L’UNIONE SI SPAVENTA PER LE CIFRE CINESI

Di Bracalini Paolo
22 Settembre 2005

Lo spauracchio cinese va molto oltre il settore tessile: è la convinzione di molti ambienti economici di Bruxelles, oltre che dell’Europarlamento, autore di un documento in cui i problemi commerciali dell’Europa con la Cina vengono definiti “strutturali”. Quanto successo per camicie, maglioni e pantaloni potrebbe ripetersi anche per calzature, biciclette, auto, componenti industriali e acciaio, spiega il documento, che alla Commissione Ue chiede di preparare “urgentemente” una strategia “a lungo termine” per mettere l’industria Ue nelle condizioni di potersi battere con Pechino. In effetti, i numeri degli scambi euro-cinesi fanno paura: dal 1978 – anno delle prime riforme di apertura all’estero di Pechino – il commercio bilaterale è cresciuto ben 40 volte, e nel 2004 ha raggiunto i 175 miliardi di euro.
Oltre alla “quantità”, la merce made in Cina comincia a diventare un problema anche per la qualità: «Circa il 20 per cento dell’export di Pechino è fatto ormai da tecnologia di punta, in un paese che sforna due milioni di laureati l’anno», si legge nel rapporto che segnala un altro fenomeno con cui l’Ue dovrà fare i conti, e cioè «la complementarietà tra Cina e India, fatto che rafforza la potenza asiatica ed è destinato ad avere delle conseguenze geopolitiche».

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