L’Ue in Chiraclette
“Grazie don”. Chirac fa lo spiritoso con Berlusconi che spende il suo ultimo discorso per le radici cristiane. Ma non c’è corrispondente da Bruxelles (rileggere il corsivo di Giuseppe Sarcina sul Corriere di sabato 19 giugno, pag. 3), di destra o sinistra esso sia, che non lo noti: siamo tra capi di Stato o a una riunione di condominio? Hanno scritto l’atto più importante della costruzione europea o il regolamento dei vigili urbani di Vidigulfo? Di certo c’è il presidente francese, principale supporter della “Costituzione imperialista” (come l’ha definita Giorgio Vittadini), che ha perso un altro treno per non passare alla storia soltanto come l’inventore, da sindaco di Parigi, della macchina che raccoglie i bisogni della fiorente popolazione canina della capitale francese e che la vox populi ha ribattezzato chiraclette.
Di certo c’è, dopo l’approvazione della nuova Costituzione, che l’Europa è più divisa che mai e non ha ancora un successore, alla presidenza della Commissione, di quel mite Spaccone che non ha neanche il fisico di Paul Newman. E questo perché, giustamente, Italia, Gran Bretagna, Portogallo, Austria, Polonia e tutti i nuovi inquilini dell’Est, non accettano di fare i cagnolini sotto il tavolo dei due Re Soli. Ovvero di una leadership cosiddetta franco-tedesca che si voleva tragica e che si dimostra comica (per di più al cospetto di elezioni europee che hanno visto Chirac e Schroeder, i Re Soli, politicamente schiantati dai loro stessi concittadini francesi e tedeschi).
Dunque, non ci resta che piangere e benedire i cannoni di “Master & Commander” puntati su questa vecchia Ue? Di piangere non se ne parla, però che si faccia un po’ di guerra alla deriva franco-massonica c’è solo da augurarselo. Se infatti sotto l’egemonia di un petit De Gaulle la caravella del Vecchio Continente sembra arenarsi livida e spossata, battente bandiera bianca e pollice verde senza alcuna identità (eccetto naturalmente quella petulante vela multicolore che sta issata e garrisce nell’aria come un insipido e pretesco verso del Petrarca ad Avignone), quella britannica ha almeno il pregio di battersi ancora per qualcosa, fosse anche solo per Sua Maestà, la Regina.
NIENTE RADICI CRISTIANE, MA CULTO DELLA TERRA
In compenso, se non ha ancora la testa, dunque l’Europa ha almeno una Costituzione farfallona. Il Papa si “rammarica” per la scrupolosità con cui gli estensori hanno evitato ogni riferimento alle radici cristiane. Beh, ha ragione. Ma come non riconoscere a Giscard d’Estaing e ai suoi fratelli di pentagramma il record olimpionico di funambolismo, se sono riusciti – come sono riusciti – a partorire un testo che svicola dalla storia e copre di uno spesso strato di gelatina, dieta macrobiotica e distintivi onusiani la realtà effettuale, le tradizioni inevitabili e le passioni vere degli uomini e donne europei? Dacché i funamboli ci prescrivono quanto segue: come fonte di speranza, il culto di madre Terra, e come casa comune, un barcone su cui si consuma un banchetto al fritto misto legalitario senza alcun ancoraggio all’identità dei popoli reali. Dunque i funamboli ci offrono una Carta che è sì buona, ma per arrotolarci il pesce al mercato di Bruxelles.
POLITICI CONTENTI, POPOLI PERPLESSI
Insomma, ci aspettavamo una Magna Charta per il continente e ci hanno dato uno spartito scritto con la squadra e il compasso. Pensavamo a una dichiarazione sullo stile di quella americana, poche ma efficaci parole sullo spirito e le radici delle libertà europee, e ci propongono il culto della dea Cibele. Cercavamo delle fondamenta in cui si potesse riconoscere il dna di popoli riuniti non dal Muro di Berlino, ma dalla caduta di quel Muro per opera del mondo della democrazia, della libertà e della persona, e ci offrono i cartoni animati e il menhir di Obelix. Volevamo un pensiero e ci hanno dato la new age di Paulo Coelho, lo scrittore preferito di D’Alema. Un pizzico di Aristotele, o Dante, o Cervantes, o Shakespeare, o Rimbaud, o Kafka? Niente, solo balordaggini che poteva scrivere pure Pecoraro Scanio e sottoscrivere anche un tamburino di Berlino est.
Perché, pur apparendo nel firmamento stellato in campo blu, cosa fotografa la Costituzione Ue se non un’Europa ridotta ad autogrill, a uno spazio vuoto, a un contenitore, a una pompa che invece della benzina distribuisce leggine, regolamenti, buone intenzioni, incenso e mirra all’energia cosmico-architettonica dell’universo? Ecco cos’è l’Unione degli Chirac: un autogrill della tolleranza intesa come culto laico dell’indifferenza, della piallatura delle differenze e dell’indifferenziazione.
Il tam tam delle agenzie mediatiche dice che la classe politica europea è molto soddisfatta di questa gelatina à la carte. La qual cosa sarebbe molto preoccupante se non fosse che – come si è visto dagli esiti astensionistici, scettici e nazionalistici delle elezioni europee – popoli a cui nessuno ha chiesto il parere prima di scrivere la loro Costituzione, pare che non siano molto soddisfatti da questa Europa di politici molto soddisfatti.
DISSE IL PAPA A KWASNIEWSKI
Che si può fare, adesso? Niente, se non tentare di proporre e tambureggiare in giro, fino a Strasburgo, qualche emendamento.
Il primo dei quali potrebbe essere quello che estrapoliamo dal discorso rivolto da Giovanni Paolo II al presidente della Repubblica di Polonia, Aleksander Kwasniewski, il 18 maggio 2004. Discorso che in principio rende onore ai liberatori dell’Italia e dell’Europa dal nazi-fascismo e, ricorrendo il sessantesimo anniversario della battaglia di Monte Cassino, a “ogni polacco” che «ricorda con orgoglio quel combattimento, che, grazie all’eroismo dell’esercito comandato dal generale Anders, aprì agli alleati la strada per la liberazione dell’Italia e per la sconfitta degli invasori nazisti. Al cimitero militare di Monte Cassino si trovano tombe sulle quali furono poste croci latine e greche, e anche lapidi con la stella di Davide. Lì riposano gli eroi caduti, uniti dall’ideale di lottare per “la nostra e la vostra libertà”, che comprende in sé non soltanto l’amore per la propria Patria, ma anche la sollecitudine per l’indipendenza politica e spirituale di altre nazioni. Tutti sentirono il dovere di opporsi ad ogni costo non soltanto alla sopraffazione fisica dei singoli e delle nazioni, ma anche al tentativo di annientare le loro tradizioni, le loro culture e la loro identità spirituale». Bello, no? Ma noi qui, non chiediamo l’abrogazione della gelatina con referendum o caciare all’europarlamento. No, niente di tutto questo, noi chiediamo soltanto un piccolo, piccolissimo emendamento che vada non a togliere ma ad aggiungere qualcosa di realistico e storico al culto della Terra, della Tolleranza e della Pace eterna e universale, eccetera e amen. Chiediamo che venga inserita questa frase – non ci scandalizza che l’abbia detta un vecchio Papa, vero? Non ci scandalizza che l’abbia approvata un maturo presidente ex comunista, vero? Vero che il problema è: corrisponde a realtà o no? Sfigurerebbe o no davanti alle già tante idee platonico-teosofiche accolte nella Carta? – che dice: «Riconosciamo che nell’arco dei secoli, il patrimonio culturale e spirituale dell’Europa è stato formato e difeso perfino a costo della vita da coloro che confessarono Cristo e da coloro che nel loro credo religioso si richiamano ad Abramo». Chi è d’accordo con questa nostra noterella emendativa, la sottoscriva. E la faccia circolare.
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