Macerie cristiane

Di Bottarelli Mauro
09 Novembre 2006
A Istanbul spari contro la visita papale e la Turchia rischia di non entrare nell'Ue. A Cipro le chiese ridotte a stalle e svincoli stradali

Le notizie sono tre. Ma la prima è solo una rifrittura. Che il primo ministro turco, Recep Erdogan, il 29 novembre non avrebbe incontrato Benedetto XVI nel corso del suo storico viaggio in Turchia, lo si sapeva già dalla decisione delle date della visita. Il premier di Ankara sarà impegnato in un vertice della Nato a Riga, in Lettonia.
Questo però non impedisce di dire che è uno strano atteggiamento quello di un premier tanto desideroso di costruire un ponte tra il suo paese e l’Occidente che invece di incontrare l’uomo del dialogo per antonomasia preferisce presenziare a un summit rituale nel corso del quale non verrà deciso, come al solito, nulla. Ma tant’è. La seconda notizia è che, stando a un’indiscrezione pubblicata dal solitamente informato Financial Times (nella sua versione tedesca), il rapporto della Commissione Europea sullo stato di avanzamento della Turchia sarà molto negativo. Il quotidiano finanziario ha potuto infatti visionare la bozza dello scottante documento, un testo che potrebbe anche preludere al congelamento dei negoziati di adesione di Ankara all’Ue, avviati il 3 ottobre 2005. Secondo il Financial Times, Bruxelles denuncia che «indagini e condanne per l’espressione pacifica di opinione sono motivo di seria preoccupazione». Inoltre vi sono «informazioni su casi di maltrattamenti e tortura, soprattutto al di fuori delle carceri». La Commissione critica, inoltre, il permanere della corruzione, dell’insufficiente protezione delle minoranze e la mancanza di indipendenza della magistratura. Non male per un paese che vorrebbe far parte dell’Ue.
Infine, last but not least, il rapporto contesta la mancata apertura dei porti turchi alle merci greco-cipriote, in violazione del Protocollo di Ankara che prevede l’unione doganale della Turchia con tutti gli Stati membri dell’Ue. Mentre Nicosia ha posto il veto a qualsiasi ipotesi di fine dell’isolamento commerciale della repubblica turco-cipriota nel nord dell’isola, entità riconosciuta a livello internazionale solo da Ankara.

Mano tesa verso l’isola
Un atteggiamento, quello del governo greco-cipriota, non certo improntato alla mancanza di volontà di dialogo con quello che – nei fatti – è storicamente un paese invasore. L’Ue ha infatti da poco sbloccato 38,1 milioni di euro a sostegno della comunità turco-cipriota, prima parte di un aiuto complessivo pari a 139 milioni di euro che dovrebbe essere stanziato entro la fine dell’anno. L’aiuto, il cui obiettivo è proprio l’avvicinamento tra la parte nord di Cipro e i Venticinque, sarà destinato principalmente allo sviluppo delle infrastrutture, in particolare in materia di trattamento dei rifiuti e di energia, ma anche al rilancio del settore privato della comunità turco-cipriota. Il tutto con il beneplacito di Nicosia che avrebbe potuto, supportata da Atene, far valere il proprio veto.
Ma quale sarebbe, quindi, la terza notizia di cui si parlava all’inizio? Il fatto che il 10 novembre il presidente della Repubblica di Cipro, Tassos Papadopoulos, incontrerà in Vaticano Benedetto XVI, visita durante la quale verrà portato all’attenzione di Sua Santità il problema della progressiva distruzione del patrimonio religioso e culturale della tradizione cristiana, ortodossa, latina, maronita e armena, dell’isola. I fatti parlano chiaro, anzi chiarissimo. Dal 1974, anno dell’invasione e occupazione del nord di Cipro da parte dell’esercito turco, 133 chiese, cappelle e monasteri sono stati dissacrati, 78 convertiti in moschee, 28 utilizzati per fini militari e installazione di ospedali e 13 come depositi. Quindicimila icone sono state illegalmente rimosse e rimane ignota la loro attuale collocazione. Questa violazione del diritto di libera espressione ed esercizio del proprio credo religioso è stata condannata dalla risoluzione, in seguito alla delibera scritta approvata dal Parlamento Europeo il 6 luglio scorso, sulla «protezione e la preservazione dell’eredità religiosa nella parte nord di Cipro», presentata dagli europarlamentari Iles Braghetto e Panayiotis Demetriou.

La “ridestinazione” degli edifici sacri
Il governo di Cipro lavora invece sistematicamente al fine di garantire la protezione e la preservazione della sua eredità culturale e religiosa, cercando di prevenire la devastazione deliberata di chiese e monumenti della Chiesa cattolica nella parte occupata, rapportando e condannando tali azioni in tutti i fori internazionali. Chiese devastate, profanate e trasformate in stalle e depositi. Ad Ayia Maria, la nuova chiesa del paese che è stata usata dall’esercito turco come magazzino, è in pessime condizioni, mentre la vecchia chiesa versa nel medesimo stato. È da sottolineare che in entrambe è vietato l’accesso a causa delle forze occupanti. La cappella di Ayios Joannis e quella di Ayios Georgios, entrambe in Ayia Maria, rischiano di crollare e necessitano di restauro immediato: ma anche in questo caso l’accesso alle cappelle è controllato dall’esercito turco.
A Marki, la chiesa del monastero di Panayia è utilizzata dall’esercito come sede degli uffici militari: gli edifici sono in pessime condizioni ed è vietato l’accesso. A Famagosta le fondamenta della scuola Terra Santa, compresa la cappella, sono ora utilizzate come scuola turco-cipriota mentre la chiesa cattolica di Xeros è stata demolita e al suo posto è stata costruita una rotonda, e la cappella del cimitero latino cattolico nell’area adiacente all’aeroporto di Nicosia è diroccata e le croci sulle tombe sono state distrutte. Ma gli esempi potrebbero continuare: come nel caso della chiesa di Ayios Romanos a Vouno, utilizzata dalla forze occupanti come museo e presidiata dai militari o in quello della chiesa di Ieras Cardias ad Ammochostos dove i soldati impediscono l’accesso all’edificio che necessita di immediato restauro. È questa la reciprocità turca? Non è forse il caso che non solo il Papa ma anche l’Ue faccia qualcosa per porre fine a questo scempio?

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