Lost in translation
Due americani in vacanza forzata a Tokyo.
E’ dura essere figli d’arte. Soprattutto quando il padre è Francis Ford Coppola, genio indiscusso del cinema e più modesto campione di nepotismo italoamericano. Una sorella (Talia Shire), a fare Adriana per Rocky Balboa; un nipote (Cristopher Coppola) è un mediocre regista, gli altri due (Marc Coppola e il più noto Nicolas Cage) sono attori per modo di dire. I figli: Roman è un regista dimenticabile, mentre Sofia dopo un pessimo avvio come attricetta (era l’imbarazzante Mary Corleone nell’ultimo capitolo de Il Padrino), ha pensato bene di provare la carriera di regista. E l’ha imbroccata: un buon esordio (Il giardino delle vergini suicide) ed una discreta commedia (Lost in Translation). Una storia di solitudine ma anche di amicizia sincera: due persone smarrite in un mondo lontano si trovano e mettono insieme un bel pezzo della propria vita. Nonostante qualche vezzo autoriale di troppo, un film solido e forte di un buon soggetto, un grande cast ed un finale coraggioso.
Di S. Coppola con B. Murray.
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