… ma non dimentichi i ceceni
In tutta quest’orrida vicenda di Mosca, balza all’occhio la prontezza con cui le varie cancellerie europee si sono precipitate ad offrire il proprio plauso a Putin. Questa stessa precipitazione è anche il motivo per l’imbarazzo crescente man mano che emergono sia i particolari dell’operazione, sia le tante domande attorno ad un’azione terroristica ancora tutta da capire nei suoi rapporti con gli Stati che si affacciano sullo scacchiere mediorientale. Probabilmente non si poteva agire diversamente. Probabilmente si poteva e si doveva agire con più destrezza e professionalità. Forse si doveva trattare più a lungo, come è doveroso quando sono in gioco, subito, centinaia di vite umane e, in seguito, il progresso civile di intere popolazioni. Ma a parer nostro non è questo il punto su cui occorre oggi riflettere. Noi vorremmo rivendicare una sorta di par condicio sulla libertà di critica in materia di politica internazionale. Ci chiediamo perché venga esercitata un’azione critica costante nei confronti di Bush e della sua politica antirachena, e analoga azione critica non venga esercitata nei confronti di Putin. Ci chiediamo come mai Francia e Germania (tanto per fare il nome di due nazioni riavvicinate da un recente asse in materia di politica europea) pronte alla pressione internazionale su Bush siano stranamente acquiescenti nei confronti di Putin. A Putin vanno alcune considerazioni semplici e chiare: 1. È scontato e chiaro che non ci sono gradazioni diverse di terrorismo. Il terrorismo è uno solo e la condanna è una sola. Ma è altrettanto scontato e chiaro che la Cecenia non è Al Quaeda. La Cecenia non è soltanto terrorismo e il popolo ceceno non è una falange talebana. La questione di una forma di autonomia cecena è questione che ha fondamento storico e geopolitico. Da secoli la questione è variamente sollevata e, da Pietro il Grande, a Stalin, a Breznev la risposta è un niet ottuso. Ora siamo a Putin: diciamo che anche lui è rimasto in qualche misura contagiato dalla stessa “marmoreità” dei suoi predecessori. 2. L’occupazione terroristica prima e l’assalto delle teste di cuoio al teatro Dubrovka dopo, sono coincise con la fase più acuta di una congiuntura di crisi politica che è alle spalle. Ora è il momento della costruzione di risposte politiche serie alla domanda di autonomia dei Ceceni. Si deve lavorare per arrivare ad uno statuto che riconosca autonomia speciale alla regione. Putin si scordi di trattare i ceceni come ha trattato i terroristi. Non li potrà gasare tutti. E la Cecenia non è il teatro Dubrovka. Soprattutto Putin deve avere ben chiaro quello che è ricordato quasi ossessivamente a Bush: le sue scelte hanno ripercussioni sullo scenario mondiale. Lo “splendido isolamento” di Mosca e la sua pretesa di trattare le vicende proprie come affari riservati interni sono irreali. Noi non osiamo spingerci, come fa Berlusconi, a considerare la Russia, Europa tout court. Quantomeno, però, Occidente lo è di sicuro. Anche per questo, è bene che la stessa Europa si ponga il problema di un approccio unitario al tema delle autonomie regionali e dei suoi rapporti con gli Stati. Già qualche piccolo problema l’abbiamo con la questione basca, qualche altro se ne aggiungerà con l’adesione europea appena decretata in Irlanda, ed è probabile che altri ancora arriveranno con l’allargamento a Est dell’Europa. I paesi dell’Est europeo sono soliti convivere con questioni di buon vicinato e di confini poco chiari. Diventeranno le nostre questioni. E allora non basterà correre sollevati ad applaudire il Putin di turno perché si è sporcato mani e coscienza in vece nostra.
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