L’uomo dietro al microfono

Di Manes Enzo
10 Gennaio 2008
La politica, il calcio, il poker. E uno strano ronzio che minaccia lo scudetto «sicuro» dell'Inter. Da Pannella a Bergomi, ecco chi è Fabio Caressa

Se all’intervallo «l’arbitro manda tutti a prendere un tè caldo», va da sé che al triplice fischio finale «manda tutti sotto la doccia». Nessuna via di scampo? «Per i giocatori nessuna. Tè e doccia senza discussioni». Fabio Caressa è quel modo di raccontare il calcio un po’ così: ironico, iperbolico, mai cattivo. Da figurina Panini che sa di spogliatoio e olio canforato. La partita più importante della giornata è sempre sua per chi è un abbonato Sky: «Dallo stadio Meazza un saluto da Fabio Caressa e Beppe Bergomi». Già lo “zio”, il suo fedele pard di mille telecronache. «Beppe è bravissimo, e pensare che dicevano che fosse un taciturno. Semmai non parla a sproposito, il che fa la differenza, come un doppio passo fulminante di Cristiano Ronaldo».
O come un adrenalinico “all in” al poker texano, l’altra passionaccia di Caressa. «Bellissimo gioco il poker sportivo che in tv rende tantissimo. Ti regala lo stesso pathos di un western di Sergio Leone con quei duelli scanditi da rallenty mozzafiato. Pazzesco. E poi anche lì, al tavolo dove vive la magia, ci sono il buono, il brutto e il cattivo». Azzardiamo: il più bravo è Gus Hansen? Caressa ci liquida allo stesso modo di quando commenta in tv una giocata eccessivamente osé: «Che barbaro». Lui ha un’altra idea a spiegarne la fama planetaria. «Io lo chiamo “Cul” Hansen per enfatizzare il suo talento naturale. Invece a me fa impazzire il rumeno, Daniel Negreanu, un autentico psicologo che legge alla perfezione tutti i punti dell’avversario. Colpisce indietreggiando, come faceva Mohammed Alì, quindi un fuoriclasse assoluto». La febbre del poker sportivo ha avuto dignità pure sul grande schermo con Le regole del gioco di Curtis Hanson, dove Caressa doppia nella versione italiana lo speaker ufficiale delle World Series. «Tutto sommato non male, anche se la storia è piuttosto prevedibile. Ma per chi ama quel gioco è un appuntamento imperdibile».
Dal tavolo verde al manto verde per definizione. Gli leggiamo un pensiero. «Abbiamo sofferto per loro e con loro, abbiamo cantato le loro canzoni, abbiamo visto e amato i loro film, abbiamo mangiato i loro panini e indossato i loro jeans, li abbiamo visti volare a canestro e raggiungere la luna. Ma il calcio è un’altra cosa, nel calcio vogliamo comandare noi». Caressa lo conosce molto bene e infatti dopo un attimo ci accompagna a memoria. Poi dice: «Dovevo trovare un attacco efficace per entrare subito nel clima di Italia-Stati Uniti ai Mondiali. Mi è venuto sotto la doccia, il mattino stesso della partita. Lì chiudo gli occhi e penso: magnifico. Tutte le introduzioni delle partite nascono così. Che per me non sono un’anticipazione, ma un modo di essere già dentro il clima della gara. È come se l’arbitro avesse già fischiato il calcio d’inizio».

L’esordio nella tv dei radicali
Certo che con la doccia Caressa deve avere un feeling particolare, torna sempre al salutare getto d’acqua. Quando Zidane dà la famosa testata a Materazzi nella finalissima, la voce di Sky quasi si mangia il microfono: «Rosso per Zidane che se ne va giustamente sotto la doccia, sotto la doccia, sotto la doccia, sotto la doccia». Caressa dove ha mandato Zidane? «Naturalmente sotto la doccia. Quando in diretta ho visto quello che aveva fatto mi è scattata naturale l’indignazione. Mi sono sentito tradito, perché ho amato alla follia il suo modo di giocare, il suo stile, la sua grazia nell’accarezzare il pallone. Calcisticamente parlando non l’ho mai perdonato».
Nato a Roma nel 1967, sposato con Benedetta Parodi conduttrice di Studio aperto, padre di Matilde ed Eleonora, è giornalista dal 1994. In principio solo pallone, e come poteva essere diversamente, visto che abitava a duecento metri dallo stadio Olimpico? Da ragazzo passava un gran tempo a giocare al subbuteo, dove si esercitava in funamboliche telecronache. «Negli Ottanta però mi interessavo anche di politica. Oggi si direbbe che ero un riformista, stavo infatti con i giovani socialisti, in una stagione politica romana dominata ancora dai fasci e dagli extra. Con quelle idee forse moderne sono andato a lavorare alla tv dei radicali. Ricordo che andavo pure a comperare le sigarette al leader assoluto, a Marco Pannella. Quattro pacchetti al giorno, incredibile». Su Canale 66 le prime cronache, calcetto a cinque, la classica gavetta. In quella eroica emittente capitolina ha conosciuto un altro campione del microfono rovente, Sandro Piccinini. «Per me Sandro ha cambiato tutto e infatti sono convinto che vi sia un prima e un dopo Piccinini. Io sto nella scia del dopo. È stato lui a promuovermi sul campo, ad affidarmi le prime telecronache di calcio internazionale. Poi il battesimo con il nostro campionato, la radiocronaca di Cesena-Lazio nell’ottobre del 1987. Avevo appena 19 anni». Quattro anni dopo trasloca a Milano, alla neonata Tele+. E dalla via del satellite non si è più mosso.

Un’ombra bianconera
Il tempo sta per scadere. L’intervista più bella? «Forse non è di calcio. Ricordo quella a Bettino Craxi ad Hammamet. Fu innanzitutto un bell’incontro». Kakà pallone d’oro? «Bravissimo, però gioca alla grande sette partite l’anno. Troppo perfettino, sempre a posto. Mah. Io preferisco lo zingaro, Zlatan Ibrahimovic, è il mio dopo Zidane». Scudetto all’Inter? «Sicuro, troppo forte. Anche se nella testa avverto un ronzio strano che si chiama Juve. Impossibile, però.». Champions? «Vedo l’Inter in finale con il Barcellona». Libro preferito? «Cent’anni di solitudine, romanzo perfetto. Amo Marquez. Non ho mai letto Camilleri. Il politically correct non mi convince. Un po’ come Kakà, ecco».

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