasburgo e a Bruxelles. Il secondo, l’“Osservatorio Europeo sul Razzismo e la Xenofobia”, campa grazie alla Commissione Europea (CE) presieduta da Romano Prodi, è stato fondato a Vienna (dove ha sede) nel 1997, è diretto dalla tedesca Beate Winkler e opera assieme al Consiglio d’Europa e alle Nazioni Unite per la creazione del RAXEN, il “Network Europeo d’Informazione sul Razzismo ”. I link dell’ECRI e dell’EUMC sul web portano poi a una miriade di altre sigle. Variano le accuse, cambiano le intensità, ma l’obiettivo no: screditare, bollandoli d’infamia e d’ignominia, i “cattivi”. Ossia chi non è di sinistra, strumentalizzando il “caso Jörg Haider”. Dopo la fondazione dell’ECRI nel brodo primordiale dell’Europa comunitaria, il copione si è dipanato così. C’era una volta il C.E.R.A., “Centre européen de richerche et d’action sur le racisme et l’antisémitisme”, fondato nel 1992 a Parigi dal Congresso ebraico europeo e finanziato dalla CE. Dal 1996 produce libroni sull’estremismo razzistico e xenofobo nel Vecchio Continente, in cui, salvo rare eccezioni, gli accusati sono sole le Destre. Il più recente è del 1998, pubblicato dalle Éditions de l’aube-Éditions Luc Pire in circa 500 pagine: Les extrémismes en Europe. État des Lieux 1998, a cura di Jean-Yves Camus. Dell’Italia si occupa lo storico Francesco Germinario, che su il Manifesto del 27 febbraio ha firmato un Gesuiti, la compagnia dell’antisemitismo. Al Parlamento Europeo, il tomo viene disinvoltamente regalato ai meeting point degli attivisti. Poi è venuto l’EUMC, che studia, scruta, osserva, e da ultimo è giunto il volume Racism at the Top: Parliamentary Discourses on Ethnic Issues in Six European Countries, curato da Ruth Wodak e Teun A. van Dijk. Per i tipi editoriali della Drava Verlag di Klagenfurt/Celovec, lo ha pubblicato (avendolo prima commissionato, cioè finanziato) nientepopodimenoche il Dipartimento Scienze Sociali del Ministero federale austriaco della Pubblica Istruzione, delle Scienze e della Cultura, evidentemente quello rispondente al governo precedente l’esecutivo oggi in carica a Vienna. E qui siamo al delirio. In 392 pagine per 11 capitoli si esaminano Austria, Spagna, Francia, Olanda, Gran Bretagna e Italia. La sezione dedicata al Belpaese del Tricolore (la decima, di 41 pagine) ha titolo, in “lingua mista”, Italy: Sicurezza e Solidarietà. Autrice: Jessika ter Wal, diplomata in Linguistica italiana all’Università di Utrecht, in Olanda, e addottoratasi in Scienze sociali e politiche presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze con una tesi sul razzismo e sul pregiudizio etnico nella politica e nell’informazione italiane in tema d’immigrazione. Nel novembre del 1998, si è unita all’Università di Vienna per partecipare a un programma di ricerca sul razzismo e sull’oratoria dell’FPÖ-Freiheitliche Partei Österreichs (il “Partito della Libertà” austriaco di Haider) e di quelli che Racism at the Top definisce “le sue controparti italiane, la Lega Nord e Alleanza Nazionale” (p. 390; i virgolettati che seguono sono citazioni dirette, con rimandi alle pagine del volume). Tesi di fondo: i partiti “estremisti” AN e Lega Nord, ma un po’ anche Forza Italia e Centro Cristiano Democratico, usano toni e accenti discriminanti contro gl’immigrati, camuffandosi. La prova? Eccola: l’Italia non di sinistra si permette — impunemente e spudoratamente — di dire “noi”, intendendo gli “italiani”. La colpa? Eccola: usare normalmente vocaboli criptoxenofobi sottendenti “criteri di nazionalità” (p. 316), quali “il nostro Paese” e “le nostre città”. AN, poi, parla addirittura — mala tempora currunt – di “radici culturali” e di “patrimonio d’idee” (p. 316).
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