Ma da quando il Verbo s’è fatto carta?

Di Bordero Gianteo
19 Ottobre 2006

Il cuore della teologia non è nelle parole con cui l’uomo può parlare di Dio, ma è Dio stesso. è questo il richiamo che Benedetto XVI ha rivolto, durante una sua omelia del 6 ottobre, ai membri della Commissione teologica internazionale. Spesso, in questi ultimi decenni, la teologia ha sofferto di verbosità, dando l’impressione di voler coprire con l’abbondanza delle parole un deficit di sostanza e identità. Alcuni commentatori hanno osservato che dal Verbo che «si è fatto carne» si è come passati al Verbo che «si è fatto carta». Quando ancora era Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger aveva ribadito più volte di sentire come suo compito primario quello di difendere la «fede dei semplici» non soltanto dagli attacchi che giungevano dall’esterno, ma anche da quelli provenienti dall’interno della Chiesa e, non di rado, proprio dai teologi. Alcuni fra di loro hanno spesso condotto i fedeli a credere che l’esperienza cristiana non basti a se stessa, ma abbia bisogno di una sorta di ‘aggiunta’ verbale da parte dell’uomo. Benedetto XVI ha chiesto ai teologi una «purificazione» del pensiero che «soprattutto deve essere anche un processo di purificazione delle parole», per rendere presente «nelle parole la Parola, la Parola che viene da Dio, la Parola che è Dio». Ciò è possibile soltanto se il teologo è cosciente del fatto che «in realtà, Dio non è l’oggetto; Dio è il soggetto della teologia. Chi parla nella teologia, il soggetto parlante, dovrebbe essere Dio stesso. E il nostro parlare e pensare dovrebbe solo servire perché possa essere ascoltato, possa trovare spazio nel mondo, il parlare di Dio, la Parola di Dio. Così ci troviamo invitati a questo cammino della rinuncia a parole nostre; a questo cammino della purificazione, perché le nostre parole siano solo strumento mediante il quale Dio possa parlare».

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