L’unico kolossal europeo? E’ il senso di colpa
«Da quanto tempo gli europei non fanno non già un grande film “in costume”, ma un grande film storico? Cioè un film che affronti complessivamente una pagina decisiva della nostra storia, dandocene altresì un’interpretazione “forte”? Se si sta alla produzione cinematografica, si direbbe che l’unico uso della storia che è ormai possibile alla cultura di massa del Vecchio Continente è quello che consiste o nella rivisitazione del passato generazionale (tipo “La meglio gioventù”), ovvero nel ricordo delle catastrofi belliche e dei connessi nazismi e fascismi. La nostalgia e la deprecatio, insomma, sembrano essere le uniche due dimensioni memoriali consentite al discorso pubblico europeo. In America, invece, il passato è ancora pienamente legittimato a fungere da ispirazione identitaria positiva». Queste e altre considerazioni contenute in un pezzo intitolato “E Hollywood scrive la storia d’Europa” a firma di Ernesto Galli Della Loggia, uscito sul Corriere della Sera una decina di giorni fa, hanno attirato l’attenzione e provocato repliche. Noi abbiamo preso lo spunto per un colloquio con l’autore.
Nel suo intervento sul Corriere della Sera del 21 giugno lei ha sostenuto, in sintesi, che le produzioni culturali di massa europee, come il cinema, non riflettono più un’identità di civiltà e una memoria storica, mentre quelle americane sì. La domanda è: per quale ragione l’Europa non riesce più a produrre film come quelli recenti sulle Crociate, su Alessandro Magno, sull’Iliade, sulla Passione di Cristo? In parte lei già ha risposto, nell’articolo, chiamando in causa i fallimenti storici europei che hanno impresso nella coscienza europea una visione tutta negativa del proprio passato. è solo questo o c’è anche altro?
C’è questo soprattutto perché l’identità di oggi è formata dalle cose più recenti, quelle avvenute nell’ultimo secolo. Questo senso di colpa recente si combina con un senso di colpa più antico legato a tutta la rivisitazione critica che l’Europa ha fatto della sua storia a partire dalle pagine del cristianesimo, oggetto anche di richieste ufficiali di perdono da parte del Papa, fino al colonialismo. La coscienza dell’Europa si è sempre più venuta gravando di sensi di colpa, di rimorsi, naturalmente per buone ragioni; soltanto che accanto a quei giusti sensi di colpa ci sarebbero potuti essere anche sentimenti di orgoglio per le nostre conquiste, che invece non sono stati coltivati. Non tanto per ragioni politiche o ideologiche superficiali, ma per profonde ragioni anche culturali: negli ultimi 150 anni la cultura europea, l’etnologia, l’antropologia, la psicologia hanno scoperto i lati oscuri delle cose. E quindi abbiamo potuto capire “che cosa abbiamo combinato”. Questo sicuramente ha avuto un peso determinante nel costruire questa difficoltà/impossibilità di tornare al passato in modo positivo.
Questo però si potrebbe dire anche nel caso americano: anche gli americani sanno cos’è l’antropologia culturale, anche gli americani hanno pagine nere come lo schiavismo, l’annientamento degli indigeni, ecc.
Certo, però gli americani considerano il bilancio della loro storia in attivo. è vero che condividono, quale più quale meno, brutte pagine del passato occidentale. Però hanno una storia del XX secolo che forse controbilancia e supera i minus del passato, perché sta di fatto che se non ci fossero stati gli Stati Uniti, oggi il mondo sarebbe sicuramente sotto domini politici orribili. E questa è una bella soddisfazione, che forse vale a cancellare le pagine poco edificanti.
Sulla questione della povertà delle produzioni culturali contemporanee, lei avrà certamente letto il libro di Roberto Vivarelli “I caratteri dell’età contemporanea”, nel quale si sostiene che è la secolarizzazione che ha prodotto la fine della poesia. Vivarelli chiama in causa anche le arti visive, che secondo lui si sarebbero impoverite perché con la secolarizzazione viene meno la concezione figurale della realtà, cioè la concezione della realtà terrena come riflesso di una realtà ultraterrena. Lei cosa pensa di questa tesi?
Non è una questione che si può affrontare in poche parole. Sicuramente la secolarizzazione ha avuto la sua parte, ma secolarizzazione significa anche tante altre cose. Per quanto riguarda lo scacco dell’arte figurativa, credo che moltissimo abbiano contato Freud e la sua scoperta dell’inconscio, la sua interpretazione del mondo dell’onirico. C’è un rapporto fra questo e la secolarizzazione? Sì, ma non possiamo banalizzarlo, perché dovremmo spiegarlo attraverso molti passaggi. Dobbiamo rifuggire dalle spiegazioni monocausali, ci sono sempre intrecci di cause nelle vicende delle società umane. Non è stata soltanto la secolarizzazione – nel senso comunemente inteso della perdita della fede religiosa, dell’esclusione della religione dallo spazio pubblico – a mettere in crisi la poesia. Io poi non parlerei affatto di “fine della poesia”: Montale, Luzi, Pasolini non sono forse poeti?
Sono grandi poeti di una poesia disperata.
Probabilmente è così. Però ci andrei piano a parlare di declino culturale, di povertà o aridità culturale. Chi lo fa ritiene di avere un metro di giudizio che francamente non credo si possa avere nel giudizio sui fatti artistici e spirituali.
Però quando lei parla di un’impossibilità per gli europei di fare un certo tipo di cinema, mi pare che utilizzi categorie simili.
No, niente affatto. Dire che c’è un’incapacità di fare un certo cinema non significa dire che c’è un’aridità culturale. “La vita è bella di Benigni”o “La meglio gioventù” di Giordana non sono certamente film aridi. Il punto è un altro: l’incapacità di fare film sulla storia o la formazione dell’identità collettiva dei popoli dell’Occidente.
Quale potrebbe essere, secondo lei, il percorso per una riconciliazione con la memoria storica e con l’identità in Europa?
Non ne ho idea, al di là di poche ovvie considerazioni: meditare sul passato e capire che accanto a tante pagine oscure e brutte ci sono delle pagine molto positive che hanno rappresentato delle conquiste che l’Occidente ha realizzato per tutta l’umanità. Ma non ho una ricetta, non mi propongo di educare o di guidare nessuno. Come storico, io mi pongo il problema di spiegare quello che accade, di spiegare le ragioni per cui le cose accadono, in quel modo e in quel momento, secondo il mio limitato punto di vista. L’articolo sul cinema è nato da semplici osservazioni storiche.
Tullio Kezich le ha risposto dicendo che i cosiddetti film americani sono in realtà il prodotto di multinazionali e che ci sono dei budget che le produzioni europee non possono affrontare.
La questione finanziaria è importante ma non decisiva: si possono immaginare film di quel taglio, ma che costino meno. Non necessariamente devono essere dispendiosi come quelli americani: si potrebbero fare in modo più economico, ma con taglio analogo. Il vero problema è il rapporto con la propria identità, una questione su cui europei e americani sono molto diversi: questo è il cuore del problema.
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