Ma Giovanni deve morire?
Sassari
Giovanni Nuvoli è il malato di sclerosi laterale amiotrofica ricoverato nella rianimazione dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari che ha chiesto di morire. Lo ha fatto ripetutamente, dettando i propri pensieri alla moglie Maddalena Soro, che si autodefinisce sua «addetta stampa» e che ne interpreta gli accenni grazie a un alfabeto. Con il solo movimento delle pupille ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendo che un medico, così come accadde per Piergiorgio Welby, si rendesse disponibile a staccare la spina di quel ventilatore artificiale che lo tiene in vita. Il “Welby sardo” ha 53 anni, è un ex arbitro di calcio, ha avvertito i primi sintomi della malattia che pietrifica il corpo e lascia lucida la mente nel 1998. Nei primi mesi del 2003, a causa del peggioramento delle sue condizioni, è stato ricoverato e consensualmente tracheotomizzato. Dopo un periodo di cure in ospedale è stato riportato a casa, ma poi di nuovo ricoverato, un anno fa, nel reparto di Rianimazione. Nello scorso mese di dicembre, mentre sui mass media si dava notizia della scelta di Welby, Nuvoli, tramite la moglie, ha chiesto al procuratore Paolo Piras di poter morire. Ha scritto Nuvoli: «Rivolgo un appello a ogni medico anestesista italiano onesto e coraggioso di intervenire fattivamente nella mia situazione, così come ha fatto il dottor Mario Riccio nei riguardi di Welby». Da parte sua, Piras ha rigettato la richiesta di «nominare un medico, estraneo al reparto, che lo sedi e interrompa la ventilazione artificiale. La richiesta non può essere accolta». Secondo le notizie degli ultimi giorni, Marco Cappato, eurodeputato radicale e segretario dell’associazione Luca Coscioni, ha trovato l’anestesista che, una volta riportato a casa Nuvoli, sarebbe disposto ad esaudire le sue volontà. Altra ipotesi, prospettata dalla consorte, è «un viaggio in Svizzera o in Olanda».
Di mezzo, tra questi avvenimenti, c’è stata una campagna stampa potente e unidirezionale volta a presentare la storia con i soli colori del nero e del bianco. Tutta a favore di chi vuole liberare Nuvoli dalla «prigionia del suo corpo» e da «quella morale precostituita dettata da migliaia di anni di cattolicesimo» (così il ministro Emma Bonino in tv a Che tempo che fa). Tempi, grazie a fonti nell’Asl sassarese, è entrato in possesso di alcuni documenti che, invece, farebbero volgere la tonalità cromatica della triste vicenda verso il grigio.
Nel 2003, dopo la tracheotomia, i responsabili dell’ospedale sassarese hanno attivato l’iter burocratico per consentire la domiciliazione di Nuvoli. è stata allestita una stanza nella sua casa di Alghero, si è istruita la moglie sulle modalità adeguate per curarlo, è stato approntato un progetto di quotidiana assistenza infermieristica da parte del personale dell’ospedale per 3 ore la mattina, del personale Adi (Assistenza domiciliare integrata) per altre 3 ore al pomeriggio, dei medici per due visite ogni settimana. Inoltre, il Comune ha messo a disposizione assistenti domiciliari per cure sia mattutine sia pomeridiane, un fisioterapista e uno psicologo per sostenere la consorte. Lo sforzo e gli impegni delle strutture preposte è stato, dunque, notevole e inusuale (altri malati nelle medesime condizioni godono di aiuti meno ingenti). Ma il 13 febbraio 2006, Nuvoli è dovuto tornare in ospedale. Secondo la signora Maddalena Soro erano sorte delle «complicazioni». Tuttavia, il tono della lettera che i responsabili dei servizi sociali di Alghero hanno inviato alle autorità competenti in quel periodo è meno evasiva. Secondo gli addetti comunali si sono «presentate notevoli difficoltà operative», tra l’altro «già segnalate il 05/01/06», che «nel corso del tempo si sono accentuate notevolmente». Nella lettera si parla di «difficoltà relazionali» con la signora Soro e della formale richiesta che alcuni operatrici avanzano «di non essere incaricate al servizio» perché «preoccupate del proprio stato di salute e con riserva dei danni patiti qualora fossero obbligate». Il dirigente dei servizi socio-assistenziali conclude che «al momento non sussistono le condizioni per riattivare il servizio» e addirittura annuncia che «qualora il sig. G.N. facesse rientro a casa, questo Servizio per cause ad esso non imputabili non potrà dare alcun contributo e si sentirà esentato da qualsiasi responsabilità». Che cosa ha portato al deterioramento dei rapporti tra gli addetti comunali e la signora Nuvoli? è più esplicito un altro documento, questa volta redatto dai responsabili dell’assistenza domiciliare, al fine di spiegare perché si ritenga impossibile «proseguire l’assistenza al paziente G.N.». In esso si fa riferimento «alle ormai note vicende delle quali si è più volte ampiamente discusso». Si scrive che il personale non ha potuto svolgere i propri compiti «perché viene contestata con costanza ogni prestazione erogata all’utente, sia direttamente che indirettamente, mettendo in dubbio capacità e professionalità». Si afferma lapidariamente: «Non si è mai vista la volontà della moglie del paziente di collaborare fattivamente al servizio».
Le infermiere? «Troppo prosperose»
La relazione è molto dettagliata e riporta che ogni pratica infermieristica (broncoaspirazione, somministrazione pasti, uso della lavagna) sia «giornalmente motivo di discussione». Gli addetti subiscono «urla, e improperi» solo per determinare dove posizionare «una cannula o un telino sterile». «Vengono minacciati di denunce per “violazione di domicilio”». A tutto ciò, prosegue la relazione degli addetti dell’Adi, va aggiunto che agli infermieri è fatta esplicita richiesta «di svolgere mansioni domestiche quali la pulizia e l’igiene del bagno (altrimenti non utilizzabile) e spesso e volentieri è stato chiesto di portare via la spazzatura, di sciacquare i bicchieri e i pentolini». Gli operatori affermano di aver subìto «violenze psicologiche, insulti, vessazioni, parolacce, bestemmie, minacce, strattonamenti, provocazioni e continue allusioni» e di non voler più «soggiacere alle violenze fin qui subite». Inevitabile conclusione: «Fin da oggi non si recheranno più presso il domicilio del paziente». A puro titolo di cronaca riportiamo le affermazioni di alcuni operatori che sono stati a casa di Nuvoli i quali dicono a Tempi che «la signora si rifiutava di far entrare delle infermiere in casa sostenendo che avessero la gonna troppo corta e il seno esageratamente prosperoso».
A seguito di tali disguidi Nuvoli è stato riportato in ospedale. Anche qui le incomprensioni sono state diverse. Prime fra tutte quelle con il primario Giovanni Vidili che è stato accusato di «violenza privata», in quanto si presumeva avesse costretto il paziente a tollerare una terapia non voluta. Poi la sua posizione è stata archiviata dal gip Maria Teresa Lupinu, ma il dottore porta evidentemente in volto la sofferenza di giorni difficili. Dice Vidili a Tempi: «Io certo non staccherò la spina. è una questione di coscienza, non voglio vedere Giovanni girare gli occhi e andarsene in tre minuti. Non mi importa del resto. Non mi importa se siamo ai confini dell’impero, non ho paura di quel che pensa l’ordine dei medici di Cremona». Il primario tende a sorvolare sulle varie polemiche, ma ci tiene a far sapere che «la ventilazione meccanica che tiene in vita Nuvoli non è accanimento terapeutico». Un infermiere ci rivela che il primario ha proposto nei giorni scorsi alla signora Soro di trasferire il marito in una residenza universitaria avanzata, ma la donna ha rifiutato. Oggi, che s’è trovato un dottore esterno pronto a staccare la spina, la signora spera di riportare a casa il marito.
Nessuno conferma le sue volontà
Nelle corsie del reparto di rianimazione medici e infermieri sentiti da Tempi confermano che il rapporto con il paziente è sempre stato ottimo e che «molto spesso s’è riuscito anche a scherzare». Numerose sono anche le attestazioni di stima che la famiglia Nuvoli ha dato, fino a poco tempo fa, a Vidili e collaboratori. «Però, soprattutto dopo il caso Welby – racconta un medico – è stato più difficile, anche per la sovraesposizione mediatica, riuscire a “dialogare” con loro». Nessuno conferma di avere mai sentito Nuvoli «esprimere il desiderio di morire». Né gli infermieri, né i medici, né il cappellano dell’ospedale, don Orlando Ragaglia (notizia data dall’arcivescovo di Sassari, Paolo Atzei).
A riprova del buon rapporto tra paziente e medici, c’è il fatto che questi ultimi hanno fatto richiesta all’ospedale di poter affittare un sintetizzatore vocale a comando visivo che permetta «di fugare i dubbi sulle reali volontà di Nuvoli». La moglie ha commentato tale iniziativa così: «Ben venga. Comunque, anche utilizzando un computer mio marito non dirà nulla di più di quello che ha già affermato fino a oggi». Mentre si attende l’arrivo dell’apparecchio, qualcosa in più Nuvoli l’ha detto. Finora aveva rifiutato la terapia antibiotica con il chiaro intento di essere lasciato morire, invece, proprio in questi giorni, ha accettato alcune terapie che aveva precedentemente rifiutato. E che lo farebbero vivere.
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