L’umiliazione di Bobbio, l’umiltà della Arendt

Di Zottarelli Maurizio
31 Maggio 2000
Il nostro inviato al seguito degli esercizi spirituali della Fraternità di CL

“Era necessario che l’eroico diventasse quotidiano perché il quotidiano diventasse eroico”. C’è qualcosa di improcrastinabile nella famosa riflessione benedettina. Non solo perché c’è un che di eroico nel ritrovarsi di 26mila persone per gli annuali esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione (con 16 paesi collegati via satellite e altri 32 che seguiranno attraverso videoregistrazioni) per interrogarsi su “cos’è l’uomo e come fa a saperlo” in una Rimini di fine maggio (19-21) percorsa dai primi vacanzieri e da sciami di Harley-Davidson. Ma soprattutto perché rappresenta una singolare resa dei conti con quella concezione, gramscianamente e azionisticamente parlando, che, per il bene comune, assume la propria laica Morale come la Migliore, dispensando dall’alto, al popolo mai pago della propria schiavitù religiosa, precetti divinamente kantiani che consentano a questo stesso popolo di affrancarsi dagli ultimi residui di superstizione. In altra direzione si muove la predicazione riminese. Anzitutto: mistero è l’uomo, tra le cose misteriose la più misteriosa, ricorda nel suo messaggio il cardinale Schönborn citando Sofocle. Misterioso punto il cui il cosmo prende coscienza di sé. Coscienza leopardiana di poter comprendere e contenere l’intero cosmo e insieme coscienza della propria piccolezza. Creatura impastata di fango e saliva, eppure prediletta. Maledizione è solo la presunzione di sé: secondo l’intuizione di Hannah Arendt, “la pretesa di conoscere solo quello che noi abbiamo fatto ha condotto alla perdita di significato”. Nella citazione di Norberto Bobbio diventa il riconoscimento tattile della ferita aperta che divarica l’uomo moderno: “Quando mi rendo conto di essere arrivato in fondo alla vita senza averne capito i significati ultimi, la mia intelligenza ne è umiliata”. Considerazione pasoliniana: riducono al minimo lo sforzo per vivere, ti insegnano una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. E’ l’esito di una promossa e generalizzata pedagogia etica alla John Dewey, padre del progressismo moderno, per cui “abbandonare la ricerca della realtà può sembrare un sacrificio, ma serve per dedicarsi a una ricerca più utile, quella dei valori che possono essere condivisi da tutti”. E’ la religione civile che all’amore per l’umano reale, sostituisce tutt’al più la pietà. Ma la pietà, si cita il filosofo ebreo francese Alain Finkielkraut, “ la pietà è un amore decaduto. Non c’è apertura all’altro, ma una diffidenza nei confronti della sua libertà”.

Pure il cardinal Ratzinger avverte: “l’addio alla verità non è mai definitivo”. Perché? Per la testardaggine della realtà che nella sua selvaggia bellezza intrisa di gioia e di dolore, urla “più in là, più in là”. L’uomo, sentimentalmente irretito da tante campane di chiese senza Dio, è solo e cieco dalla nascita. Attende un Dio, nato da donna, che viva di carne, come lui. Una pretesa pazzesca che ricorda una lettera di Oscar Wilde, dal carcere, diceva: “Gesù non insegna niente a nessuno, ma basta essere portati alla sua presenza per diventare qualcuno”. Sembra che i 26mila a Rimini ne siano la testimonianza.

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