L’uomo dei gratta e vinci, seduto in piazza, aspettava un colpo di fortuna. Come tutti noi

Visto a Roma, in piazza San Silvestro, seduto sul gradino di un marciapiede, un uomo non vecchio, decentemente vestito, con un mazzo di “gratta e vinci” in una mano. Le schedine erano tante, almeno una trentina, e l’uomo pazientemente, senza fretta, con una chiave grattava via l’oro dalle caselle. Controllava di non avere vinto nemmeno quella volta, e passava alla tessera successiva. Metodico, del tutto incurante delle gambe dei passanti attorno a lui, l’uomo pareva un artigiano intento a un regolare lavoro: né frettoloso né impaziente, quasi che quella cernita fosse per lui un mestiere, più che un casuale tentare il destino.
Un cacciatore sistematico di improbabile fortuna, un travet della buona sorte lo sconosciuto accucciato nel traffico di San Silvestro. Ma appena voltategli le spalle ti viene addosso quella confusa malinconia di quando qualcosa che hai incontrato per caso, ti riguarda – come quando un sogno veritiero resta impigliato nei ricordi, al mattino.
E sai ormai che se qualcosa ti commuove è perché nel volto di un altro hai visto il tuo. Non siamo forse in tanti come il giocatore sconosciuto di piazza San Silvestro? Ascoltatori di oroscopi, clienti di lotterie, o semplicemente tesi ogni mattina ad attendere un caso felice e insperato, che in un istante cambi la nostra vita e ci sollevi da ogni affanno. Quante candele, anche nelle chiese, accese con quella confusa speranza di un non definito “miracolo”, che sgombri il nostro cielo di ogni fatica. La speranza di “vincere”, in qualche modo, di liberarci dal peso quotidiano delle giornate; di essere finalmente, dalla sorte o da un destino fausto, prescelti.
È, forse, questa umana speranza ciò che ci permette di vivere anche nelle circostanze più dure. Eppure, non è un’ansia pagana quell’aspettare un improvviso raggio di fortuna a illuminarci? Una missionaria cristiana che passava i suoi giorni fra i detenuti delle terribili prigioni di un paese africano pregava Dio ogni mattina: «Fai che ti riconosca nella faccia degli uomini che incontrerò oggi». Riconoscere, qui e ora, il volto di un Dio ricoperto dal fango. Restare accanto, essere insieme a un Dio che è qui ora, in panni miserabili, e non promette ori né onori. Il Dio dei cristiani riconosciuto e accolto in ogni povero istante, oppure un Giove cui implorare benevolenza, o almeno un piccolo favore, un modesto luccichio di fortuna.
Siamo in tanti, simili al metodico esaminatore di “gratta e vinci” in una piazza di Roma. Lettori di oroscopi, scommettitori eternamente in attesa di un pezzetto di buona sorte. Sempre distratti – mentre guardiamo la roulette girare – sul qui e sull’ora, sul volto con cui ogni giorno, non riconosciuto, un Dio più grande di ogni fortuna ci viene davanti.

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